Il tempo di Pasqua può essere un’occasione propizia per aprire il nostro sguardo verso il mistero che supera il tempo, ossia provare a sostare sull’eternità; infatti, se abbiamo fede in Gesù, abbiamo fede in un Risorto, ossia in colui che ha attraversato la morte e ha, per questo, aperto la nostra vita a un tempo che non avrà fine.
Di più, in ciò noi possiamo vedere una cura particolare per ciascuno di noi, un affetto singolare, un chiamarci per nome: perché c’è un posto per ognuno di noi, come il Vangelo oggi ci ricorda. È un posto eterno, un posto che ci aiuta a non vedere nel qui e ora, nel contingente, l’unico senso del nostro esistere. Gli idoli a cui siamo tentati di accordare fiducia —il denaro, il potere, il possesso, il dominio — in ultima analisi, come insegnavano i Padri della Chiesa, non sono altro che un tentativo umano di spostare più in là il limite della morte. Che, però, arriva. Inevitabile. Ma il Risorto, che non annulla la morte, ne fa un passaggio in cui, vuole dirci, non saremo soli, «perché dove sono io siate anche voi». Stare con lui, stare dove è lui. Farci prendere per mano da lui.
Facciamo una fatica enorme e sporgerci sull’eterno, ed è comprensibile. Lo diceva bene il cardinal Martini, quando dichiarava che aveva sempre fatto fatica ad accettare la morte, fino a quando aveva capito che è l’unico momento in cui non c’è una via di fuga, un’uscita di sicurezza: lì ci è chiesto un abbandono totale. Lì ci è chiesta la fede in quel Risorto che ci ha preparato un posto, che vuole condividere una dimora, una casa, con noi. Ma l’abbandono totale, ultimo, è quello più radicale. E, quindi, quello che fa più paura.
Non è strano parlare di morte in tempo di Pasqua, dal momento che la resurrezione è proprio quel rendere Gesù di Nazareth «via» verso un tempo eterno, un tempo di comunione con Dio, di cui lui è narrazione, racconto, rivelazione: «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Allora non possiamo dimenticarci che tutte le immagini che sovrapponiamo al volto di Dio dovrebbero cadere di fronte al Vangelo, che è la Parola su Gesù, che è la rivelazione, il disvelamento, il manifestarsi di Dio. Ma noi, a quel Dio che è tra le pieghe del Vangelo, crediamo? Crediamo a quel Dio che è a tavola con Zaccheo, che è al pozzo con la Samaritana, che è il narratore delle parabole, che è colui che intesse il discorso della montagna, che l’uomo che chiama ‘Maria’ nel giardino di Pasqua, che cammina verso Emmaus?
E poi, potremmo forse chiederci quale posto occupa l’eterno nel nostro quotidiano, nello svolgersi del tempo di Pasqua. Ammesso che un posto ci sia, per questo scrutare oltre l’orizzonte, non tanto a livello razionale, quanto a livello esistenziale, integrale.
In questo sentiamo qualcosa che è umano, nel profondo: «È evidente che l’uomo non si è mai rassegnato alla notte completa» diceva la filosofa spagnola Maria Zambrano. Che abbiamo o no fede, tutti speriamo, anche nell’ateismo più radicale, che in qualche modo un barlume di luce ci sia alla fine della vita; nessuno vuole rassegnarsi alla notte completa. Nessuno può davvero volere un annientamento di sé e dei suoi cari.
Almeno come desiderio, c’è il filo che ci porta all’eterno. E di quel filo, abbiamo una via, una narrazione fatta persona, una Parola divenuta compagno di strada, un Dio che si prende cura di noi; ieri, oggi, domani.
Provo a rispondere io alla ? di Brian..
Il fatto che l’Universo stia andando verso una morte certa lo accomuna a TUTTI i frutti dell’Evoluzione.. che, come noi, nasciamo per poi morire.. Dice qualcosa il pensiero che senza la morte dei viventi noi non saremmo qui xchè mancherebbe il substrato BIOS?
Certo che c’è la spinta alla vita.. la stessa riproduzione lo attesta! Ma esso è strettamente legato alla Morte.. impossibile, senza!
Qs riflessione taglia tante prospettive escatologiche e ci lascia soli con la domanda susseguente:
Esiste una dimensione dello Spirito, al di fuori dello spaziotempo? E se esiste è solo post-mortem o anche qui e adesso??
Volontà di credere di amare e di fare sono la base della vita, fatta di relazioni; volontà di essere è la base della non vita, delle non relazioni, della solitudine, dell’autoreferenzialità, altri modi per esprimere la morte e anche la vita eterna non può che essere basata sulle relazioni, le molte dimore. Relazione è con chi è altro da sé e da noi, il nemico per esempio o un padre o qualcuno che non conosciamo o che non capiamo.
Finito di leggere Brian Greene
” Fino alla fine del tempo”
Raro trovare un testo così aggiornato, ben scritto, che, senza perdersi in chiacchere, descrive il panorama delle scoperte scientifiche dal Big Bang fino al Big Freeze. Solo due appunti:
1) non è vero che Buddha sostenesse la reincarnazione.
2) da buon prof di mats&fisica sostiene che il libero arbitrio umano non esiste: tutto spiegabile con i neuroni.. come dice il Libet.. Invece se arbitrio=Will=scelte DEVE ammettere che alle varie scelte obbligate dal determinismo EVO/DEVO per l’Uomo c’è ne sono altre mille che la sua mente produce liberamente.
Nella parte finale pone qs domanda che condivido con voi. Siamo affranti dalla prospettiva della ns Morte. Ma cosa cambia quando sappiamo bene che l’Universo stesso sta intorno a noi precipitando verso la fine, di cui lui elenca tanti eventi probabili +/- vicini??!!
Credere che esista un aldilà fuori dal tempo e dallo spazio…
Scusatemi se sono chiaro e netto..
Ma non ‘crederci’ con la testa è cecità assoluta! Troppi i segni, troppe la testimonianze, è VERITÀ.
Ma cosa diversa è adeguare ad essa la nostra vita.. non tanto come scala dei valori che è diretta conseguenza del credere razionale.., ma come cuore, come pancia, come desiderio, in una parola
Come sentirsi già di là.
Vero Spirito.