Miti, umili e umiliati

Ad un evento mondano si incrociano gli sguardi dei commensali, ed è l'occasione per parlare di come siamo fatti, ... in attesa di uno sguardo altro.
31 Agosto 2025

ANNO C – XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

Potrebbe essere la scena di un film di costume: un intellettuale sui generis invitato a casa di gente in vista, gli altri invitati lo guardano un po’ incuriositi, e pure lui guarda e commenta. Il brano va avanti così, mettendo a tema i comportamenti sociali: gente che ambisce ai primi posti e magari sgomita un po’ per raggiungerli; eventi mondani con le persone giuste, quelle che potranno rivelarsi ottime entrature.

Arriva la morale: chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

È vangelo, ma potrebbe essere cronaca mondana: rovinose brutte figure e promozioni insperate. Gli echi biblici, ad esempio dal Magnificat (ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili), incrociano la sapienza popolare “Chi troppo in alto sal, cade sovente…” 

J.S. Bach, Deposuit potentes ci fa quasi vedere il ruzzolare giù dei potenti di turno sulla scena del mondo.

Per trovare una chiave di lettura più profonda dobbiamo allargare la visuale, includendo il versetto dell’Alleluia, imparate da me, che sono mite e umile di cuore; oppure la prima lettura, tratta dal Siracide: Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore.

L’umiltà, dunque, fa coppia con la mitezza; sono virtù affini, ma non esattamente coincidenti. Ogni uomo maturo è consapevole dei propri limiti, oltre che dei propri talenti. Nella persona umile, questa consapevolezza di sé stessi, senza ipocrisie e finzioni, si traduce in una postura dimessa, senza nessuna smania di ribalta, quasi alla ricerca della invisibilità. La mitezza, invece, è una qualità che si rivela nel nostro rapporto con gli altri, preferendo un tratto garbato e delicato alle maniere rudi. In taluni casi il binomio si scinde: ci può essere la persona con un’alta opinione di sé, eppure garbata nei modi; oppure la persona umile di cuore, che non riesce a contenere i modi sgraziati.

Se umiltà e mitezza sono attributi della persona, non possiamo dimenticare quello che è il destino frequente delle persone miti ed umili: l’umiliazione. Non intendiamo l’umiliazione di chi retrocede nella scala sociale. Magari è solo un rientro alla condizione di partenza (“Chi troppo in alto …”), quella è roba di poco conto, degna giusto di qualche pagina di cronaca. L’umiliazione vera è data dal non vedersi riconosciuti nel contesto in cui si vive, è data dai bocconi amari mandati giù a fatica, è data dagli oltraggi che ogni tanto qualche persona per bene, troppo per bene, si trova a subire. Del resto, è facile infierire su miti ed umili, così come hanno infierito sul Maestro.

Rimane la promessa della terza beatitudine: Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

Il tema dello sguardo, che aveva aperto il brano, ritorna come attesa, attesa di uno sguardo diverso: lo sguardo del Signore, che saprà andare oltre i potenti schierati in prima fila.

(foto Shutterstock – sito Chiesa di Milano)

Sappiamo che Lui riconoscerà e chiamerà per nome anche tutti gli altri, quelli in seconda fila, in terza fila, … fino a quelli nascosti in fondo, finiti in fondo, mandati in fondo. Anzi, diciamolo per bene, nello sguardo del Signore le file si dissolvono, restano solo i volti e i nomi. Noi, che ci professiamo suoi discepoli, ci possiamo sforzare di vedere allo stesso modo, vincendo la tentazione dei filtri mondani.

P.S. Nonostante qualche inevitabile boccone amaro, nonostante il costo di lavorare sul carattere, le persone miti, in fondo, sono contente di esserlo, piccolo anticipo dell’eredità.

Una risposta a “Miti, umili e umiliati”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Nell’ Oggi , sembra essersi fatto più difficile per tanti lavoratori tornare a casa in serenità amareggiati da comportamenti insidiosi verso chi siede un posto che gli è superiore, dal desiderio di accedervi usando insinuazioni a contestare l’operato nei modi ben distanti da quanto utile al buon andamento del lavoro, amareggiando la convivenza con il prossimo al quale è doveroso il rispetto alla persona e alla dignità professionale. Il “fare di necessità virtù” significa un quotidiano sopportare una libertà arrogante, un vivere da “umiliati”, come il servire una ingiusta padronanza, accettare la carità fatta pesare, o come obbedire a una guerra che appare ingiusta. Avviene oggi in ogni sotto ogni sole un male alla vita nella società. Forse Dio ha pensato che ciò è possibile accade nella terra degli uomini e per questo le Beatitudini a consolazione a infondere speranza perseverando, con l’amore e nell’umiltà fare un mondo migliore.

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