ANNO C – XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Per questo ciclo di “spigolature”, mi ero ripromesso di commentare in ciascun brano giusto due dettagli, precisamente due frasi: una del Signore Gesù ed un’altra dei suoi interlocutori, segnalando le differenze di registro e di prospettive che, da profano, mi sembra di scorgere. Se non che, nel brano di questa domenica, parla solo Gesù e, a dire il vero, le parole che pronuncia ci risultano dure e, in qualche modo, dissonanti rispetto al cuore del suo messaggio.
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione.
Si parla anche di un fuoco che deve divampare, e la prima lettura porta alla nostra attenzione un episodio della vita di Geremia, l’uomo che si è lasciato sedurre da Dio, il profeta con un fuoco ardente trattenuto nelle ossa.
Mi sembra che siano possibili diversi livelli di lettura.
Può essere che il brano del Vangelo faccia riferimento all’esperienza della prima comunità cristiana: le conversioni, il taglio netto con il passato, e, inevitabilmente, le incomprensioni che accompagnano chi si converte al suo Vangelo. Incomprensioni sempre più forti, man mano che le conversioni si diffondevano a macchia d’olio, percepite come un virus, nocivo allo status quo.
Dopo questa separazione primigenia, tra la comunità dei credenti in Cristo e tutti gli altri, noi discepoli siamo diventati esperti di (dolorose) divisioni. Avendo ricevuto in dono il Vangelo, buona notizia, è quasi inevitabile che ciascuno si senta custode di un pezzettino di verità: la tutela di questo frammento diventa motivo di giudizio e di separazione tra cristiani. E così la storia della Chiesa è anche storia di scismi e fratture, con lo strascico degli anatemi (e delle persecuzioni).
Senza bisogno di arrivare agli scismi, tutti abbiamo in mente situazioni in cui, all’interno della comunità ecclesiale, ci si ritrova su lati opposti di una invisibile barricata. I temi delle riforme ecclesiali sono un tipico terreno di scontro, per non parlare della riforma liturgica in particolare. E poi c’è la politica. A ben vedere la radice del dibattito intraecclesiale è quasi sempre la stessa: la postura della Chiesa nel mondo, nel mondo che cambia. Siamo fedeli testimoni se rimaniamo nell’alveo perfettamente tracciato, oppure, cercando di far correre la Parola, possiamo tracciare qualche sentiero nuovo, in territori che non sono nostri? Da profano di storia oltre che di Scrittura, mi permetto di ricordare che una quarantina di anni fa il laicato cattolico italiano ha sperimentato un aspro dibattito tra due posizioni indicate sinteticamente come “presenza” e “mediazione”. Persino nel recente dibattito sinodale, può essere che qualcuno abbia registrato maggiore sintonia con chi stava fuori, rispetto ai compagni di banco nell’aula liturgica.
Oltre queste divisioni vissute come fatto collettivo, c’è anche un livello personale: il credente deve affrontare incomprensioni tanto più forti, quanto più il Vangelo viene preso sul serio. È l’esperienza di tanti “profeti”. Se Dio vuole, le beatificazioni arrivano dopo e, tenuto conto di tutto, della complessità dei processi e dei contesti, può essere che vengano proposti alla venerazione chi non faceva sconti al Vangelo insieme a chi “suggeriva maggiore prudenza”. Ma, oltre i profeti, questa esperienza di penosa marginalità è anche vissuta da tanti cristiani mai saliti all’onore della cronaca e degli altari.
Rimane una domanda: se il fuoco trattenuto nelle ossa è destinato a divampare, e, divampando, a mettere in discussione le situazioni consolidate, la scia di dolorose divisioni non contraddice la convocazione in un unico gregge, che germina dall’unità della Chiesa? Si tratta, dunque, di trovare un senso a questo “vangelo di divisioni”.
Ben venga il fuoco come antidoto ad un cristianesimo annacquato, ben vengano il confronto e la divisione se sono conseguenza di un momento di verità. Ma queste condizioni non rappresentano il destino ultimo della Chiesa e dell’umanità.
Possiamo accettarle come passaggi intermedi, talvolta inevitabili, per ritrovarci, nella verità e nella rinnovata concordia, ad avanzare alla sequela del Cristo.
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(IL PROFETA GEREMIA – Michelangelo Buonarroti, 1512, Città del Vaticano, Cappella Sistina)
Unità della Chiesa.” Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la Fede sulla terra?” Sembra diretta al tempo che noi stiamo vivendo. La Chiesa di Roma, e la Chiesa di Mosca e ancora altre ascoltando lo stesso Vangelo si direbbe che ognuna umanamente lo viva diverso come nella propria umana storia, per non dire che ciò avviene per ogni singola persona. Ecco dunque che in Gesù Cristo credono le diverse Chiese, sorelle? E Lui non ha forse detto”la convinzione che tu hai, conservala per te stesso davanti a Dio. Beato chi non condanna se stesso a causa di ciò che approva. Noi che siamo forti abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere se stessi. Per cui è l’agire secondo Cristo che unisce il realizzare la Pace secondo il suo Vangelo ciò che sembra essere la via d’uscita da seguire oggi, il Santo Padre invita a essere uniti per diventare forza motrice a raggiungere il bene comune.
Purtroppo per chi trova la verità, secondo le sue convinzioni, non è facile convincere il suo prossimo, non non disponendo di prove certe che la dimostrino, se non il proprio blaterare. La divisione che da qui nasce ha inevitabilmente più senso del rinunciare alla verità a favore dell’unità, affidandosi più alla speranza che alla rinuncia o peggio alla negazione. Questa divisione può riguardare alla stesso modo sia l’individuo, diviso in se stesso tra la verità, la propria volontà e vita, che la comunità che si ha particolarmente a cuore in questo post.
Caro Lorenzo ho riflettuto sulla tua ? Iniziale.. Divisioni& UNUM??
Contro-domanda:
Ma le attuali facies della varie Chiese rappresentano Cristo??
Mi rispondo:
Nessuna. Tutte in qualche parte.
Quindi le divisioni sono in tanto e per quanto Cristo attende ancora qualcuno che si occupi VERAMENTE di Lui e non di
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