ANNO C – XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
«Signore, sono pochi quelli che si salvano?» È un tale della folla che parla, eppure oserei dire che facciamo qualche fatica a ritrovarci nelle sue parole.
Salvarsi… e da cosa???
Da ogni male, salvaci, Signore. Da ogni peccato, salvaci, Signore. Dalla morte eterna, salvaci, Signore.
È un crescendo: da ogni male, le cose brutte che ci possono capitare (in questa vita); da ogni peccato, le nostre azioni disordinate che diventano il male nel mondo (in questo mondo); dalla morte eterna … e qui si parla decisamente d’altro. Si parla di un destino, oltre questa vita e questo mondo, un destino segnato dalle nostre scelte, qui ed ora, e proiettato nella ricapitolazione finale, quando di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti. Certe parole della fede cristiana, pur ripetute domenica dopo domenica, di fatto rimangono relegate in secondo piano anche nei discorsi di noi frequentanti: la proposta di una vita buona, di qua, (giustamente?) si mette davanti alla promessa della vita eterna, al di là della morte. Al di fuori del nostro giro, se iniziamo a parlare di queste cose, probabilmente siamo guardati con compatimento: certi discorsi sono duri.
E, in ogni caso, per noi credenti del XXI secolo, la fede nella sovrabbondante misericordia di Dio, molto probabilmente, ha la meglio sul timore del giudizio.
All’opposto della salvezza c’è la perdizione. Al di là dell’accezione morale, c’è il perdersi come condizione esistenziale: perdere la bussola, perdere la speranza; noi italiani abbiamo un’immagine potente a questo proposito: la selva oscura, nel mezzo del cammino della vita.

La risposta del Signore si articola su diversi piani.
Da una parte abbiamo la convocazione universale, da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno (tema anticipato da Isaia nella prima lettura), dall’altra, l’immagine della porta stretta. Ovviamente le due cose non si contraddicono: alla convocazione si risponde con un impegno. In ogni stato di vita è offerta la possibilità di diventare sacerdoti leviti, ma è una porta stretta, un sentiero impegnativo ed esigente; non a caso Paolo esorterà i credenti ad offrire sé stessi come sacrificio vivente, culto spirituale.
A questo riguardo il Signore pronuncia parole molto severe, indirizzate a chi pensa di poter spacciare per sequela la semplice consuetudine con le pratiche religiose. Se alcuni dei primi diventano ultimi, nessuno può pensare di godere di rendite di posizione. Né la semplice condizione di ultimo/a, rispetto alle graduatorie mondane, costituisce titolo di merito per la salvezza.

La frase iniziale, da sola, fornisce un’indicazione interessante:
Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Il Signore percorreva le strade della Palestina, magari non era lineare il percorso, ma era chiara la meta: Gerusalemme, che vuol dire la croce, porta stretta per antonomasia. Anche il percorso della nostra vita non è detto che sia lineare. Conservare memoria, più o meno conscia, di una direzione da cercare e tenere è precondizione per non girare a vuoto (che è un perdersi).
E, infine, quando si incappa nella selva oscura, rimane sempre valida l’invocazione delle litanie: salvaci, Signore. Salvaci qui ed ora, salvaci per sempre.
Non vorrei sbagliarmi ma mi pare proprio che Gesù ci dica, in forma di parabola, di non attendere la salvezza futura ma di cercare la salvezza ora nella vita terrena. Nella parabola del samaritano ci viene proprio detto che la salvezza di Cristo si realizza attraverso il prossimo e ognuno può al contempo ricevere o donare la salvezza agli altri. La porta stretta è la speranza e l’esortazione che questo avvenga.
Veramente Gesù parla di “qua”e di “là” come veramente è.
“Insegnaci a pregare”, chiesero i discepoli. E Gesù: “Padre nostro che sei NEI CIELI”. Non disse SULLA TERRA, dove pure è, proprio per indicarci un’altra dimensione, un ALDILA’.
