Un anno dopo: il virus, noi e il campo da seminare

Una pandemia lunga un anno ci ha affaticato. Ma ora, cosa provare a fare nelle nostre vite?
17 Marzo 2021

E così siamo qui, al giro di boa: il 9 marzo 2020 l’Italia tutta si chiudeva, a causa della pandemia: scuole chiuse, attività sospese, divieto di andare oltre il perimetro della propria casa.
Mascherine e disinfettanti, lunghe code ai supermercati e notizie quotidiane dal paese e dal mondo.
Impreparati e impauriti, ci trovavamo a dover fare i conti con una malattia nuova e con i numeri: quanti contagiati, quanti ricoverati, quanti morti. Anziani che si spegnevano in solitudine, case di riposo sigillate; e insieme a questo, con quell’ebbrezza un po’ incosciente che è reazione al troppo (troppo male, troppo in fretta, troppo imprevedibile), la spinta emotiva, la reazione comunitaria: «Andrà tutto bene». Arcobaleni e canti, solidarietà e coraggio.
Ogni sera, il rito: il bollettino delle informazioni. Ogni sera, esperti e pareri. Ogni sera, silenzio e suono di sirene.
Solitudini, chiusure, ansie, dolori, sofferenze, paure. Per la salute, per la famiglia, per il lavoro.
Messe in televisione o in internet; afasia di molti, afonia di tanti, anche uomini e donne di chiesa. Poche parole solide, poche parole umane e vere, al di là della retorica e della superficie. Preghiere in famiglia, in casa, a tavola.

E Dio? Che fine aveva fatto Dio, per chi lo cercava, per chi non lo cercava?
Ma forse, anche, per chi credeva di averlo trovato: dov’era Dio? Che faceva, Dio?
Qualcuno diceva che era arrabbiato e puniva tutti, innocenti e non innocenti; qualcuno che era assente. Qualcuno che era silenzioso, ma c’era.
C’era davvero, probabilmente, al solito modo suo: nelle vite di chi si impegnava per l’altro.

Poi il vecchio, vestito di bianco, claudicante, sotto la pioggia, nel crepuscolo di un giorno, nel crepuscolo di un mondo.
Quel vecchio di fronte a una croce, solo.
Invoca Dio, come gli antichi profeti; denuncia il male dell’uomo, come gli antichi profeti; veglia, scrutando l’alba, come gli antichi profeti; chiama alla compassione, invita alla speranza, infonde coraggio: come gli antichi profeti.

Poi piano piano la primavera, la malattia perdeva di forza. Si piangevano i morti, ma erompeva il desiderio della quotidianità, l’illusione della parentesi, lo stordimento dell’incidente di percorso: tornare a prima, forzare il tempo e obbligarlo a spostare le lancette dell’orologio.
Non è successo quasi niente.
Estate allegra, estate senza troppi pensieri. Avevamo già dato abbastanza.
E tornava il ciarlare vuoto di uomini di responsabilità malati di consenso, privi di alcuna coerenza, senza scrupoli nelle proprie viltà intellettuali, denuncia di pochezza di vita e di visione, sfruttatori delle miserie altrui.

Poi, però, arrivava la seconda ondata. Poi la terza. Con qualche barlume di uscita, vaccini possibili, vaccini forse, vaccini in arrivo, vaccini arrivati, vaccini pochi, vaccini per pochi.

E ora, un anno dopo, i morti sono 100.000. Centomila. Sentirlo il peso dei centomila, anziani soprattutto, fragili, deboli. Sentirlo quel peso. Peso di morti destinati a crescere.
Povertà diffuse, a livello economico, affettivo, familiare, emotivo, intellettuale, relazionale, spirituale.
Aperture e chiusure, privilegi e alibi, scuse e furberie, sanatorie e contraddizioni. E tanta, tanta stanchezza, in molti, in troppi, oltre le età e le vite. Individualismi, ignoranza, smarrimenti, solitudini.
Un anno di fatica per tanti, un anno di scavi nel profondo, per alcuni. Di cammini, di speranza di essere sull’Oreb: forse, dopo il deserto, possiamo intravedere la terra promessa.
Ma siamo cambiati? In peggio sembra, a chi osserva, più che in meglio. La malattia come lente, come apocalisse, come squarcio. Lunghi tempi di egoismo e privata difesa del sé non si cancellano se non ci si immerge nell’intimo, se non si arrischia la fiducia verso la vita e gli altri. Altri non generici, ma volti, con tratti propri.

