Dalla navata alla cattedra: ciò che Marrone vede, io lo vivo

Parrocchia e diocesi: continua il dibattito
18 Marzo 2026

Domenico Marrone denuncia un rovesciamento che attraversa molte diocesi: il centro che dovrebbe servire la periferia finisce per assorbirne le energie e chi coordina finisce per soffocarne la vita ordinaria. È una diagnosi che condivido e che riconosco anche un livello più in basso. La tensione che Marrone descrive tra diocesi e parrocchie si riproduce, con la stessa logica, nel rapporto tra parrocchia e fedeli. Non è una correzione alla sua analisi: è un prolungamento necessario. Ciò che lui vede da pastore, io lo vivo da fedele che ci abita dentro e che cerca di capirne le ragioni strutturali.

Parto da un episodio che non ho dimenticato. In occasione di un convegno diocesano sulla realtà sociale locale, la coordinatrice di una Facoltà di Scienze Sociali si rese disponibile a offrire le competenze del proprio dipartimento: ricerca sul territorio, lettura dei dati, strumenti di analisi. La risposta del Cardinale fu lapidaria: «Non ne abbiamo bisogno, ci sono i nostri preti». Nessuna malevolenza, nessuna scortesia intenzionale. Solo la convinzione, evidentemente così radicata da non richiedere argomentazione, che il titolo ordinato fosse sufficiente a coprire qualunque campo del sapere e dell’azione ecclesiale. La competenza specifica era irrilevante. Il grado bastava. Quella risposta non è un episodio isolato: è la logica di sistema espressa con involontaria chiarezza.

Marrone chiama questo fenomeno «parrocchializzazione delle diocesi» e ne individua un motore nella cultura dei social media, che premia ciò che è visibile, narrabile, condivisibile, e penalizza la vita ordinaria delle comunità locali. Ci vedo però qualcosa di più antico, che i social non hanno creato e che si sono limitati ad amplificare: un modello di chiesa organizzata per funzioni anziché per servizi. Il laico contribuisce alla vita reale della comunità, ma è invisibile nella sua rappresentazione pubblica, non per scelta consapevole, ma perché la struttura per funzioni produce questo risultato spontaneamente.

La distinzione non è solo terminologica. Una chiesa per funzioni subordina organizzazione e responsabilità al titolo e al grado: il prete è più competente del laico non perché conosca meglio la realtà sociale, la vita familiare o la pedagogia dell’iniziazione cristiana, ma perché è prete. La funzione precede e giudica la competenza. Una chiesa per servizi inverte questa logica: le responsabilità sono distribuite secondo le competenze effettive e i carismi reali, il riconoscimento formale viene dopo, come conferma di qualcosa che la vita comunitaria ha già reso manifesto.

Il Vaticano II ha indicato con chiarezza il fondamento di questa seconda logica: la dignità battesimale come principio strutturante della vita ecclesiale. Ogni cristiano, per il fatto di essere battezzato, è inserito nel sacerdozio di Cristo e partecipa alla sua missione. Nessun ministero successivo aggiunge a questa dignità, né la subordina a sé: ogni ministero è un servizio specifico che emerge dal battesimo come sua espressione concreta in un ambito determinato. Il sacerdote non è ontologicamente superiore al laico come cristiano: è configurato in modo specifico e permanente a Cristo Capo per l’esercizio di ministeri propri, la presidenza eucaristica e la riconciliazione sacramentale, non per la guida universale di qualunque ambito della vita ecclesiale.

La prassi, però, ha recepito la lettera del Concilio senza riceverne lo spirito strutturale. Il caso più rivelatore è quello della pastorale familiare. In molte équipe parrocchiali la famiglia è formalmente presente seduta allo stesso tavolo del sacerdote, ma è interpellata per offrire esperienza, testimonianza, vissuto, mentre il pensiero, la direzione e le decisioni restano al sacerdote. I coniugi parlano di ciò che hanno vissuto; il prete dice cosa significa. È inclusione dentro una logica in cui il laico porta il materiale grezzo e il ministro ordinato lo elabora: supplenza mascherata da partecipazione, e la forma più insidiosa del clericalismo, proprio perché si presenta con il volto della sinodalità.

