Gesù ci guarda…e ha ancora compassione di noi!

La liturgia della Parola di due domeniche fa (Mc 6,30-34) sembra aprirci un panorama interessante per una riflessione attorno all’attuale forma della chiesa.
26 Luglio 2021

«Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). È molto probabile che a questa domanda, che ogni volta dovrebbe far «tremare le vene e i polsi», la risposta possa non essere così inequivocabilmente positiva. È piuttosto una speranza la nostra; una speranza che, tuttavia, sembra avere delle buone ragioni per sbiadire sempre più ogni giorno che passa.

La liturgia della Parola della 16a domenica del Tempo ordinario, sembra a tal proposito aprirci un panorama interessante per una riflessione, a partire dal commento ai testi biblici proprio in relazione all’attuale forma della chiesa.

Partendo dal Vangelo di Marco che ci è stato proposto (6,30-34), possiamo provare a immaginare lo sguardo con cui Gesù, anche oggi, potrebbe guardare a noi, le nuove folle che gli corrono incontro (o forse, più semplicemente, si trovano casualmente sulla riva sulla quale la barca di Gesù si è fermata). Forse, potremmo leggervi impressa ancora la stessa emozione che già trapelava chiaramente ai suoi contemporanei e che l’evangelista ben ci riporta: «Ebbe compassione di loro» (6,34).

Perché Gesù prova compassione? «Perché erano come pecore che non hanno pastore» (v. 34). Ecco perché Gesù, allora, «si mise a insegnare loro molte cose». La narrazione, per quanto possa risultare scontata e inflazionata, perché è ovvio che Gesù è il pastore che Israele stava aspettando, c’è un dettaglio di non poco conto. Perché Gesù sente il bisogno di «insegnare» quando gli apostoli, come ci viene detto pochi versetti prima, hanno appena finito di raccontare a Gesù proprio tutto ciò che «avevano insegnato» (v. 30)? In altri termini, se essere senza pastore significa essere senza insegnamento, a che cosa è servito il lavoro degli apostoli?

È esattamente la stessa reazione e la medesima obiezione stupita che anche oggi, di fronte allo sguardo compassionevole di Gesù, potremmo sollevare: «Eppure i pastori ci sono; pochi magari, ma ci sono». Perché dunque Gesù dovrebbe vedere in noi delle pecore che sembrano senza pastore? Forse perché il compito dei pastori è proprio quello di riunire le pecore, farle camminare insieme verso l’unica meta, verso i pascoli migliori. Guardando alla nostra comunità, invece, ecco che ci ritroviamo di fronte a un gregge diviso, a una chiesa frammentata su più fronti, più o meno significativi: il rispetto dell’altro e la legge che lo impone (DDL Zan); il libro o le parole da usare per pregare meglio (Messale di Paolo VI vs quello di Pio V; nuova traduzione del Padre nostro); preferenze per l’uno o l’altro pastore (Francesco vs Benedetto); paura o desiderio di cambiamento (sinodo dei vescovi, sì o no) e così via. Una chiesa, dunque, che si presenta divisa su questioni, alla fine, anche di poco conto; che decide di impegnarsi su argomenti forse più facili da affrontare perché utili per distrarsi da altre urgenze ben più rivelanti. Prendere posizione pro o contro una legge sull’omofobia e la condizione sociale delle persone cosiddette LGBT, lasciando però da parte il necessario ripensamento del significato della sessualità, del concetto di persona e della sua libertà (così come, per certi versi, le “regole del gioco” tra Stato e chiesa). Azzuffarsi e incaponirsi, l’uno contro l’altro, per un Messale latino o italiano, divisi tra un «abbandonarci» e un «indurci», senza rendersi conto della quasi totale assenza di senso e valore del rito liturgico per il cristiano-medio di oggi, senza domandarsi quanta fede si metta (e di conseguenza si pratichi ogni giorno) nel pregare insieme lo stesso Dio come «Padre».

C’è poco da dire, o forse ce ne sarebbe troppo, sulla situazione così velocemente tratteggiata. Una cosa però non dev’essere taciuta. Per parafrasare un’immagine dell’esegeta André Wénin, non è più possibile nascondere la foresta di incoerenze, di fallimenti e di infedeltà in cui è caduta (e continua a cadere) la comunità cristiana, dietro il singolo albero di un generale smarrimento e “intiepidimento” della fede nel popolo di Dio. Continuando il confronto con la liturgia della Parola, contro questa solita usanza di voler condividere le responsabilità – perché se la colpa è di tutti, alla fine nessuno si sente davvero chiamato in causa – non usa mezzi termini il profeta Geremia:

Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. […] Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore (Ger 23,1-2).

