Willy, siamo tutti coinvolti

Va cambiato il contesto e il pronome, ma dopo 50 anni De Andrè (La canzone di maggio) è ancora rivelativo.
10 Settembre 2020

È molto difficile, oggi, cercare di scrivere qualcosa della marea di pensieri e di reazioni che ho in testa, senza farmi prendere dalle emozioni. Sconcerto, rabbia, frustrazione, dolore, tristezza… ma anche pietà (quella vera dell’amore), speranza, fiducia. Si anche questo. Ne ho discusso con la mia amica Chiara e da lì è nata una traccia di pensiero che prova a riconnettere questi vissuti.

Nella tragedia di Willy Monteiro Duarte, Chiara mi suggeriva l’attenzione alle reazioni. Quelle dei giovani intervistati a Colleferro, ad esempio, che avevano tutte la stessa nota di fondo: una scazzottata tra giovinastri finita male. A dire che per loro quello che è successo fa parte dell’orizzonte possibile di una loro ordinaria serata. Nella loro mente l’omicidio è derubricato a “ragazzata”. Ancora. Ieri mattina un giornale nazionale titolava: “Ecco la mossa da karateka che ha steso Willy”. La perdita del centro di valore dell’evento è lancinante! Aggiungo. Il tentativo politico di leggere questo omicidio nella logica “opportunista” che incolpa gli avversari (siamo sempre in campagna elettorale!). E quello degli avversari di gridare allo “sciacallaggio”, dimenticandosi prontamente di quando loro stessi hanno usato lo stesso metro a rovescio. Una tristezza sconfortante!

“Anche se avete chiuso
Le vostre porte sul nostro muso
La notte che le pantere
Ci mordevano il sedere
Lasciandoci in buonafede
Massacrare sui marciapiede
Anche se ora ve ne fregate
Voi quella notte, voi c’eravate”

Va cambiato il contesto e il pronome, ma dopo 50 anni De Andrè (La canzone di maggio) è ancora rivelativo.

Il contesto. Le pantere non sono più i poliziotti, ma sono uomini così forti, da poter contare solo sui loro muscoli. Una debolezza non mascherabile dietro al branco, dietro ai loro volti duri e vuoti, dietro ad una vita che incarna perfettamente la logica della post – modernità priva di senso. La violenza sociale non è più ideologica, ma semplicemente ordinaria. Il rancore, la rabbia che bolle dentro da tempo, non è più generata da motivi sociali, ma dal sentirsi traditi nella ricerca della felicità da una cultura che allude alle possibilità infinite per tutti, illude che questo sia possibile, poi delude la stragrande maggioranza delle persone ed infine esclude chi ancora vorrebbe provare a entrare in questo gioco al massacro.

Meccanismo tragico in cui tutti siamo coinvolti, perché chiunque di noi avrebbe avversari e motivi per reagire istintivamente calpestando l’altro. Poi non lo facciamo, certo, e questo fa differenza, ma la pulsione dentro l’avvertiamo tutti. Chiunque di noi vorrebbe vedere scomparire dalla propria vista chi ci ha fatto del male, chi ci aggredisce, chi ci mostra, col suo modo di vivere, che la nostra idea è sbagliata, che la nostra vita è vuota, che esiste un altro modo per essere felici e uomini al tempo stesso. E se non arriviamo a questi estremi è davvero sempre per il rispetto dell’umanità dell’altro?

Abbiamo generato una convivenza fatta di disinteresse, nel migliore dei casi, di sopportazione forzata, di colpevolizzazione necessaria, di aggressione indistinta. Perciò è logico che questo dramma non ci muova socialmente più di tanto e venga considerato come una possibilità “normale”.

Il pronome. Ecco perché De Andrè andrebbe corretto. Non ha alcun senso oggi parlare di noi e di un voi. Questo, anzi, continua a mantenere in piedi il meccanismo perverso in cui il rancore diventa un connettore sociale e si autoalimenta. Ci siamo dentro tutti. A Colleferro c’eravamo tutti. Non nel senso di una colpa diretta, ma nel senso di una mancata presa di consapevolezza della violenza che abbiamo generato in questo modo di vivere.

Ricordate Pietro Maso? Era il 17 Aprile del 1991 quando uccise i suoi genitori. Arrestato e condotto in carcere, ricevette decina di lettere di giovani che lo osannavano e avrebbero voluto seguirne le orme. Questo generò un polverone mediatico durato mesi. A testimonianza di quanto allora lo sconcerto fosse stato capace di risvegliare ancora una reazione sociale. Oggi, su fb i commenti di lode ai quattro assassini nemmeno vengono più presi come un problema. A nessuno verrebbe in mente di provare a censurarli, anche fosse solo per motivi educativi e per evitare emulazioni.

Allora mi viene da dire che oggi, uscire dalla logica del rancore, del nemico da combattere sarebbe il primo atto politico da compiere per provare a dare speranza ad una società violenta. Ma, come Gesù Cristo insegna, questa operazione espone chi la fa alla furia cieca del violento di turno che vede una ghiotta opportunità di “vincere facile”.

