La scuola dove insegno organizza tutti gli anni un concorso di presepi costruiti dagli alunni delle classi prime di scuola secondaria di I grado. Il progetto, a cavallo tra religione, arte e tecnologia, è sempre molto partecipato e i ragazzi si mostrano solitamente originali e creativi. Quest’anno cinque alunne ne hanno costruito uno dal titolo “Una luce nella tempesta”, che è stato particolarmente suggestivo: rappresentava la natività tra le macerie di Gaza distrutta, con i magi che erano rispettivamente un medico, un operatore umanitario ed un giornalista. Nella didascalia si leggeva: «Una rappresentazione attuale della nascita di Gesù. L’evento è visto come unica speranza per un popolo oppresso dalla guerra, ed i Re Magi sono raffigurati da persone che in questo scenario si prodigano per la pace». Mi sembra che le ragazze abbiano centrato il senso del presepe, che non è rievocazione storica (del resto il Natale non è il compleanno di Gesù), bensì rappresentazione sacra, che attraverso la narrazione allegorica porta a tutti un messaggio di speranza.
Le rappresentazioni a cui siamo più affezionati rievocano la società ottocentesca delle nostre città, eppure attraverso i presepi si possono dire tante altre cose, mantenendone inalterato lo spirito: alla mostra “100 presepi in Vaticano” o al Museo Internazionale del Presepe di Greccio si possono apprezzare capolavori che rappresentano la natività nei contesti più disparati. Mio padre ne costruì uno con delle schegge di granata raccolte nei luoghi della Grande Guerra; io stesso, dopo i terremoti del Centro Italia del 2016, ne feci uno ambientato in una tenda della protezione civile. E a che servono le numerose rappresentazioni viventi che si svolgono ogni anno, se non ad annunciare che la nascita di Gesù è un evento che si incarna continuamente nel nostro presente?
Raccogliendo in parte questo spirito, il Municipio IV di Roma quest’anno ha indetto un concorso intitolato “Un presepe per la pace”, col fine di valorizzare il presepe «quale elemento artistico e storico-culturale ed espressione concreta di una visione positiva dell’umanità». Poiché il lavoro delle nostre alunne ci sembrava adatto a partecipare, l’abbiamo candidato ed è stato molto apprezzato: con 1549 like, l’opera ha ottenuto il primo posto, con quasi 150 punti di scarto dal secondo e oltre mille dal terzo. Brave ragazze!
Riguardo le altre opere c’è qualcosa che mi ha colpito. Intanto i partecipanti sono stati pochi e perlopiù hanno presentato bellissime realizzazioni “classiche”, con pastori, casette e alberelli. Nonostante il titolo del concorso, il lavoro delle nostre alunne è stato l’unico a riferirsi esplicitamente alla pace. Inoltre, la maggior parte dei presepi (quasi tutti di autore unico) ha ottenuto meno di cinquanta voti, e nessuno più di cinquecento: di fatto si è trattata di un’avvincente corsa a due, tra espressioni di stile assai differenti. Da un lato c’era il tipico presepe parrocchiale, bello e articolato, ma immagine di una fede poco incarnata e poco attualizzata, costruito dal prete della parrocchia (autore solo, maschio, adulto) e sospinto dalla “sua” comunità, che ha accolto l’opera con un senso di orgoglio e gratitudine. Tra i commenti si leggeva: «parla al cuore e fa rivivere la vera magia del Natale. Tradizione, fede e bellezza: questo presepe è un dono per tutta la comunità. Un’opera che unisce semplicità e profonda spiritualità». Dall’altro c’era una realizzazione nuova, diversa, frutto di un lavoro di squadra di ragazze giovanissime, che si sono distaccate dalla rappresentazione tipica, per rimodularla nella propria contemporaneità. Non era un presepe identitario, né aveva a che fare con la “magia” del Natale (concetto poco cristiano a dire il vero), piuttosto puntava a riconoscere valori essenziali per farli diventare universali, immaginando che la salvezza che Dio ci promette possa nascere in ogni momento, in ogni luogo, soprattutto nei contesti più disagiati, spes contra spem.
Contemplandolo mi risuonavano le parole di Isaia che abbiamo ascoltato il giorno di Natale: «come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace. […] Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo». Avrei voluto riadattarle a tutti gli scenari di guerra: «prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gaza, perché il Signore viene per tutti a portare la pace, attraverso l’opera incessante degli uomini che lo sapranno riconoscere nel cuore della tempesta».
Oggi se una cosa è bella, buona, non basta, là si ammanta di magia, perché così e quel di più che alimenta i sogni. Ma il Natale è un “fatto” un bambino nasce al freddo i suoi genitori troppo poveri non hanno trovato altro che una grotta dove anche animali erano al riparo. Le scritture ci dicono che dei pastori hanno visto angeli osannanti angeli e uno disse loro che una grande gioia che sarà di tutto il popolo:” vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore, e la moltitudine dell’esercito celeste lodava Dio. Andarono e trovarono Maria e Giuseppe il bambino come era stato loro detto e questo riferirono….Nessuna magia dunque così come corrisponde a verità che per la sua venuta e “gioia grande” per gli uomini Egli si è fatto dono del Padre guadagnando con il suo sacrificio a noi la vita eterna. Ma il suo Vangelo e Vangelo di Pace, sta a noi la scelta se quella del mondo che oggi vediamo o la Sua che Egli ci ha lasciata.