In questa Pasqua 2026 è difficile non sentirsi come i due che sono in viaggio verso Emmaus, fuori da Gerusalemme. Li sentiamo forse vicini, abbiamo sentimenti come quelli che vivono loro: abbiamo avuto un annuncio di resurrezione, in qualche modo abbiamo incontrato chi, nel tempo, ci ha detto che quel Gesù che è morto, in realtà è vivo. Ma noi, noi che siamo in cammino, possiamo avere il cuore un po’ pesante, il cuore un po’ triste.
Siamo in viaggio, lontano da quel fazzoletto di terra dove grandi e dolorose vicende sono accadute; siamo in cammino verso Emmaus, a 11 km dal luogo che conta, dal luogo in cui — ci hanno detto — dei fatti insoliti sono accaduti. Siamo turbati, forse: perché lo spettacolo che abbiamo avuto davanti agli occhi è di sofferenza, ieri — la morte del Rabbì che aveva acceso le nostre speranze — e oggi: guerre e violenze ogni anno sempre più; il nome di Dio usato come arma per giustificare il male; turbamenti, dolori di popoli e di singoli. E allora dobbiamo farci la domanda dura, radicale: la resurrezione dov’è?
Quei due di Emmaus sono vicini al pensiero e al sentimento di molti: dicono che è risorto… ma la resurrezione, appunto, dov’è? Quei due in cammino, forse, sono come ognuno di noi; ognuno di noi che si sente «minacciato in egual misura dall’essere e dal nulla», per dirla con Maria Zambrano (che si riferiva a Machado, ma che, in fondo, si riferisce a ogni essere umano).
Abbiamo davvero bisogno che uno sconosciuto si avvicini, accosti se stesso al nostro cuore, chieda, ascolti, accolga; abbiamo bisogno che il nostro turbamento trovi ospitalità; perché altrimenti la nostra fede nella vita, la nostra speranza nella resurrezione, sono solo uno dei tanti motivi consolatori che soffoca, nasconde, ma non scende nel profondo.
Abbiamo bisogno che uno sconosciuto si faccia carico delle nostre domande, delle nostre tristezze, dei turbamenti dell’ora che viviamo. Che ci sappia prendere per mano e accompagnarci per qualche miglio, che sappia stare come noi in quel movimento tra l’essere e il nulla. Quello sconosciuto, peraltro, conosce bene il turbamento radicale: ha pregato che passasse un calice, e quella preghiera non è stata accolta. Ha lanciato il suo grido di abbandono, di disperazione, nel momento più buio del suo soffrire… Certo, ha conosciuto la luce, la vita, la vittoria; ma dopo.
Allora egli sa davvero venirci accanto, prestare orecchio e cuore; come quei due di Emmaus, anche noi abbiamo qualche cosa da dire, da consegnare allo sconosciuto. Che accogliendo, ci aprirà nuovi scorci, ci indicherà nuovi orizzonti.
Ma la resurrezione è vera se è umana, profondamente umana; la sua, la nostra, dell’umanità piegata dall’ora presente. Quindi, che sia vera anche la confidenza, che sia vero il nostro porgere noi stessi, con quello che siamo.
Possiamo confessare, con quei due in cammino: «Lui non l’hanno visto». Perché è difficile, oggi, vederlo; vedere luci di vita, resurrezioni, aperture sul bene, vittorie sulla morte. È difficile vedere Gesù di Nazareth risorto da morte.
Ma lui lo sa, lui accoglierà; e lui, comprendendo, si siederà anche a tavola con le nostre povertà, le nostre fragilità, le nostre speranze dal fiato corto. Ci dirà che i tempi di Dio non sono i nostri tempi. E ci dirà che la risurrezione è fedele, è quotidiana, è semplice. E ci dirà che quando crediamo di vederla, quando la incontriamo, la resurrezione sparisce, per continuare a camminare, per continuare a cercarla, pur avendola vista.
Scriveva Bonhoeffer: «È dalla resurrezione di Cristo che può spirare nel mondo presente un nuovo vento purificatore». Come i due di Emmaus, lasciamo nel suo cuore il nostro cuore; e come loro, avendola intravista, a 11 km da Gerusalemme, fuori, oltre i confini, oltre i tracciati consueti, proviamo a tornare sul sentiero per sperimentare ripartenze, in libertà, in letizia, in profondità. Per sentire il «nuovo vento purificatore».
«Se un po’ di persone lo credessero veramente e si lasciassero guidare da questo nel loro agire terreno, molte cose cambierebbero. Vivere partendo dalla resurrezione: questo significa Pasqua»: così scriveva in tempi bui, da un carcere, Bonhoeffer.
Forse, due alla volta, se ci lasciassimo guidare dalla resurrezione, qualcosa cambierebbe.
Tra il nulla e l’essere, facciamo pendere la bilancia sull’essere.
Almeno per noi.
Buona Pasqua, di ripartenze.
(ph: E sparì dalla loro vista, Henry O. Tanner, Smithsonian American Art Museum, Washington, D.C)
Se Cristo è stato l’ultima Parola del Padre, noi dovremmo solo vivere secondo la Sua Parola, per essere sicuri di trovarci nel giusto cammino a perseguire la ns. resurrezione, che Lui donando la sua vita ci ha conquistato. Credere nella Resurrezione, aspirare a questo fine implica un vivere ogni giorno secondo ciò che Cristo ha insegnato, avere perseveranza di fede e il coraggio di affrontare le molteplici difficoltà , sicuri che Lui il vivente si farà accanto a infonderci quell’aiuto di cui abbiamo bisogno, tanto da farci dire , come i due di Emmaus , abbiamo incontrato il Signore, . E’ operando secondo la sua Parola che facciamo vivere il suo Vangelo pur nei ns. limiti. “Ama Dio soprattutto e il prossimo tuo come te stesso” questo significa il ricevere e fare la sua Pace.