L’Arimateo nostro contemporaneo

Nel giorno dopo Pasqua, l’attenzione cade sul discepolo che si prese cura del corpo di Gesù. Lo racconta anche un intrigante romanzo di Cesare Merlini
5 Aprile 2021

In questo giorno che segue l’annuncio pasquale, nella luce della Resurrezione diamo attenzione alla figura del discepolo che si era incaricato di provvedere al corpo di Gesù, curandone la deposizione dalla croce e la sepoltura in una tomba di sua proprietà. Potremmo forse riconoscere in quello di Giuseppe d’Arimatea il volto anonimo di tanti operatori sanitari che in questi mesi hanno accompagnato le ultime ore di vita degli anziani vittime del Covid e che, in molti casi, poi si sono anche presi cura del loro corpo, con tutte le cautele e i rischi del caso.

Gesti nascosti, preziosi in una logica di rispetto e dignità della persona (corpo compreso, anche dopo la morte), sempre più messa in crisi, anche nel periodo prepandemico, da prassi funerarie spesso molto sbrigative,  non sempre attente a considerare il valore della corporeità o le emozioni dei familiari,  ad esempio, nel momento doloroso della chiusura della bara.

Di Giuseppe d’Arimatea, “persona buona e giusta” non si sa molto anche se tutti i quattro vangeli lo citano; non pronuncia frasi virgolettate, tanto che lo possiamo forse schierare in quel protagonismo da “seconda linea” che papa Francesco nella recente lettera Patris Corde assegna al più noto Giuseppe, padre putativo di Gesù.

Pure questo nascondimento – nonostante risultasse membro illustre del sinedrio – rende “il depositore” figura attuale come “santo della porta accanto”, anche per quella dote propria di  ogni buon discepolo che egli esprime al meglio: esserci al momento giusto, fare la propria parte quando davvero serve, metterci la faccia, anche se questo comporta di andare personalmente da Pilato a richiedergli, con una buona dose di coraggio,  il cadavere di quel “re dei Giudei” che i profeti annunciavano come destinato a risorgere.

Questo ruolo essenziale dell’Arimateo – silenzioso, ma doverosamente onnipresente anche nelle “Deposizioni” degli artisti di ogni tempo – è stato sempre avvolto dentro un certo alone di mistero (l’aureola della santità gli viene attribuita solo nel 1454) e trova ora meritato e originale rilievo nel  libro scritto da Cesare Merlini (politologo fra i Garanti dell’Istituto Affari Internazionali che indaga la storia biblica con penna piacevole e competenze multidisciplinari), intitolato Un giorno con Giuseppe d’Arimatea (Luca Sossella Editore, pp. 176, euro 18).

L’autore, dopo aver osservato la sorprendente assenza di Giuseppe negli Atti degli Apostoli e, al contrario, la sua “fortuna” letteraria nei vangeli apocrifi (soprattutto in quello detto “di Nicodemo”, V° secolo) e nella saga leggendaria del Graal (per la quale fu l’Arimateo a portare il calice fino in Britannia), riesce a dare spessore storico e anche archeologico alla figura del discepolo, lasciandoci immaginare con verosimiglianza il suo vissuto di mercante,  uomo del sinedrio e  discepolo del Nazareno.

Nel genere letterario del romanzo (immagina addirittura che Giuseppe vada a cercare il presunto Messia per proporgli la guarigione del figlio malato, senza ottenerla), Merlini ci rende compagni di viaggio di quest’uomo nato nel piccolo villaggio di Arimatea: con un uso rigoroso, per nulla didascalico delle fonti, ci fa partecipare alle sue trasferte lungo le strade della Galilea e della Terra Santa. L’avventurosa vita di mercante ci porta a indagare “in tempo reale” le culture e le tradizioni filosofiche e religiose, con incursioni a Itaca, Atene e Roma. In più, ci fa seguire da osservatore partecipante le incredibili vicende della vita pubblica del “figlio del Falegname”. Per l’Arimateo “secondo Merlini” Gesù aveva un modo di parlare “ricco di letture, prodigo di paragoni e aforismi folgoranti”. “Lo seguivano pescatori e pastori – persino donne, il che mi incuriosì ulteriormente”, confida Giuseppe che da Jeoshua, come la chiama, riesce ad avere anche tante confidenze private sui temi della malattia, dell’apertura ai lontani e del pluralismo religioso, perfino sulla sua conoscenza dei testi classici. E’ un libro sorprendente perfino nella postfazione, che “sorvola” le culture e le ideologie moderne attraverso città e Paesi visitati dall’Arimateo, tanto da farci atterrare nella concretezza di problemi epocali. Facendoci sentire questo discepolo nostro contemporaneo.

Una replica a “L’Arimateo nostro contemporaneo”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Di Giuseppe d’Arimatea , come citato nella Bibbia apostolo di Gesù, “ma di nascosto” , ce ne sono anche oggi, non solo negli ospedali, persone delle quali non si parla, o poco, quasi che quello che fanno (prendersi cura di qualcuno o qualcosa) non meriti essere citato, per tanto valore. Eppure agiscono come una Chiesa sotto traccia, operante a mediare per un bene da raggiungere, secondo uno spirito cristiano.Un esempio: la persona della donna casalinga: il cui lavoro in ambito famigliare non ha prezzo: si prova nostalgia del profumo di casa, della sua voce, della sua parola, di quanta gratitudine che le sue mani hanno saputo produrre in gesti, cure, e a lei che dovrebbe essere riconosciuto il merito di dare essere il primo costruttore di buoni cittadini, grazie a quello stesso spirito arimateico”, Come Maria e donna che non solo genera un figlio ma lo consegna alla società formato, fa la storia domestica e della società, fa vivere la chiesa nelle persone che la compongono.

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