Marta, che siamo noi

Si parla di noi come persone, abilissime a fare il bene scivolando poi sui dettagli. Si parla di noi come Chiesa, spesso attenta più all'organizzazione che all'autenticità di relazione.
20 Luglio 2025

ANNO C – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

una donna, di nome Marta, lo ospitò.

Maria entra in scena subito dopo e si prende la scena (e la parte migliore). Il confronto tra i comportamenti delle due sorelle fa passare in secondo piano questo dettaglio: la titolare dell’ospitalità è Marta.

Invita il Signore e poi pensa principalmente alle faccende domestiche. Ma come è possibile? Che senso ha invitarlo, per poi dedicarsi principalmente ad altro? Ci possiamo dare tante risposte.

Risposte cattive: Marta invita il Signore per questioni di immagine, vuole fare bella figura con le vicine; vuole scalare la gerarchia sociale di Betania, procurandosi questo ospite illustre, ma non è disposta neanche ad accollarsi gli oneri dell’ospitalità.

Oppure ci sono risposte benevole: Marta siamo tutti noi, tutti noi siamo come Marta. Facciamo il bene a metà: siamo capaci di slanci generosi e poi cadiamo sui dettagli. Serviamo a tavola, ma non riusciamo a tenere il sorriso, una smorfia rovina tutto. Può essere anche una battuta infelice, come quella di Sara nei versetti successivi al brano della prima lettura:

Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: «Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia»? C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?”

Abbiamo gioco facile a parlarne in termini moralistici: Sara è incredula, Marta non è capace di riconoscere la perla rara della Parola. Ma forse è bene parlarne in termini semplicemente umani: chiamiamola goffaggine, oppure limite caratteriale, ma questa è la nostra pasta. Il Signore ci chiede una misura alta, in alcuni passi della Scrittura, si parla addirittura di perfezione, ma, prima o poi, tutti dobbiamo fare i conti con qualche scivolone alla maniera di Marta.

il Signore le rispose …

Conosciamo la risposta e c’è da rimanere interdetti. Per quanto goffo e maldestro, o addirittura interessato, possa essere il comportamento di chi ospita, da parte di chi è ospitato ci aspetteremmo una parola di buona creanza; invece no, arriva una risposta spiazzante.

L’interpretazione più comune sarebbe in termini di vocazioni/ministeri nell’organigramma ecclesiale: la vocazione contemplativa collocata su un gradino più alto rispetto agli altri ministeri (figuriamoci rispetto alla condizione laicale). L’Apostolo Paolo ci suggerisce di ambire ai carismi più grandi. Ma, come dice la parola stessa, la vocazione viene da un Altro. Come si spiega che il Signore faccia preferenze, chiamando solo alcuni alle “mansioni migliori”, che condurranno alla pienezza della felicità?

L’unico modo di uscire da questo angolo è quello di arrischiare qualche tentativo di interpretazione in direzioni diverse.

Nell’anno sociale appena trascorso, con il mio gruppo parrocchiale di famiglie, abbiamo letto e commentato alcuni brani dei Lineamenti in preparazione della Assemblea sinodale della Chiesa italiana. Tra molte parole, alcune in puro ecclesialese, al n. 8 abbiamo trovato una frasetta, con tre coppie di antitesi, che ci ha fatto pensare e che ci ha trovato consenzienti: “La missione nello stile della prossimità” vive la logica della profondità più che la logica dell’estensione, la cura della qualità più che la smania della quantità, il desiderio della relazione più che il rigore dell’organizzazione.

Mi sembra che, di per sé, la sosta del Signore nelle tante case che ha visitato, compresa quella di Marta e Maria (e Lazzaro), costituisca un’icona vivida del suo stile di prossimità. Nel brano evangelico odierno la risposta del Signore, apparentemente brusca, sembra che voglia delineare, in maniera ancora più precisa, lo stile della prossimità, per i cristiani di ogni tempo: l’autenticità di relazione, rappresentata dall’atteggiamento di Maria, non deve essere mai sacrificato per una presunta efficienza organizzativa, rappresentata da Marta.

E, infine, abbiamo una possibilità di interpretazione di sapore vagamente escatologico. Il Signore ci assicura che della sua Parola, luce ai nostri passi, non saremo mai privati, soprattutto se ci disporremo a cercarla, in mezzo alle tante altre parole, in mezzo ai tanti rumori, in mezzo alle troppe distrazioni. Fino a quando potremo ascoltarla finalmente dalla sua viva voce, ospiti nella sua casa.

OSPITALITA’ DI ABRAMO (Anonimo del XIV secolo, Benaki Museum)

Una risposta a “Marta, che siamo noi”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Ha detto bene il Santo Padre, rilevando che Marta e Maria oltre a essere sorelle una non aveva meno Fede dell’altra, di fronte alla morte del Fratello Lazzaro Marta disse a Gesù:” Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Qualche anno fa, da certe nonne confortavano invitando a pregare Maria, la Madre più umanamente potente, chiedendo di intercedere presso il Figlio così come a Canaan. Maria era pressata dal desiderio di conoscere quella Sua Parola, oggi anche nei talk TV 2000 i giornalisti pongono domande come estranei di Fede, forse pensando che così rappresentano l’ascoltatore, si fanno interpreti di domande ma dato il vuoto di Fede esistente forse sarebbe meglio un altro modo di soddisfare la necessità che l’uomo di ogni tempo inconsciamente prova proprio vivendo le realtà quotidiane, alla maniera adottata da Gesù a suo tempo., il Diritto,, la Giustizia, se dall’amore, dalla solidarietà aprono a una intelligenza più illuminata.

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