Willy ha fatto questo, e forse in questa storia è proprio il significato meno evidenziato.

5 risposte a “Willy, siamo tutti coinvolti”

  1. Teresa Benedini ha detto:

    Una grande tristezza mi pervade : perchè tanta violenza ? Leggo di presunte responsabilità sociali, politiche ….E l’educazione nella scuola e nella Chiesa ?? Chi sa educare oggi ? Non è che per caso siamo tutti sopraffatti dalla violenza ( verbale , spesso ) e non di rado violenza di fatto , che non riusciamo ad intraprendere strade nuove per ascoltare veramente cosa bolle dentro le persone, giovani e non ? Mi ricordo spesso una citazione di Nietzsche che cosi dice ” Chi ha un perchè per vivere, sopporta quasi ogni come ” Non sarà che ci manca un PERCHE’ vivere che ci porta a tanta infelicità e violenza ?

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Poco fa tra gli interventi di domande presentate alla Cameraun Onorevole ha sollecitato una decisa azione del ministro dell Interno sul traffico di droga coinvolgente molto mondo giovanile e non il cui commercio sempre più fiorente ha raggiunto livelli tali da sembrare il controllo inesistente mentre invece sempre più spesso la cronaca riporta fatti sempre più incresciosi e situazioni dolorose coinvolgenti il mondo giovanile. Sempre più fragile vittima inconsapevole.
    . Ha sollecitato drastiche misure chiedendo che si agisca in tutti i modi possibili anche interessando l’ambito dove si educa. Finalmente si mette il dito su una piaga dove si arriva sempre tardi, è una maggiore conoscenza sulle conseguenze che l’uso di oppiacei ha sulla persona oltre a quello che sembra dar piacere, potrebbe essere strumento efficace a evitare cadute e ricadute.di molti giovani

  3. Paola Meneghello ha detto:

    Concordo sull’analisi. Manca, in particolare nei giovani, il “senso”, e la speranza nel futuro.
    Ciò che non mi dà pace è vedere ancora una volta tutto portato dentro lo scontro politico e di superficie: le colpe non sono mai da una parte sola, e bisogna cercarle in profondità; la violenza è il risultato di un disagio che parte da dentro e da lontano, a cui nessuno, evidentemente, sa dare risposte. Ma invece di puntare sempre il dito sugli altri, considerandoci sempre i migliori, bisognerebbe con umiltà dirsi di avere fallito, tutti, e con buona volontà, e amore per l’umanità, dirsi una volta per tutte che questo mondo deve cambiare dalle radici, che finché sapremo solo fare 2+2=4, non riusciremo mai ad andare oltre l’apparenza…insomma torniamo sempre lì, siamo un corpo e un’anima, ma della seconda non si ricorda più nessuno..

  4. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Sembrerebbe da film l’accaduto quasi lettura da girone dantesco, passa per normalità nella società di oggi l’accaduto, visti i casi quotidiani. A questa fa seguito altra rivolta vittima, un corteo di pietà condivisa ,atti dovuti anche la ricerca di attenuanti a chi ha commesso la brutalità in attesa di giudizio. . Si è in inizio Scuola per milioni di giovani,il coronavirus occupa tutto lo spazio nelle aule, di educazione invece non si sente cenno, come implicita ma ci si interroga quale è quali i principi A farne tema di istruzione oltre la digitalizzazione visti i fatti quotidiani?Perche il vuoto di quei demoni Solleva interrogativi!le chiamano arti marziali, ma la violenza e oggi anche nello sport,!nella rabbia di gente frustrata stanca del vuoto politico.Nella piazza verde con giochi,genitori e figli in stretto assembramento, i primi a far giostrare i figli, anche due sul medesimo sellino,tutti felici senza mascherine, ma il pericolo è solo in classe?E li finisce?

  5. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Condivido tutto. E scavo.
    Siamo tutti in uno stato di GUERRA.
    Causato da politica& sociale difficile&media.. tutto con-corre.
    Un esempio piccolo piccolo.
    Io e nipote con problemi di sovrappeso.
    Si discuteva di tutt’altro, animatamente.
    Lui sbotta: ” tu l’altra sera dopo il (solito) yogurt+muesli hai mangiato due biscottini.” Esplico. C’entrava una mazza. Ma il desiderio di lanciare una accusa all’altro lo spiega bene. So che qs non dice niente.. ma mi serve x arrivare a proporvi una via di analisi:
    Questo stato di guerra rivela una profonda DEBOLEZZA/FRAGILITÀ/IMMATURITÀ interiore. Le condizioni dell’altro, l’ALTRO tout court è solo da abbattere, anche con falsità. Ne va del di me compiacimento, orgoglio, autocelebrazione, ecc Mi fa sentire più sicuro.
    Oggi una parola, domani chissà…

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