Emmaus, la lezione del farci evangelizzare (da fuori)

Dovremmo interrogarci sul come i discepoli di Emmaus si lasciano accompagnare, sul come si concedono la libertà di farsi spiegare ciò che credono già di sapere; e così, di nuovo, accade la conversione
18 Aprile 2026

Terza domenica di Pasqua

Il racconto di Emmaus ci consola, a noi viandanti nel tempo e nello spazio; ci consola, perché racconta di un Risorto che ci viene a prendere là dove siamo, là dove forse scappiamo. E lo fa con discrezione, con cura, con amorevolezza. I due discepoli di Emmaus siamo noi, siamo tutti noi che, anche se abbiamo incontrato la Pasqua, sempre siamo bisognosi di conversione, perché siamo fragili, impauriti, stupiti. Perché fatichiamo a capire, fatichiamo a giocare la vita… su un annuncio di vita.
Lo racconta bene Luca: i due uomini dalla locanda tornano in fretta a Gerusalemme, da dove erano partiti: è una conversione, è mutamento di cammino. Prima, però, hanno dovuto, nuovamente, essere evangelizzati, hanno avuto di nuovo bisogno che qualcuno si accostasse a loro, dicesse e spiegasse, ascoltasse e accogliesse, mostrasse e compisse; e così, i due discepoli vengono evangelizzati da chi sta fuori, da uno sconosciuto, che solo alla fine si rivelerà ai loro occhi. Quanta umiltà nel loro atteggiamento!

Siamo sempre bisognosi di conversione, siamo sempre bisognosi di evangelizzazione, siamo sempre bisognosi di speranza. Lo ha detto bene, pochi giorni fa, in Algeria, Papa Leone: «Ma davvero la nostra storia può cambiare? Siamo così carichi di problemi, insidie e tribolazioni! Davvero la nostra vita può ricominciare da capo? Sì! L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza».

I due uomini di Emmaus ci ricordano che non viene mai meno la possibilità di riscoprire la forza del Vangelo, capace di rinnovare la vita. Ma non dovremmo dimenticare che anche fuori (o, forse, oggi, è soprattutto fuori) il Risorto ci attende, per farci di nuovo suoi compagni. È una lezione per le nostre esistenze, per le nostre comunità: c’è un Gesù che cammina all’esterno dei nostri perimetri, e che ci aspetta per darci un nuovo annuncio di vangelo, per accogliere dubbi, tristezze, delusioni, stanchezze e impastarle ancora in un pane di risurrezione. «Ci segue, ci sopravanza, / si accompagna con noi, / per lunghi tratti / ci respira al fianco» (Mario Luzi): il Risorto è così: un passo avanti, un passo a fianco, un passo dietro. Arriva, inatteso. A noi spetta dargli ascolto, aprire il nostro vivere, invitarlo a una sosta di condivisione.

Allora non dovremmo tanto stare sul cosa vedono i discepoli, cosa ascoltano, cosa dicono; ma sul come: come si rendono disponibili ad accogliere un incontro inaspettato, come si presentano desiderosi di una parola di senso, come si lasciano accompagnare, come si concedono la libertà di farsi spiegare ciò che credono già di sapere, e che in realtà non sanno. Sul come, forse, dovremmo meditare; è quello che secondo Max Milner, grande critico francese, fa Rembrandt in un suo quadro giovanile, tutto luce e ombra. Perché «riconoscere Cristo» in fondo, secondo la lezione di Emmaus, «significa ricordarsi che il suo luogo è altrove» (Max Milner).
Altrove, non dove pretendiamo che egli sia. E questo ci spinge sempre a cercarlo.

(Ph: Rembrandt, Cena di Emmaus, 1628, Musée Jacquemart-André, Parigi)

 

 

3 risposte a “Emmaus, la lezione del farci evangelizzare (da fuori)”

  1. Suor Carmela Pizzonia ha detto:

    Buonasera.
    Bellissimo questo ‘piccolo’ e prezioso e coinvolgente articolo:
    è la prima volta che io (dico io), vedo precisare il “come” incontrare o meglio lasciarsi incontrare da Gesù Risorto e con quale atteggiamento.
    Noi (e da noi gli altri) bisognosi di senso e di speranza, noi bisognosi di continua conversione!
    Grazie!
    Sr Carmela

  2. Alberto Ghiro ha detto:

    In questo racconto trovo la comunanza con i discepoli nella difficoltà di credere di fronte ad avvenimenti incomprensibili che per loro trova una consolazione nelle scritture e nel midrash; per noi invece la difficoltà è nel credere nel Cristo più che credere fedelmente e ciecamente in scritture che non capiamo per lo stile o perché ne ignoriamo lo spirito. È l’occasione comunque per ribadire che il credere è tale solo se oggettivo e non soggettivo, legato a ciò che non è l’oggetto del credere ma a se stessi o ad altri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)