Perché fatichiamo a parlare in ‘lingue diverse’ facendoci capire?

Quale profezia c’è nel tentativo di dire una parola diversa per ogni vita, ogni situazione, in un tempo di parole urlate e disumanizzanti?
23 Maggio 2026

Nella bella immagine che gli Atti degli Apostoli ci consegnano in questa domenica di Pentecoste, con quelle fiamme che illuminano ogni presente — gli apostoli e Maria e le altre donne (At 1,14), — mentre «si trovavano tutti insieme», è bello vedere come si manifesta la conseguenza di quel dono dello Spirito: la capacità di «parlare in altre lingue», secondo la capacità che donava lo stesso Spirito. Ed è in quel parlare lingue che «Parti, Medi, Elamiti» ed altri intendono e comprendono, avvertendo che c’è una parola per loro, che una voce li riguarda. Ciascuno, nelle diversità di provenienze, culture, estrazioni, si sente in qualche modo riconosciuto, si percepisce come destinatario di un messaggio.

Mentre a Babele la molteplicità delle lingue aveva generato confusione e mancanza di comprensione, qui c’è invece un avvio di unità, senza uniformità: ogni volto ha una storia, e la parola pronunciata riguarda quella storia, una storia che, ci ricorda Paolo, viene dissetata nel medesimo Spirito pur nella ricchezza cangiante delle esistenze. E pur nelle diversità di racconti di Pentecoste — il vangelo di Giovanni o Luca — è bello notare come lo Spirito giunge come un dono là dove le porte erano chiuse; paure, timori, disorientamenti, incertezze, delusioni sono quelle serrature che chiudono le porte del luogo in cui i discepoli stavano. Ma lo Spirito giunge, lo Spirito non si ferma, lo Spirito ri-genera.
Crediamo a questa Parola?

Dobbiamo forse chiederci perché oggi fatichiamo tanto a parlare le lingue degli uomini, perché il nostro sforzo non riesce a sintonizzarci con «Parti, Medi, Elamiti» che abitano il nostro tempo; perché il nostro dire sembra spesso infruttuoso. Abbiamo forse paure e timori, incertezze e delusioni; ma lo Spirito arriva, conforta, consola, apre, feconda. E da lì, se davvero ci rendessimo più docili, se avessimo meno confidenza in noi e più nello Spirito di vita, forse da lì potremmo ritentare vie di riconoscimento degli altri, potremmo provare a formulare parole che i nostri contemporanei possano intendere. Ma siamo almeno consapevoli che la nostra lingua è poco intesa, poco compresa?
Siamo coscienti che nel nostro tempo, tempo di conflitti e delle lingue usate come mezzo di violenza, ci servirebbe una lingua che unisce, una lingua di umanità, pur custodendo le differenze?

In qualche modo la Chiesa, anche nel suo terminale più quotidiano, se si facesse comunità che unisce senza voler uniformare, che valorizza la pluralità di carismi senza stendere un velo di conformismo, potrebbe essere un luogo di profezia per l’oggi… se davvero, oltre le retoriche, potesse rendersi capace di una lingua per ciascuno, di una lingua per ogni vita.

ph: The Coming of the Holy Spirit at Pentecost, Charles Nicolas Cochin II, XVII sec, MET, New York

3 risposte a “Perché fatichiamo a parlare in ‘lingue diverse’ facendoci capire?”

  1. Pietro Buttiglione ha detto:

    Cito:
    ….. la Chiesa, ……se si facesse comunità che unisce senza voler uniformare, che valorizza la pluralità di carismi senza stendere un velo di conformismo….
    Mi permetto di evidenziare che…..
    ….se si spogliasse di tutti quegli orpelli che la DISTINGUONO che così la rendono differenziata/diversa/ incomunicabile..
    Omofobia? Non basta! Occorre un atteggiamento diverso vs. Il peccato!
    Diverso vs. peccato? Non basta! Occorre smetterla di SOSTITUIRSI a Dio e lasciare a Lui il posto, il potere, la Gloria, la Lode..
    Si deve VEDERE/SENTIRE Dio invece del clerico di turno..
    Se ci pensate in fondo è lo stesso format/motivo informatore del messaggio che emerge da CRISTO.

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Erano Parti, Medi, ..e lo Spirito ha donato agli Apostoli la capacità di parlare in altre lingue , affinché la Buona Novella, fosse non solo da coloro presenti ma fino a oggi in tutto il mondo conosciuta. Un fatto non solo raccontato ma da essere vissuto perché il mondo creda nel Figlio di Dio, in Cristo Salvatore è ad ogni uomo sia raggiunta la grazia della propria salvezza per mezzo di Lui. Il Fine dunque per il quale il Figlio di Dio è venuto nel mondo e si è sacrificato, una grazia per l’umanità . L’uomo non lasciato solo in balia della propria libertà ma gli è stata donata la scelta di come salvare la propria vita per mezzo di Lui

  3. Alberto Ghiro ha detto:

    È interessante e perfino illuminante l’insistenza sul tema della relazione nei suoi (tuoi) commenti. Con una definizione meno sacrale ma che richiama il concetto su cui si basa la Trinità si potrebbe in effetti immaginare Gesù come pura relazione e tutto ciò che egli insegna con le parole e con la vita è finalizzato alla relazione. Il peccato, la giustizia, il perdono, l’amore, il giudizio, la fede, la carità, l’incontro con stranieri ed emarginati e tutti i temi del vangelo sembrano più vicini perché accomunati al tema della relazione che accomuna chiunque.

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