I pastori devono guidare il gregge, tenerlo unito e non disperderlo. Per questo sono fondamentali, per questo (e non per altro!) scelgono (o dovrebbero farlo) di offrirsi come pastori, e per questo l’attuale situazione, di fronte alla quale di nuovo ci si presenta lo sguardo compassionevole di Gesù, è colpa loro. Come si suol dire, «se la suonano e se la cantano», senza rendersi conto che sono proprio loro la causa e l’origine di molti dei problemi che pure sembrano essere bravissimi a sciorinare e a mettere in luce (molto meno a risolvere). Trincerandosi dietro sterili dibattiti, vuoti prìncipi, paventati capisaldi della fede cristiana, fanno di tutto per non guardare in faccia la dispersione e la disperazione (talvolta) che regnano nel gregge, o in quello che di quel gregge a loro affidato rimane. Parliamo di pastori di fronte ai quali il mondo, sempre più spesso, rimane indifferente, oppure, se chiamato direttamente in causa, risponde con aggressività e irritazione, perché si tratta pur sempre di pastori che con il mondo hanno ormai ben poco a che fare (alla faccia del pastore che deve avere «l’odore delle pecore»…). Pastori a cui spesso il popolo bussa, ma a cui altrettanto spesso non viene aperto, perché il gregge deve ascoltare, non chiedere. Pastori di fronte ai quali qualsiasi appello (teologico o meno che sia) è drammaticamente destinato a rimanere inevaso e inudito, perché ogni cambiamento e ogni confronto con la realtà è ormai troppo pesante, troppo destabilizzante, troppo scandaloso.

Cosa ci rimane allora in una situazione che sembra irrimediabilmente allo sbando? Non ci resta che la ferma convinzione che il Salmo responsoriale della 16a domenica del Tempo ordinario ci ha invitato a pregare. Perché non conta se sono i pastori stessi a “guidarci” «per una valle oscura» o se il loro «bastone» e il loro «vincastro» ormai non sono più in grado di sorreggere nessuno. La certezza è solo una: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (Sal 23,1).

E allora, tornando alla domanda che Gesù stesso ci ha insegnato, è probabile che il Figlio dell’Uomo, tornando, trovi ancora la fede sulla Terra; una fede, tuttavia, che rischia di nascere e di crescere non “grazie” bensì “nonostante” i pastori. La fede ci sarà, ma ciò non toglie che coloro che ne vivranno e per questo andranno incontro al loro Signore, si presenteranno come folle «senza pastore». Non sappiamo, a questo punto, cosa mai potrà inventarsi e in che modo potrà ancora sorprenderci l’amore senza confini del Signore Gesù verso coloro che dovevano essere «pastori» per le loro pecore. Ciò che sappiamo, però, è che per quelle folle ci sarà sempre la compassione di Gesù, il suo desiderio di «insegnare», di «lasciare il segno», di arrivare dove altri (presi da altre cose) non sono arrivati o non sono voluti arrivare; di recuperare quelle pecore che altri pastori (impegnati a guardare più a se stessi che al gregge) hanno perso o, peggio, allontanato; di accogliere con amore coloro che senza pastore forse non sanno dove andare, ma non perdono la speranza di poter un giorno abitare «nella casa del Signore per lunghi giorni» (Sal 23,6).

 

2 risposte a “Gesù ci guarda…e ha ancora compassione di noi!”

  1. Paola Buscicchio ha detto:

    Anni fa feci un viaggio per studio in Irlanda e precisamente in alcune delle piccole città della zona ovest: Roscommon, Newcastle, Limerick.
    Ciò che mi colpì in particolare oltre ai bellissimi castelli furono le ampie distese di erba e le pecore al pascolo con i pastori che sapevano portare nelle radure migliori il loro gregge.
    Una sera decisi di fermarmi a messa in una piccola chiesa di Limerick e la trovai piena di gente e insolitamente silenziosa.
    All’ingresso del celebrante si alzarono tutti in piedi in segno di rispetto.
    Bastò quello a farmi convincere che un vero pastore era là presente tra loro.

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Condivido: affermare. Con convinzione il Credo è un buon punto di partenza.anche se la Chiesa non è …..ma appare un resto, parso nel mondo a formare l’unità. La Legge dettata da uomini, per sua natura è discutibile, spetta al Maestro poi giudicare se è una Legge di Cesare o quella del il Pastore. perché comunque l’amore vero non sta nel difendere una idea, ma nel proteggere l’agnello, quello che inerme bela in preda a lupi, oppure è ferito, soffre e bisognevole di cure alla mercé’ di chi provacompassione.Il Pastore non è detto che vesta in modo da distinguersi ma è Lui o un suo mandato perche , si ferma per via o entra in casa, prova compassione, Parla che c’è un regno preparato per coloro che hanno quella certa veste, che si è cucita addosso alla persona vivendo, sarà bella perche illuminata dall’amore .Il Santo Padre vede certo gregge e lo cerca, e lo raduna, Conforta, rassicura che ogni lacrima e dolore patiti, il Padre li tramuterà in Gioia eterna.

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