Domenica 15a del tempo ordinario
Poche pagine del vangelo hanno ispirato commenti e fatto scorrere fiumi d’inchiostro come la parabola che ci regala oggi la liturgia della Parola. E proprio per questo, rileggendo il lungo brano di oggi, ho pensato di non soffermarmi su di essa, anche perché la versione di Matteo ci fa il piacere di riportarci anche la spiegazione che Gesù dà della parabola, quindi cos’altro potremmo avere da aggiungere? Potrebbe essere d’aiuto, però, domandarci cosa Gesù abbia voluto dire ai suoi discepoli quel giorno, quella mattina, uscito di casa e sedutosi in riva al mare. All’improvviso si raduna attorno tanta gente e il maestro comincia a parlare; ma per dire che cosa?
Una parabola fra le altre
Innanzitutto Matteo tiene a dirci che Gesù, quel giorno, ha raccontato molte parabole. Quella del seme, quindi, sembra quasi solo un esempio: «Gesù parlò loro di molte cose in parabole, ad esempio disse…». Certo, non è un caso che sia proprio questa la parabola che poi viene commentata, fatto sta che non è stata certo l’unica a essere raccontata. Tra l’altro, non è strano che in riva al mare a Gesù venga in mente proprio un seminatore? Avrà certamente parlato anche di pesci, pescatori, reti, acqua… Eppure a noi è rimasta questa, una parabola fra le altre, ma a che scopo?
Cominciamo col dire una cosa ovvia: questa parabola non è un insegnamento “morale”, ovvero non condanna tre “terreni cattivi” per promuovere il quarto, quello “buono”. E nemmeno l’interpretazione di Gesù lo fa[1]. Se notiamo, infatti, la Parola non porta frutto non per colpa del terreno, ma per agenti esterni che intervengono contro la Parola. Il maligno, le tribolazioni e persecuzioni oppure le preoccupazioni. Insomma, sul terreno non cade solo il seme, non siamo in una serra protetta, può cadere un po’ di tutto, compreso ciò che può “turbare” la crescita del seme. Se però il seme resiste, ecco che il frutto è assicurato, e anche abbondante. Cosa ci vuol dire allora Gesù con questa parabola?
Un linguaggio per guarire
È interessante che prima di spiegare la parabola del seme, Gesù ai suoi discepoli parla in generale del suo parlare in parabole, e lo fa con le parole del profeta Isaia. All’apparenza sembra che Gesù voglia condividere un segreto con i suoi discepoli, lasciando all’oscuro gli altri. Il punto però è un altro. La citazione di Isaia, infatti, ci stupisce: dopo tutte le cose che il popolo non sa (o non può) fare, non c’è una condanna da parte di Dio ma una sorpresa: «e io li guarisca!». È questo il finale per coloro che non vedono, non ascoltano… essere guariti. Se dunque a quelli “di fuori” Gesù parla in parabole perché sono come il popolo di cui parla Isaia, ecco che la parabole sono la loro “guarigione”. I discepoli, invece, vivono con Gesù, l’hanno riconosciuto, e per questo possono avere la “spiegazione” della parabola, perché la stanno vivendo: loro sanno, vedono, che la Parola porta frutto. Gli altri invece devono ancora fare il passaggio dalla parabola alla realtà.
La parabola è il linguaggio di guarigione di Gesù per coloro che, a differenza dei discepoli, ancora non hanno («A colui che ha … a colui che non ha…»). Ma cos’è che non hanno? La capacità di ascoltare la Parola del Regno, di accogliere Gesù. Colui che non ha questa capacità, perderà anche quel poco che ha, proprio come il terreno sassoso, di spine o della strada: quel poco seme caduto, resterà infecondo. Dove invece il seme può rimanere, porterà frutto.
Questa dinamica di ascolto e accoglienza, però, non vale solo per questa parabola, ma per tutte quelle che Gesù ha narrato (ricordiamo che la spiegazione vale per il “parlare in parabole” in generale!). Tutte le parabole servono a guarire, a saper ascoltare, a saper accogliere il Regno, che è Gesù stesso. Gesù è il narratore e, ultimamente, l’oggetto delle parabole. Solo così possiamo vedere e ascoltare ciò che profeti e giusti hanno potuto solo desiderare: la Parola del Regno porta a compimento il nostro desiderio di beatitudine.