Marrone scrive che «mentre si invoca una Chiesa più sinodale e partecipativa, si rischia di rafforzare una dinamica in cui il centro pensa, propone, decide, e le parrocchie si adeguano, rincorrono, partecipano». Lo stesso accade dentro le parrocchie: stessa logica, scala diversa. Il laico partecipa, non co-decide; testimonia, non pensa; esegue, non propone.

Il punto non è distribuire il potere in modo più equo, come se fosse un problema politico. È riconoscere che la dignità battesimale ha conseguenze strutturali precise: la competenza effettiva, il carisma reale, l’esperienza maturata in un ambito determinato, precedono e giudicano il titolo formale. Un coniuge con trent’anni di vita matrimoniale e solida formazione teologica è «persona probata» nella pastorale familiare in un senso che nessun celibato ordinato può sostituire.

Nella seconda parte del suo articolo, Marrone richiama Karl Rahner: la parrocchia è il luogo in cui la Chiesa si fa evento. Ma se la parrocchia è il luogo dell’evento ecclesiale, chi è il soggetto di quell’evento? Non può essere solo il ministro ordinato, perché l’evento di cui parla Rahner, la Parola ascoltata, i sacramenti celebrati, la comunione vissuta nella concretezza della storia, coinvolge tutta la comunità battesimale. Se il battezzato è ridotto al ruolo di spettatore, quella parrocchia non è il luogo in cui la Chiesa si fa evento nel senso rahneriano: è il luogo in cui l’evento è gestito per lui, non con lui. La categoria di Rahner, dunque, non sostiene il clericalismo. Lo smonta, se la si legge fino in fondo.

Marrone conclude che una diocesi matura non è quella che organizza di più, ma quella che rende possibile la vita delle parrocchie. È vero. Aggiungo che una parrocchia matura non è quella in cui il laico è ben accolto, ma quella in cui è riconosciuto come soggetto ecclesiale originario, non come risorsa da attivare quando il sistema non basta a sé stesso. La tensione che Marrone descrive in verticale si prolunga in orizzontale, dentro le comunità locali. Nominarla, credo, è già un primo passo per abitarla diversamente.

4 risposte a “Dalla navata alla cattedra: ciò che Marrone vede, io lo vivo”

  1. Alessandro Toniolo ha detto:

    Diritto Canonico.
    Can. 129 § 1: abili, giurisdizione divina.
    Nel caso del sacramento del Matrimonio: didatticismo puro.
    Sperimentato da 55 anni (sono sposato da 52).
    Il Battesimo è per tutti.
    I “munera” per pochi eletti perché ordinati.

  2. Gabriele Guerzoni ha detto:

    Che bello! Come è vero! Grazie, Edoardo: ha espresso molto bene un sentire personale e, credo, diffuso!
    Ma per realizzare ciò che propone, non credo sia sufficiente che il clero si converta e cambi prospettiva (come nell’illusione della sinodalità).
    Ritengo che debba essere eliminata la figura del sacerdote onnipotente e onnifacente, sacro, ordinato, che accentra tutti i ministeri, come risulta (mi pare) dalla Didaché e si debbano valorizzare ministeri incarnati da persone diverse e, forse, in modo temporaneo.
    Grazie ancora e buon lavoro a tutti!
    Gabriele Guerzoni

  3. angelo bertolotti ha detto:

    Sig. Mattei il problema siamo noi laici che manteniamo in vita questo sistema. Basterebbe starne fuori invece di dare credito, fiato e continuita’ a questa situazione limitandosi, poco e’ meglio di niente, a denunciare.

  4. Pietro Buttiglione ha detto:

    Mi pare che qui ci si giri intorno senza dirlo chiaramente. Perciò esplicito:
    La Chiesa x FUNZIONI non ha NESSUN bisogno di ALCUNA VERIFICA.
    Ma non vedi quante funzioni noi offriamo?? Vabbè.. forse devi vederle lato Diocesi e non Parrocchia.. ma guarda quali e quante iniziative a livello di Diocesi!!!
    Tutte lodevoli, il va senso dire.
    MA I RISULTATI?? I RISCONTRI?
    Cerrrto! C’era un po’ di gente.. ma basta questo?
    SE invece di funzioni al centro mettessimo i servizi… Ecc ecc ecc

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