Se il virus è una vera ‘apocalisse’…

La pandemia è un'apocalisse per il nostro mondo, ossia un 'disvelamento' di dinamiche, fenomeni, problemi e risorse in cui eravamo immersi in modo poco consapevole...
15 Gennaio 2021

Apocalisse è una parola forse ormai abusata, per parlare del covid. Il suo significato originario, però, sembra poco frequentato da chi la associa a questa pandemia. I greci avevano coniato questa parola per indicare lo svelamento, il rivelarsi di qualcosa che prima era nascosto e che poi diviene visibile.
Cosa ci rivela il covid? Alcuni già hanno sottolineato che la dimensione relazionale dell’essere umano si è mostrata in tutta la sua necessità, proprio per la sua assenza. Altri, più funesti, hanno segnalato come la pandemia evidenzi i limiti umani e la non garanzia della sopravvivenza della nostra specie. Non fosse altro per averci buttato in faccia l’esperienza così pervasiva del dolore e della morte. Di sicuro entrambe le cose sono vere, ma credo che sia necessario sottolineare anche altre “rivelazioni” che questo virus ci costringe a riconoscere.

Il malessere generalizzato che si percepisce tra le persone è spesso connesso alla percezione di non poter più vivere gesti ed eventi che davamo per banali: un abbraccio, un incontro, un concerto, un film al cinema, ecc.… Non fa male solo il fatto di vedere ridimensionata fortemente queste possibilità di relazione, ma anche il fatto che qualcosa (un piccolo virus) venga a renderci impossibile qualcosa che, almeno nel mondo evoluto dell’occidente che sta pagando il prezzo più alto, era dato per scontato.
In realtà forse dobbiamo ricrederci e riconoscere che poter abbracciare qualcuno non è cosa così automatica e comune, che incontrare persone non è così semplice e banale. La rivelazione del covid qui ci spinge a ritrovare il valore bello di gesti quotidiani a cui ormai pochi facevano caso. Ora no, siamo costretti a ripensarli, perché ci mancano e così siamo spinti a ritrovarne lo spessore vitale che possiedono ben al di là di quanto, per abitudine, pensavamo. Abbiamo tutti capito, nuovamente, che siamo esseri relazionali, che senza relazioni la nostra vita diventa estremamente povera e che le relazioni hanno bisogno di presenza, di corporeità: non basta un messaggio o una videochiamata. Serve il gesto concreto, serve la condivisione di uno spazio fisico.

Ma nella stessa percezione c’è un’altra rivelazione da cogliere, forse. Un piccolo virus è capace di mettere un freno allo strapotere che abbiamo riconosciuto, almeno in occidente, ad un elemento antropologico ormai divenuto quasi l’unica divinità a cui essere devoti, qualsiasi sia il nostro orizzonte filosofico: la volontà individuale.
La nostra società è stata costruita da decenni sull’illusione che la volontà individuale sia l’unico riferimento di valore. Abbiamo corroso l’oggettività, il valore della persona, la sacralità della vita, il senso della condivisione. L’unico elemento che sembra potersi salvare dagli acidi della post – modernità è la volontà del singolo. Forse proprio per questo abbiamo sempre più fatto fatica a riconoscere ad essa dei limiti, perché qualsiasi ostacolo poteva essere sentito come un freno all’espansione della vita della persona.
Ora, la situazione che stiamo vivendo costringe tutti, invece, a rendersi conto che la volontà individuale è ben poca cosa a confronto di un dato naturale che non sappiamo ancora sconfiggere e che può portarci alla morte. Vorremmo uscire liberamente, fare viaggi, sviluppare interessi, coltivare passioni, ecc., ma non possiamo farlo. E non solo perché il governo di turno ce lo vieta, ma perché ci rendiamo conto che con il nostro comportamento possiamo decidere della vita e della morte nostra e di altri. Dunque la nostra libertà non è semplicemente il fare quello che voglio, ma deve farsi carico in qualche misura anche dell’altro, della sua salute e del suo bene. Il virus ci ha ricordato che il bene comune non è una biglia che procede in modo inerziale, ma necessita delle nostre attenzioni e della nostra cura. Così, ci siamo anche ricordati dell’importanza della politica, che era stata messa ai margini dalla finanza e dalla tecnica: invece, da mesi, viviamo secondo provvedimenti nati dalla discussione politica, secondo idee, non sempre condivise, proprio di bene comune. Non è anche questo un campo in cui dovremmo esercitare più vigilanza e cura, dato che la politica ha dimostrato di non essere morta?