[1] Da qui lascio una possibile domanda: perché ancora oggi continuiamo a sentire questa interpretazione nella predicazione di molti? Ai lettori e alle lettrici l’ardua sentenza…
E’ vero, le Parabole si rivelano anche a seconda del momento. Gesù era in un luogo diverso dal campo, dove c’era gente diversa ma la Parola è per tutte le generazioni, noi oggi, nel mondo di oggi. Chi oggi è cristiano, ma anche non lo è, ascolta tante voci, tramite le invenzioni, i cellulari, la stampa, il lavoro non quello dei campi, altre Parole distolgono e anche rendono incomprensibile la Voce della Sua Chiesa, che di Lui parla, grida dai tetti, ma sembra a ciechi e sordi che non vogliono né vedere né capire e distolgono folle dalla verità, per fini che niente rispondono a quel bene comune che la Parola di Dio tende, l’amore che affratella e dà gioia di vivere
Le Parabole dunque servono a chi vive una realtà e non sa quale è la via più sicura su cui incamminarsi, fanno luce alla mente, inoltre la Parabola mostra rispetto e riconosce all’uomo la libertà di scelta. Cristo oggi dice a noi che non lo abbiamo veduto, credi per quanto ti ho dimostrato in opere compiute! Allora, non tutti gli hanno creduto, pur vedendo sono rimasti scettici, circa da dove egli veniva, neppure gli hanno dimostrato gratitudine per essere stati guariti, “che il Padre è in me e io in Lui. Credetelo almeno per le opere che compio! “ Quanti oggi credono esista vita eterna ?come a Pietro capita di aver paura di seguire la corrente, credendo alle verità del mondo. E’ dunque a Cristo che va il merito di guarire da cecita’
D’accordo con Alberto sul “soggetto”.
Con 2 note:
# oggi tutto concorre a mettere in evidenza com’è il “soggetto” si formi a 1/2 di Relazioni con l’altro diverso da sé.
# in piena umiltà e discernimento DOBBIAMO riconoscere che noi siamo NIENTE senza di Lui.
Ciao Pietro ti rinnovo una mia spontanea simpatia, sono d’accordo col discernimento e contro la concorrenza tra soggetto e oggetto, fatta eccezione per la Trinità che li unisce vedi A.Zarri. Al di fuori di questa eccezione sostituire uno con l’altro fa dipendere la capacità di avere fede dal soggetto e non dal suo oggetto, vedi cultura ebraica del vangelo.
Per me i segnali di ciò che noi chiamiamo moralismo e che il vangelo definisce ipocrisia, pur con altri termini, per esempio sepolcri imbiancati, sono lo spostamento dell’argomento dall’oggetto al soggetto e l’uso di volere e dovere con il verbo essere anziché con fare e amare. In questo brano il moralismo scatta quando l’attenzione non è rivolta all’oggetto che è il seme ma al soggetto che è il suo destinatario e di conseguenza al suo dovere o voler essere. Alla fede invece serve credere nello scopo del seme che è dare la vita e in chi la sparge tramite la sua parola. Io vedo nei sassi e nei rovi quella volontà rivolta all’essere piuttosto che al fare e all’amare, sinonimi di vivere per cui penso che il moralismo e l’ipocrisia come sua derivazione possano essere proprio il tema della parabola.
“ come la pioggia e la neve discendono dal cielo e non vi tornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia., così sarà della mia Parola uscita dalla mia bocca, non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”(Isaia). Gesù e’ la Sua Parola, ma oggi le guerre, la violenza che scorre nella terra ci dicono essere stata inascoltata. da quanto a lungo non piove! il sole a luglio e bruciante i gerani hanno foglie bianche,insetti divorano i frutti, i pini inaridiscono,non ha più il suo gusto la frutta è acida, la natura dimostra essere in sofferenza. Come fingere non vedere?E, le guerre e la violenza dicono la Parola non da tutti accolta, , come seme caduto in terra arida, Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio, a insegnare come solo con un cuore che sa amare l’uomo trovi salvezza la vita per sempre,