Il dono del Cristo

Oggi ci viene rivelato il senso autentico della confessione di Cesarea che abbiamo ascoltato domenica scorsa. Lo stesso Pietro deve rimettersi “dietro” il Maestro e imparare cosa significa “essere il Cristo”.
29 Agosto 2026

Domenica 22a del tempo ordinario

 

Tre parti scandiscono molto chiaramente il vangelo di questa domenica, che conclude quello di domenica scorsa e ci lascia intuire (come già dicevamo) l’effettiva portata di ciò che qui c’è in gioco.

 

Un vangelo in tre tempi

Nella prima scena Gesù annuncia il proprio destino di passione, morte e risurrezione. Notiamo questo dettaglio: Pietro e i discepoli sembrano soffermarsi sui primi due punti, nessuno avanza domande su questo fatto del “risorgere” dopo la morte. A quanto pare non è questo l’aspetto a risultare “scandaloso”…

La seconda scena presenta di nuovo (come domenica scorsa) Pietro come protagonista. Egli tuttavia è forse meno sicuro sul suo intervento, tanto che stavolta si mette in disparte con Gesù per avanzare le sue perplessità. In tutta risposta, viene rimproverato duramente dal Maestro.

L’ultima scena, infine, riallaccia le prime due. È interessante la ripetizione (anche in greco) dello stesso verbo: «andare dietro». Sia Pietro, che deve tornare dietro, sia tutti coloro che vogliono andare dietro a Gesù, devono fare la medesima cosa: ognuno «rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». È questo, in fin dei conti, il destino di Gesù ed è questo ciò che è richiesto ai discepoli e anche a Pietro: perdersi per ritrovarsi. Questo non è solo un “precetto morale” ma una vera e propria chiave interpretativa teologica. Se vuoi riconoscere in Gesù il Cristo, devi fare come lui. È una conoscenza per testimonianza, per comunione di vita, non teorica. Solo così potrai capire davvero il senso di quella confessione di fede: Tu sei il Cristo. Questo è un punto che è bene ribadire, specie per chi vede nella fede qualcosa di astratto o concettuale: solo se vivi come Cristo puoi conoscere Cristo. Non c’è una conoscenza “prima” da applicare “dopo”. Le due cose vanno insieme: se non metti in gioco la tua vita, se non ti lasci coinvolgere in prima persona, non puoi avere accesso alla fede che davvero può salvarti. La prima “confessione di fede” è sempre pratica, vissuta.

 

Cosa significa rinnegarsi?

In questa domenica, però, siamo particolarmente agevolati nel comprendere il vangelo. Qualcuno, infatti, con mirabile sapienza, ci ha fatto già una sintesi che mi sembra traduca perfettamente ciò che Gesù voleva dire ai suoi. Paolo ci ha lasciato due versetti che dicono tutto, e non possiamo che riportarli per intero:

Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

La seconda lettura dalla Lettera ai Romani mi sembra un vero capolavoro che dice ai cristiani di allora così come a noi, cristiani di oggi, cosa significa rinnegare se stessi: trasformare il proprio modo di pensare, abbandonare l’immagine di noi che il mondo vorrebbe donarci (o meglio imporci) e diventare a immagine del Cristo. Questo significa “sacrificio vivente”, ovvero “perdere la propria vita per causa mia”: fare della propria vita un’immagine di Cristo. Solo così si può conoscere Gesù, colui che per primo si è fatto “sacrificio”, rivelandoci così il vero senso del suo essere il Cristo. Solo così si può celebrare il vero culto, si può essere chiesa capace di “andare dietro” al Figlio dell’uomo, a colui che viene «nella gloria del Padre suo» facendosi dono.

3 risposte a “Il dono del Cristo”

  1. Pietro Buttiglione ha detto:

    Svolgo il msg sulla scia di Ste&Albe:
    “chiave interpretativa teologica”
    Non è facile interpretare Cristo.
    Hanno cercato di farlo in mille e più.
    Cfr il Jesus Seminar.
    Sono arrivati a descriverci mille risvolti del Cristo.
    Ed io ne deduco che Cristo non è “risvoltabile”.
    Ma santo cielo!!! Chi di noi lo è???
    Difficile approcciare Cristo cercando di CONOSCERLO.
    Cristo è TRASCENDENTE.
    Ognuno di noi lo è
    ( anche se come un mulo non se ne accorge…Diceva Dennett: cosa significa x un pipistrello esserlo??))
    Ma con Cristo è facile.
    Bambinescamente facile.
    E qui chioso Romani.
    Basta chiedersi in ogni occasione/relazione/incontro
    COSA FAREBBE LUI AL POSTO MIO??
    e non facciamo finta di non saperlo, per favore…

    • Alberto Ghiro ha detto:

      Tentare di conoscere con la certezza di non riuscirci credo possa valer bene una vita con l’analogia e lo stesso rischio del farsi prossimo che implica lo sforzo di verbalizzare una volontà che è più inconscia che volontaria.

  2. Alberto Ghiro ha detto:

    Prima ancora di vivere seguendo un modello c’è l’approssimarsi al modello, interpretando l’evangelico prossimo e farsi prossimo e prima ancora di vivere c’è la volontà di vivere, di amare, di credere, di fare, possibile traduzione di coscienza che distingue l’umano dall’animale e dell’artificiale. Volere e dover essere sono invece le alterazioni dell’essere imposte dal mondo ad un individuo o a una comunità, a cui ci si deve adeguare e la coscienza di sé di un individuo o una comunità si rivela tramite la volontà di amare ecc.ecc.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)