Dopo Tor Vergata: lo Spirito, i semi, i contadini

E ora che i giovani tornano alla vita quotidiana, che cosa accadrà? Tre riflessioni che riguardano anche gli adulti e le comunità cristiane
11 Agosto 2025

In questi giorni ci stiamo sbizzarrendo – noi adulti di varia stagionatura – nell’analizzare e scrivere della recente esperienza del Giubileo dei Giovani, a Roma.
Premetto che la mia memoria personale è legata al 1989 (GMG a Santiago di Compostela) e ad altre tappe forti e significative (Denver, Parigi, Roma, Colonia…) seguite a quel primo “esperimento” diocesano di un incontro giovanile a Roma il 23 marzo 1986 – in piazza San Giovanni in Laterano – che generò l’evento internazionale del 1987, a Buenos Aires, in Argentina. Non mi inerpico in interpretazioni ecclesiali, né azzardo valutazioni di pontificati (da Giovanni Paolo II a Leone XIV c’è un universo di gesti, segni, parole, scelte). Non ho competenze geopolitiche, né mi compete prendere decisioni più ampie di quelle che riguardano me e la comunità cristiana che – come parroco – mi è affidata.

Guardando la realtà, mi limito a tre osservazioni.
Mi torna alla mente un passo del discorso di S. Giovanni Paolo II, a Tor Vergata, nella veglia ‘oceanica’ della GMG 2000: “Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti”. La mia generazione (i giovani dalla GMG 1987 in poi) ha sentito risuonare queste ed altre parole forti, nette. Sulla loro effettiva rilevanza, nella presa di responsabilità, mi pare che – certo non sempre, non tutti, non ovunque – ci siamo poco. Se guardiamo al mondo, alla Chiesa, alla società che abbiamo generato noi – adulti cristiani di oggi – pare che abbiamo compreso molto poco e che dobbiamo (ulteriormente) tirarci su le maniche.

Secondo. Ben sapendo che esiste un’intenzionalità educativa, che caratterizza per l’appunto chi si avventura – per genitorialità o per altra ragione vocazionale, professionale, ideale – nel vasto mondo dell’accompagnare le nuove generazioni a divenire adulte, non confondo la consapevolezza di chi accompagna con la coscienza di chi è accompagnato. Salvo una percentuale molto piccola, nella stragrande maggioranza dei casi ciò che ‘segna’ la stagione della crescita è il coinvolgimento, il ‘benessere’, l’amicizia, la disponibilità a fare cose un po’ folli e ‘smisurate’. E questo accomuna – per esempio – le notti in tenda (e i giorni a sudare su sentieri sperduti) dell’esperienza scout, il cosiddetto ‘metodo preventivo’ di don Bosco, o la forte impronta data al legame dell’amicizia e della ‘compagnia’ da parte di don Giussani. Un ragazzo, un giovane, cerca luoghi e tempi di bene per sé, di bene condiviso, di bene promettente. La saggezza di chi educa è generare esperienze che consentano di attraversare il tempo degli inizi, per imparare a governare la vita nella stagione delle decisioni e della responsabilità. Questo vale anche per l’esperienza spirituale, soprattutto in un oggi che ha meno segnali di orientamento, meno struttura, meno ‘tradizione’, meno radicamenti. In un oggi che chiede di osare anche un silenzio che fa “lievitare” l’anima (come ci ha ricordato il tempo dell’adorazione eucaristica, durante la veglia di Tor Vergata).

Infine. Senza cadere nell’ingenuità di pensare che basta essere giovani per riconoscere quali sentieri conducono al futuro, quali decisioni vanno prese, quali intuizioni e sogni hanno ragion d’essere, sarebbe bello ricordare che il capitolo 65 della Regola di S. Benedetto – che parla dell’elezione dell’abate – afferma che “spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore”. Occorre – nella Chiesa che stiamo vivendo, con un Sinodo in attesa di conclusione – intuire, generare, promuovere strumenti di partecipazione, ascolto, condivisione che possano in qualche modo lasciare spazio allo Spirito che parla ai giovani. Come dice il profeta Gioele (3,1-2): Dopo questo io effonderò il mio spirito sopra ogni carne e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie, i vostri anziani faranno ogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi in quei giorni effonderò il mio spirito”.

Se dal Giubileo dei Giovani 2025 germoglierà un futuro, sarà certo per l’intuizione della libertà – concreta, reale, fragile – di chi ha partecipato, ma attraverso la pazienza, la passione e l’inventiva di chi – come umile e testardo contadino – offre scorci credibili, talvolta inediti, di umanità in azione, fecondata dal Vangelo. Perché lo Spirito, quando soffia, scompiglia.

Una risposta a “Dopo Tor Vergata: lo Spirito, i semi, i contadini”

  1. Pietro Buttiglione ha detto:

    Ho apprezzato molto il suo desiderio di servire i giovani. Che Dio la aiuti e la
    😭😭 sostenga e…grazie!!
    Compito difficile ma necessario e urgente per il semplice motivo che con i ∆\rivoluzioni in atto mica possiamo gestirli noi vecchi bacucchi!😭😭

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