Il dovere della sinodalità

Se il rafforzamento del processo sinodale e la ripresa di quanto in esso è rimasto incompiuto siano un dovere piuttosto che una speranza...
9 Giugno 2022

L’esperienza dei gruppi sinodali di ascolto – tutto sommato – si è rivelata essere positiva, anche per coloro che l’avevano affrontata inizialmente con scetticismo. Perciò Diego Andreatta si chiede (qui) se non sia il caso di dare loro continuità, di fare sì che «questo stile [di] conversazione spirituale» non costituisca «un unicum… un evento una tantum», ma l’inizio di un processo di «approfondimento» e di «confronto dialettico con quanto emerso». Sul versante opposto (quello negativo), ma in modo speculare al primo, Sergio Di Benedetto auspica che possa essere colto il kairòs del tempo estivo per un’«estate sinodale» che finalmente voglia e sappia «aprirsi ad adolescenti e giovani, che nella stragrande maggioranza non sanno nemmeno cosa sia un sinodo e cosa sta accadendo nella Chiesa in Italia».

In realtà, ciò che nella riflessione di Andreatta e Di Benedetto viene giustamente presentato sotto forma di speranza, nel Vademecum sinodale è considerato come un dovere, il cui rispetto sarà responsabilità di ogni diocesi e cartina di tornasole di quanto ad ogni diocesi interessi veramente la sinodalità: «L’obiettivo di questo processo sinodale non è di fornire un’esperienza temporanea o una tantum di sinodalità, quanto piuttosto di offrire un’opportunità all’intero Popolo di Dio di discernere insieme come andare avanti sulla strada che ci porta ad essere una Chiesa più sinodale sul lungo termine» (p.10); «un’attenzione particolare deve essere dedicata a coinvolgere le persone che corrono il rischio di essere escluse… Si dovrebbero anche trovare mezzi creativi per coinvolgere i bambini e i giovani» (p.17; ma anche pp.46-47.56).

Per dare tale continuità al processo positivamente avviato e per ovviare alle inevitabili carenze in esso manifestatesi, è altrettanto doveroso – secondo il Vademecum sinodale (p.35) – procedere alla pubblicazione delle sintesi diocesane, altrimenti quale termine di paragone si potrebbe avere per procedere nel senso auspicato anche da Andreatta e Di Benedetto?

A tal proposito, mi sembra che le diocesi italiane stiano piano piano recuperando un certo ritardo iniziale, senza alcuna pretesa da parte nostra che si giungesse ad una mappa puntale ed efficiente come quella francese. In effetti, se ci si passa una certa commistione tra territori ecclesiali e politici, sono rimaste solo poche diocesi-capoluogo di regione (o province autonome) a non avere ancora pubblicato la loro sintesi sul proprio sito (Aosta, L’Aquila, Trento, Trieste, oltre a Campobasso e Napoli – che però hanno appena, rispettivamente, terminato e cominciato il sinodo diocesano – con Bologna e Genova che segnalano di essere in procinto di farlo).

Dando invece uno sguardo alle diocesi con a capo vescovi o arcivescovi che hanno ruoli di responsabilità nella CEI, la situazione è un po’ meno rosea: hanno pubblicato le loro sintesi poco più della metà delle diocesi coinvolte (Acireale, Aversa, Carpi, Cassano allo Jonio, Catania, Ferrara, Gorizia, Lucca, Montepulciano, Modena-Nonantola, Rieti, a differenza – per ora – di Acerra, Macerata, Mantova, Novara, Nuoro, Otranto, Pinerolo, Spoleto-Norcia). Per le altre diocesi italiane si procede a macchia di leopardo e, forse, per avere un quadro completo dell’elevato numero di diocesi italiane sarebbe utile imitare la soluzione francese.

Siano state o meno pubblicate le sintesi, non deve però sfuggire alle chiese italiane e alle loro guide l’importanza di quanto rispondeva Serena Noceti ad una domanda proveniente dal pubblico di uno degli incontri del convegno del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) di fine aprile: «chi fa la sintesi ha il potere del Sinodo, perché in realtà un processo di selezione che non tenga adeguatamente conto del percorso d’insieme quanto rischia, a volte, di impoverire… Allora, mantenerne la memoria almeno con delle sintesi più ampie (…) mi sembrerebbe per esperienza uno dei passaggi significativi».

Infatti, nella sofferta domanda posta alla Noceti si riportava una precedente esperienza sinodale in cui chi aveva partecipato ai gruppi di ascolto e condivisione non aveva ritrovato nelle sintesi finali alcuni elementi importanti e decisivi emersi durante il processo sinodale. La stessa teologa faceva notare che il cammino sinodale della Chiesa italiana sarebbe proseguito, dopo maggio, con il compito per i vescovi di «focalizzare le priorità su cui continuare il secondo anno»: «le proposte che emergeranno saranno restituite ai territori a fine maggio, per un ulteriore discernimento su base regionale, e una volta recepite le eventuali integrazioni verranno consegnate ufficialmente alle Chiese locali in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale (Matera, 22-25 settembre)».

È evidente che, se già nelle sintesi locali si perde qualche voce ispirata, la sintesi finale e le priorità proposte rischiano fortemente di rappresentare una cattiva eco dell’ascolto e del discernimento praticato nella prima fase. Per questi (fondati) timori avevamo già attirato l’attenzione sul «senso di controllo» – e quindi sul rispetto del valore della «trasparenza» – che hanno la pubblicazione delle sintesi e la loro messa a disposizione dei partecipanti al processo sinodale. Accanto a tali principi e valori, poi, bisogna ricordare quelli della «condivisione» e della «verifica», soprattutto per ovviare l’iniziale sentimento di scarsa fiducia e le forti perplessità verso la reale possibilità che tale cammino non finisse, come altre volte, in un nulla di fatto.

Proprio perché, invece, la convinzione e anche un certo entusiasmo si sono manifestati “strada facendo”, la pubblicazione e «condivisione» immediata, puntuale e diffusa delle sintesi significa – innanzitutto dal punto di vista psicologico – riconoscere che è stato svolto un lavoro spirituale denso e intenso, in quanto tale degno e meritevole di essere portato il prima possibile all’attenzione di tutti. Anzi, non si può escludere che a questa convinzione crescente si possa aggiungere anche una sana urgenza e curiosità spirituale per quanto emerso nelle diocesi dei nostri fratelli e sorelle nella fede: non certo per «giudicare con le proprie categorie ciò che avviene in casa altrui» o per «“fare la punta ai chiodi” ecclesiali di ogni parte del mondo» (M.E. Gandolfi), ma proprio perché mossi dal desiderio – proveniente (speriamo) dallo Spirito – di imparare qualcosa di nuovo ed altro dai diversi discernimenti operati.

 

Una replica a “Il dovere della sinodalità”

  1. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Nulla di :personale’
    Solo una questio di metodo..
    Anzi di prospettiva mentale, che sappiamo mmmolto difficile cambiare, di impostazione di fondo.
    Ricordate quando dicevano e scrivevano
    TI ACCOMPAGNO IO!!?
    NON si sente più
    .
    Forse si è capito quanta autosupponenza
    Si celasse… Così diverso oggi??
    Ragazzi qui occorre invero rovesciamento.
    Il controllo centrale va ceduto alla base.
    E la base NON sta nella Chiesa. o tanto meno nelle beghine che la frequentano.
    O di chi insegna religipne..
    Parlate molto di Spirito ma non lo lasciate LIBERO.
    Qualcuno dice a.
    APRITE
    .
    SICURI CHE Inserire NELLE SINOSSI QUALCHE TEMA SIA APRIRE A LUI???

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