Non si edifica, non si abita, ma solo si esercita la fuga se non ci si chiede cosa abbiamo lasciato, cosa abbiamo preso, cosa conta, davvero. Cosa vale, sulla bilancia; e come far pendere un poco questa bilancia sul piatto del bene. Come far arretrare di un passo la notte.

Un mondo è tramontato, un mondo geme nelle doglie del parto.
«Il genere umano / non può reggere troppa realtà», diceva Eliot, tra le macerie di una guerra. Ma almeno un poco di realtà, di cruda, vera, umana realtà dobbiamo provare a reggerla. Farla nostra.

Geremia, nel momento in cui era perseguitato, Gerusalemme cadeva e parte del popolo prendeva la via dell’esilio, comprò un campo. «Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese», dice l’oracolo del Signore.
Un anno dopo abbiamo bisogno di consolazione, di relazioni, di bene, di futuro buono, di rispetto dell’umano, di misura.
Un anno dopo, abbiamo bisogno di sentire le parole che Geremia rivolse al popolo sconfitto, sradicato a Babilonia: «Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie».

Un anno dopo, abbiamo bisogno di comprare un campo.
Ognuno il suo campo.
Ognuno il campo su cui vale la pena seminare il tempo che arriva.

3 risposte a “Un anno dopo: il virus, noi e il campo da seminare”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    La vita di Gesù Cristo è stata un progetto del Padre il quale non poteva non amare le creatura uomo, il quale l’aveva voluto a sua immagine e somiglianza, non li voleva perdere. Gesù Cristo il Figlio unico suo, doveva essere il Salvatore di tanti fratelli che più fragili correvano il rischio di non più far parte di quel regno per il quale erano destinati sin dalla creazione..Cristo non poteva rifiutarsi di essere il Salvatore perché era solo capace di Amore è diventato uomo ancora di più ha provato pena per l’uomo così vittima della sua natura da aver bisogno di aiuto, era cieco non vedeva dove stava andando, né sperava di avere un futuro di vita. Cristo, l’incompreso ha subito ogni genere di dolore perché al Calvario tutto sarebbe stato chiaro con la Risurrezione di se stesso, prova di quella che sarebbe stata per per tutti noi. Ha tenuto fede a un progetto alto, vita spesa on invano;esempio di amore donato, quel modello che dovremmo far nostro ogni giorno

  2. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    “Gesù poteva sfuggire alla crocifissione: perché non l’ha fatto?”
    La domanda di Paola rimette al centro Gesù, un po’ sfocato nel msg di Sergio..
    Bella e intelligente la risposta:
    x liberarci dalla paura della morte!
    Ma nn da’ conto delle domande che mi sorgono dentro a ogni Eucarestia:
    Perché hai sofferto tanto, Gesù?
    Perché una morte così atroce?
    Perche hai dato tutto il tuo Sangue??
    ———————————–
    Ah, come vorrei dare in cambio il mio..
    Come sarebbe più giusto!
    In quel ‘giusto’ sta, imo, LA risposta.
    A partire da come e quanto INGIUSTA sia la Passione del primo dei GIUSTI, del sommamente giustosenzacolpaalcuna.
    Gesù è il dio della VITA.
    Non della morte.
    Quanti fratelli oggi patiscono ingiustizie somme? Soli? NO. Gesù è con loro.
    Gesù è col bambino appeso.
    Gesù è con i fratelli nel respiratore.
    CINQUECENTODUE,
    Di sofferenza, di dolore, di abbandono,.

  3. Paola Meneghello ha detto:

    Proviamo ad amare e a difendere la Vita e a non nascondersi da essa come gli struzzi, proviamo a spingere un po’ oltre la nostra visione e consideriamo che la morte fisica non è la fine della Vita, ma lo è la negazione della sua essenza che è la relazione e la Libertà. .

    Gesù poteva sfuggire alla crocifissione: perché non l’ha fatto?
    Ci doveva salvare, bene: forse dalla perdita di memoria di Chi siamo, e dalla paura di vivere, e di morire, che non ci fa crescere e divenire pienamente Umani?

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