In realtà è sempre stato così! L’essere umano è l’unico animale consapevole della morte, al cui comportamento è affidata la sua stessa sopravvivenza e quella dei suoi simili. Ma sembra che, almeno in occidente, ci siamo bellamente dimenticati di questo. Il potere scientifico sulla natura ci fa immaginare che possiamo fare di lei qualsiasi cosa, senza che ciò produca effetti problematici per noi stessi. Ora questa pandemia ci mette davanti, al contrario, la percezione che questo potere non è così certo e che i nostri comportamenti hanno effetti retroattivi su di noi. Tutti stiamo sperando che il vaccino risolva il problema, ma siamo sempre più sorpresi dalla possibilità che anche questo non sia, invece, risolutivo.

Ecco perché, e questa forse è la terza rivelazione, resistiamo molto tenacemente all’idea che, per sopravvivere, la specie umana deve cambiare logica di vita. Tutto l’insieme dei messaggi mass mediatici attuali spinge verso l’idea che prima o poi tutto tornerà come prima. C’è una resistenza inconsapevole, ma condivisa socialmente, all’idea che, invece, il “come prima” non sarà più possibile. Per questo si sono alzate ancora di più le barriere difensive, la vigilanza spasmodica per salvare il più possibile il proprio benessere individuale, al massimo familiare.

Ma questa resistenza viene messa sempre più a dura prova dal virus. Qualcuno ha cominciato a mollare, e ha deciso che o ci si salva insieme oppure non ci si salva. E ha cominciato a vivere come se davvero il benessere o è collettivo o non esiste davvero. Sarà sufficiente?
E se dobbiamo pensare a uno stile di vita diverso, allora varrà la pena tenere presente altre rivelazioni. Pensiamo proprio alla natura: in modo evidente ci è stato ricordato che siamo esseri che si nutrono (nel senso ampio) della natura e che, pertanto, il mondo artificiale non genera automaticamente benessere. La natura che il nostro modo di vivere spesso ha trascurato, o di cui ha abusato, al contrario è tornata al centro: chi non ha sognato, nei giorni di chiusura, una passeggiata al mare o in montagna? Chi non ha desiderato avere un giardino, un orto, un albero, un luogo caro a cui tornare in armonia con il creato?

Ancora, il virus è stato l’apocalisse del tempo: ci ha messo sotto agli occhi quanto stavamo consumando il tempo nell’elenco delle attività da fare, freneticamente accelerati, sempre in ritardo: costretti alla sosta, forse abbiamo avuto occasione di godere di un ritmo più lento e più umano, abbiamo potuto sperimentare la noia salutare e creativa, l’ampiezza della conversazione, l’abitare il tempo senza scadenze immediate a cui fare fronte. Non è anche questo un disvelamento da trattenere, nella società che sogna ancora di tornare alla corsa senza pausa?

Da ultimo, il virus ci ha messo alla prova, ci ha affaticato: come riuscire a reggere una situazione simile, al di là dell’aspetto economico? Probabilmente con le risorse della nostra interiorità. La pandemia si è incaricata di ricordarci come, per attraversare le tempeste della vita, sia necessario coltivare se stessi, il pensiero, le riflessione, l’ascolto, il silenzio, la meditazione, la preghiera. Scavando a fondo dentro di noi, facendo scendere in profondità le radici del nostro io, siamo più solidi di fronte alla burrasca. Spesso siamo chiamati alla risposta immediata, sovente la nostra emotività è sollecitata in modo superficiale: invece, grazie al tempo più lento, siamo stati spinti dalla situazione a un’immersione equilibrata e integrale in noi stessi, conoscendo nuovamente le risorse della nostra vita interiore: non in fuga, ma capaci di stare con noi stessi. Non è compito facile, ma necessario, per scoprire realmente chi siamo e cosa sappiamo e possiamo fare.
Virus apocalisse, dunque? Sì, ma non solo nel senso di tragedia, ma anche come occasione di grandi rivelazioni per il XXI secolo.