Nella parabola del ricco epulone parla chiaramente di inferno e paradiso. E ancora “Io vado a prepararvi un posto” “Nella casa del Padre mio ci sono tanti posti”
E al buon ladrone espressamente: “Oggi stesso sarai con me in Paradiso”. Vado a memoria ma nel Vangelo si parla spesso di aldilà.
C’è una certa paura oggi a parlare dell’aldilà. Paura o tentazione.
Così come è tentazione alienarsi dai doveri del presente con la scusa dell’aldilà come fece il servo che sotterrò i talenti.
Penso a mia volta che diventare “seme di Dio” alla ns. nascita, grazie a quel battesimo che i genitori si sono premurati ricevessimo, sia stato un grande dono, a dare alla ns. vita un significato, volendo, a salvarla dalla perdizione. “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” dice Marta addolorata a Gesu, Gesu dunque la Porta, la Via, la Vita a far crescere e maturare la ns. persona.. Questa riflessione viene però dopo diverse prove vissute nelle quali Cristo lo abbiamo realmente cercato avvicinato chiedendo il suo aiuto, dove la sua Parola era luce anche per la ns. difficoltà da superare. E’ dunque con speranza che crediamo a quanto è stato promesso circa un regno dove per tutti c’è un posto riservato. Ma è consolante anche pensare vivi i ns. cari un amore che non sentiamo interrotto, così condivido il pensiero espresso da Papa Ratzinger dicendo che sperava incontrare i suoi famigliari, un desiderio di amore umano reso possibile perché anche divino?
Ma questo prima e dopo, questo dividere tra prima e dopo la morte fisica, secondo me, è riduttivo.
Se io sarò quel che sarò stato in questa vita, nel qui e ora, quindi sarò salvo nella misura in cui avrò saputo toccare Spirito nella vita concreta, forse non c’è differenza tra il prima e il dopo.
Cristo salva, se io mi salvo.
Se io tengo le persiane chiuse della mia coscienza, non potrò vedere il Sole dietro di esse.
Dipende da me, aprirle o meno.
Sono io che devo chiedere e cercare..la Salvezza che aspettiamo come ricompensa in un dopo, non potrà essere altro da ciò che avremo seminato, non per la ricompensa di un Dio che vuole essere riverito, ma solo perché non si può Essere ciò che non si È.
Il prima e il dopo Sono la stessa cosa: Eterno Presente.
Tu sei sempre tu da quando eri un embrione: sei sempre Paola. La diversità sta nella crescita. Sei sempre tu ma cresciuta sei un’altra.
Poi ci saranno poteri nuovi rispetto ai mortali. Gesù risorto entrò a porte chiuse con il corpo risorto.
Santa Faustina Kowalska scrive di un sogno premonitore. Doveva arrivare in cima alla montagna tra insulti e percosse anche dei familiari esempio di croce e di via stretta. Ma una volta arrivata Gesù le consegnava un sacchetto di monete varie che lei poteva usare a piacimento. Te li sei guadagnati e sono tuoi. Erano i poteri della nuova condizione.
Io aggiungo che ci libereremo per sempre di Satana che regna su
questa terra ed è causa della maggior parte delle nostre infelicità. Penso che ci sarà un prima e un dopo. Mi vengono in mente, poi, le parole del Magnificat dove si profetizza un cambiamento di posizione fra il prima e il dopo.
Sì Maria, ha ragione, Paola è la stessa da sempre, pur mutando durante la vita terrena.
Ma allora c’è in lei un Seme che non muta, oltre Paola.
Secondo me, l’umanità è già salva da sempre, perché ha in sé il Seme del compimento, che certo coglie per gradi.
Ma quel passaggio nel tempo, credo sia creaturale, non di Dio, che salva da sempre e per sempre.
Certo le condizioni affinché il Seme maturi, esistono.
Io però credo che non siamo tanto chiamati a sperare in un dopo e in un al di là che non conosciamo, quanto piuttosto di far crescere quel Seme qui e ora, e di rendere cosi, attraverso il nostro cammino, il cielo, alla terra.