Desiderio di assenza per un Natale di attesa e gioia

Il Natale è il giorno dei poveri, degli ultimi della terra. È la notte santa, eppure laicissima, in cui i dimenticati e i lontani sorridono alla buona notizia.
4 Dicembre 2020

Mentre questo Natale duemilaventi un po’ squinternato ci sta cadendo addosso con il suo carico di incertezze, domande e paure, penso al pastore della meraviglia, alla zampogna che suona felice nella notte di Betlemme, ai flauti che intonano melodie mediorientali, alle massaie che arrivano di corsa fino alla grotta, con le mani impastate di acqua e farina.

C’è poco da fare. Il Natale è il giorno dei poveri, degli ultimi della terra. È la notte santa, eppure laicissima, in cui i dimenticati e i lontani sorridono alla buona notizia. Un Natale plebeo, seppure l’Occidente ricco lo riduce a merce da asporto.

La veglia di Natale corregge, in una sola notte, le storture delle democrazie del mondo, assumendo come vincolo etico il diritto di presenza di questa moltitudine di gente che, come canta Fabrizio De André in Smisurata Preghiera, «viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione». E che pure sorride alla vita che viene. E, almeno per un santissimo e laicissimo giorno, fa festa.

Ecco perché non mi appassiona per niente il dibattito sugli orari delle messe per la veglia di Natale. Trovo discrasia tra l’affanno della ricerca del buon orario e i contenuti di una veglia che è “altro”, che può essere “altro”, tra le disposizioni una tantum per igienizzare il luogo di culto e un’accoglienza al Tempio che dovrebbe invece essere attenzione quotidiana e percezione comune.

Dal punto di vista liturgico – non me ne vogliano gli appassionati del tema che guardano al Triduo Santo come l’apice della liturgia cristiana – io scelgo sempre la veglia di Natale. Perché è attesa di vita. Senza complotti, tradimenti, miracoli, resurrezioni. Attesa di vita che sorride.

La grande tradizione musicale classica e sacra ci ha regalato opere maestose e indimenticabili durante il Triduo Santo, ma qui vince Sant’Alfonso Maria de’ Liguori con Tu scendi dalle stelle, la versione italiana della napoletana Quanno nascette Ninno. La semplicità e lo stupore di “quella” notte, anzi, di “questa” notte, è il tributo massimo all’attesa del bello, senza scorciatoie.

La veglia di Natale – e non le messe del 25 dicembre che sono già numerose con ampie possibilità di scelta – vale il diritto di presenza, ma proprio per questo non sopporterei un altolà sulla soglia del Tempio, probabile per i luoghi di culto piccoli, perché magari i fedeli si sono barricati al loro posto striminzito dal Covid, occupando i disponibili. Non sopporterei nemmeno la possibilità (alternativa) di prenotare la messa on line, per paura di rimanere fuori, come già succede in tante parrocchie per le messe domenicali. Se la liturgia diventa atto burocratico perde il suo senso.

Di fronte a questo diritto di presenza, inviolabile e allo steso tempo personale e comunitario, vale allora il dovere di assenza. Un’assenza che in questa notte benedetta mette a nudo l’assenza del Tempio, delle persone care, dell’amicizia, di una tavola imbandita che almeno in questo ventiquattrosera conoscerà sobrietà e silenzio, trovando posto comunque per allegria e gioia.

Questo ventiquattroduemilaventi è il Natale dell’assenza. Uno stravolgimento del rito che pian piano diventa però desiderio di assenza, desiderio di rito, desiderio di relazione, desiderio di fraternità. Il sacro viene a cercarci proprio quando sembra in letargo.

Lasciarsi accarezzare da questo desiderio di assenza è la scommessa di questo Natale di attesa di vita vera. Un’assenza che apre la porta per un Natale denso. Di attesa e sorriso.

3 risposte a “Desiderio di assenza per un Natale di attesa e gioia”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Io credo di sì, che comunque anche il Natale fuori dal Tempio possa non perdere il suo significato sacramentale. Nella sua attesa già si fanno progetti, su doni da dare, inviare, preparativi di tavola condivisa. Anche se per tanti il presepe e’ non più presente nel focolare domestico o nelle Scuole, è però il Giorno del “Dono Diventato anche Divino. Ha conquistato anche chi cristiano non è/era, di terre vicine o lontane perche da vivere In armonia tra persone cui rivolgersi con un gesto di Bene. Il Natale fuori o dentro il Tempio e’ giorno di vita nuova, aurora di speranza, aspirazione a sognare l’impossibile. E’il miracolo compiuto da un Santo Bambino, nato in una grotta in una piccola località della Palestina. Un coro di Angeli l’ha annunziato, e da generazioni quel canto raggiunge e risveglia tutti i cuori ,segno di pace, di speranza, unisce vite presenti a quelle non più. Questo lo ha fatto Cristo Signore e Salvatore, il “Nato per Noi.”

  2. Maurizio Mazzoli ha detto:

    Viva il nostro tempo contemporaneo ! Si’, uno strano modo per iniziare un commento, ma una espressione contenuta mi ha fatto ricordare una epoca non molto lontana da noi, cioè’ gli anni ’60, quando si iniziava a dibattere liberamente su temi liturgici, con attenzione però’ perché i richiami all’ortodossia erano sempre presenti. Scrivere: “senza complotti, tradimenti, miracoli, resurrezioni” mette in discussione i fondamenti stessi dell’essere cristiani, secondo la vulgata che ho citato prima.
    Questo di Gianni Di Santo e’ un articolo coraggioso che rompe certi tabu’ che ancora persistono nell’ambiente ecclesiastico, ma Papa Francesco in questo caso il miracolo lo ha fatto.
    Concordo appieno con il Natale “attesa di vita”, in fondo ogni bambino che nasce e’ sempre il dono più grande della vita che si rinnova.

  3. Stefania Manganelli ha detto:

    Anch’io ho accolto la domanda che la storia di questa pandemia ha presentato: la messa senza diritto di presenza per tutti realizza il suo significato sacramentale?
    Le regole, le restrizioni, i distanziamenti, le esclusioni dei non “invitati” -preventivamente registrati, non rappresentano l’ulteriore burocratizzazione e svuotamento di senso del sacramento?
    Dalla Cei in giù non ho ancora sentito la condivisione di questa domanda, che, almeno, sento emergere anche da questo articolo.

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