7 risposte a “Se il virus è una vera ‘apocalisse’…”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Questo virus oltre che sembrare segno apocalittico, lo fa pensare per il fatto che pur seminando distruzione e morte tra gli umani viventi mette in luce tanti aspetti, modi di pensare nuovi che effettivamente non rispondevano a un bel vivere la vita (fraternità, rispetto reciproco, simili anche pur nelle differenze di luoghi,storia, tradizioni le quali anziché creare “incontro”si sono eretti muri di diffidenza, non forieri di amicizia, ma confronto, rivalità, stimolo a cupidigia, a togliere, rubare al povero i propri diritti naturali, fatto emigrare non per un meglio ma a trovarsi ancora rifiutato, servo di un suo simile un alieno. Per questo sembra il virus sia sorto da tutti queste scorie, accumulate nei secoli, Il suo concetto di libertà anziché elevarlo pur con tutte le opere non sa ancora vedere dove sta il recovery di se stesso, il vaccino non solo per il corpo ma anche per lo spirito che lo farebbe vivere.

  2. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Mai come oggi la Scienza è ‘vicina’ a Dio.
    Basta guardare su tante ultime teorie o su come il tema “coscienza”…. R non confondere scienza con tecnologia.

  3. Gian Piero Del Bono ha detto:

    La scienza e’la nuova Chiesa. si crede alla scienza “fideisticamente”senza metterne in discussione i dettami. Eppure la storia della scienza e’fatta di tante teorie prima credute vere, poi dimostrate false,di tante certezze superati dalla realta’ dei fatti , di tanti “studi scientifici”poi smentiti da altri “studi scientifici” . La vita rovinata delle persone , per esempio dalla opinabile e confutabile teoria scientifica che il “lockdown”serva a qualcosa, i tanti suicidi, i tanti ridotti sul lastrico i tanti ridotti alla disperazione , i giovani rovinati , chi poi li risarcira’ ?

  4. Paola Meneghello ha detto:

    La scienza è la nuova Chiesa, ormai. Ieri in TV l’ennesimo profeta di sventura che se la prende con i giovani e le loro domande: solo vittimismo, vietato farli sentire, guai cedere all’emozione, secondo il nuovo dogma..Tutto ciò che va contro l’umano è inevitabilmente sbagliato, questa è la mia rivelazione: e l’Uomo nuovo, cosciente e responsabile, sa che il vero contagio passa proprio dalla paura di contaminarsi.. non ci si protegge nascondendosi, ma mettendo in atto politiche davvero umane, che rispettino la dignità dell’uomo, che non sarà mai quel robot asettico e anafettivo che rischiamo di diventare, e mi ribello a prescindere a chi non comprende la gravità di ciò che si sta facendo ai nostri ragazzi, il nostro futuro.. . Forse il velo deve anche cadere sull’ultimo tabù, la paura della Morte, e lasciare il posto alla consapevolezza che la Vita non muore…dopo 2000 anni, ci viene data un’altra opportunità per capirlo, sarà la volta buona?

    • Giuseppe Risi ha detto:

      Con tutto il rispetto per la difficile situazione in cui si trovano, in particolare, i nostri ragazzi oggi, dopo quasi un anno di Covid, ricordo che i giovani del 1940-41 non hanno nemmeno tentato di dire al mondo che la guerra stava pregiudicando il loro futuro. Anzi, molti di loro sono partiti per il fronte. Mutatis mutandis, se la situazione è grave non è colpa degli scienziati, anzi ringraziamo la scienza che ci può tirar fuori, speriamo, più celermente possibile da questo dramma mondiale

      • Paola Meneghello ha detto:

        Una volta si diceva che ” è vero perché lo dice la Chiesa”, ora: “è vero perché lo dice la scienza”, non contesto né la Chiesa, né la scienza in quanto tali, ma ciò che non può essere messo in discussione.

  5. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Io partirei, e mi fermerei, alle limitazioni cui TUTTI siamo sottoposti. Lock-down non rende. Meglio confinement. Ancor + riduzione di TUTTI i ns confini, siamo ingabbiati. Innanzitutto in noi stessi, nella ns paura. Riduzione dei margini che spesso nei soggetti più deboli dà di matto. Il vecchietto che strangola la moglie che ha Alz. Ovvio che qs debolezza ci fa partecipare di più le debolezze che ci circondano, ma anche qs peggiora il ns stato. Restiamo aggrappati ad un filo di cui non siamo padroni, restiamo sospesi come davanti ad un precipizio.
    A fronte di tutto questo noi credenti imo dovremmo organizzare funzioni di semplice ringraziamento e implorazione, incontri comunitari che servano a rinfrancare, a sperare, a pregare.

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