III domenica del tempo ordinario
A te non dispiacerà, Gesù, se oggi mi fermo, senza andare oltre, su due parole sole del Vangelo. Tu che sei Dio dei frammenti, Dio delle piccole cose, Dio dei fili d’erba e delle spighe – tu che ti perdevi a guadare i gigli dei campi, più belli di tutta la gloria di Salomone (Mt 6,28-29) – non te la prenderai se il mio cuore bambino si è fermato su due sole parole, e gli son sembrate così belle, così poesia, così tesoro, da valere in fondo quasi tutto il Vangelo.
La prima sta lì ad aprire la scena di oggi, dopo quella premessa iniziale sull’arrivo a Cafarnao e l’inizio della predicazione: «Camminando lungo il mare di Galilea». Mi perdonerai – dicevo – se non sono andato oltre, se mi son perso qui, a guardarti mentre cammini lungo il mare di Galilea. In fondo, è già tutto Vangelo questo: che tu abbia camminato sulla riva del mare di Galilea.
Perdona, allora, la curiosità che mi trattiene qui, e che mi fa mettere in disparte, da lontano, un po’ dietro, a guardarti, mentre cammini sulla riva, come quando, alla brezza del giorno, passeggiavi nel giardino della creazione (Gen 3,8) e di nuovo ti sembrava tutto una cosa buona (Gen 1). C’è in questa pagina di Vangelo il rumore delle onde del lago, le parole giocate in aria dei bambini che si rincorrono sulla spiaggia, il sudore dei pescatori che puliscono le reti, l’odore del sole sulla loro pelle, mentre tu cammini, sorridi, scherzi – «io scherzavo nell’universo: è mia delizia stare coi figli degli uomini» (Pr 8,31).
Quando sono stato lungo il mare di Galilea, a Cafarnao, il tempo mi è sembrato troppo poco. Troppo poco per lo stupore che mi scoppiava dentro per quelle piante che uscivano dall’acqua, con cui hanno giocato anche le tue mani, quando ti sedevi lì sulla riva. Troppo poco per lo stupore di quei sassolini a terra, sulla spiaggia, che ho rubato di nascosto, e che ancora stringo tra le mani, come per un carnale bisogno di te. Io non capisco come ci si possa abituare all’idea – anzi, alla realtà di un Dio che cammina lungo il mare di Galilea.
Ma non basta la meraviglia di vederti camminare, e ridere, e scherzare su quel lago. Non basta la poesia di quel «vide» che torna due volte nel Vangelo, mentre camminavi: «vide due fratelli», e poi ancora «vide altri due fratelli». E anche qui, in fondo, c’è da impazzire, perché chi è innamorato lo sa bene che significa «mentre camminava, vide», specie se in riva al mare. Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni – ma ci sono anche io: «Saranno i tuoi occhi a cercarmi / all’ultima postazione / del mio smarrimento» (A. Casati, E non avere occhi spenti, 2021).
Non bastava. C’è un’altra parola, a chiudere il Vangelo di oggi, come a darci l’ultima consegna su cui fermarci ancora, per prenderne tutta la dolcezza: «Guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo». Mi piace tenerla sulle labbra, e nel cuore, in latino – «sanans omnem languorem et omnem infirmitatem» –, perché trovo così tenero, così piccolo, così dolce, quel “languore”. Mi sa di infanzia, di piccolezza, di quel desiderio di qualcosa di buono, di dolce, di caldo: pane, carezze, casa.
Forse l’avrai sentito anche tu questo languore, Gesù. «Si ritirò in Galilea, e lasciata Nazaret, andò ad abitare a Cafarnao, che si trova in riva al mare». Avrai sentito voglia di casa, voglia del pane caldo di quando eri piccolo, voglia delle carezze di Maria e Giuseppe, voglia della calma di quando eri bambino. E ancora non sai, piccolo Gesù, quante altre volte sentirai la mancanza di quei giorni da bambino, quando la folla comincerà a cercarti, sempre di più, sempre di più, prima per essere guarita, poi per mangiare, poi per farti re, e alla fine per mandarti al macello.
Questo, ancora, è già tutto Vangelo: che tu sia venuto a guarire ogni malattia, ogni infermità, ogni languore – «omnem» – perché non c’è nulla che non ti importi, nulla che tu non veda, nulla – neanche il più piccolo dispiacere, quelli da bambino, quelli che non diciamo ai grandi – che tu non prenda a cuore. Tu, che conti il numero delle stelle e le chiami tutte per nome (Sal 147,4). E chissà quante volte ti sarai perso a guardarle, di notte, camminando lungo il mare di Galilea.
Gesù ha chiuso la pagina della sua infanzia e guarda solo al proprio presente e futuro. Non rimane tra i suoi pari, i suoi simili per etnia e fede perché ha un’altra idea di fede che non può condividere con coloro con cui è vissuto. Va alla ricerca di chi può vivere con lui condividendo la sua fede e la sua disparità avendo in comune solo la loro fede e la loro disparità. Sembra che sia proprio la disuguaglianza piuttosto che l’uguaglianza a guidare il suo percorso che comincia in un terra ben diversa da quella delle sue origini, come fa inconsciamente l’amore umano preferendo negli altri ciò che differisce e quindi ci manca da ciò che ci accomuna. È una ricerca estremamente umana dell’uomo che avvicina, al di là dell’incarnazione o forse proprio per questa, l’amore umano a quello divino, non poi così distanti tra loro.