Parole di guerra, parole di pace

Un incontro nella parrocchia di San Saturnino a Roma sul rapporto tra armi e sicurezza, anche in relazione alla guerra in Ucraina...
17 Maggio 2022

Sono molto affezionato alla parrocchia di San Saturnino Martire a Roma: mi evoca ricordi lontani e quelle rare volte in cui mi capita di tornarci è come fare un tuffo nella mia infanzia. Lo scorso 10 maggio ha ospitato un vivace dibattito dal titolo “Più armi, più sicurezza?”, tra don Rocco D’Ambrosio, docente di filosofia politica all’Università Gregoriana, e don Renato Sacco, già coordinatore nazionale di Pax Christi; ad organizzare e moderare l’incontro l’amico Andrea Guerrizio, della Caritas diocesana di Roma.

Il confronto è stato amichevole, ma anche piuttosto acceso, tra due pensatori orientati diversamente su come difendere l’Ucraina dall’aggressione russa iniziata lo scorso 24 febbraio. Si è aperto con la lettura di un intervento con cui don Tonino Bello nel 1991 denunciava una contraddizione nell’etica cattolica, che invita i singoli a risolvere i conflitti privati con la nonviolenza ma considera questa opzione impraticabile quando si tratta di controversie internazionali.

Il prof. D’Ambrosio affronta il problema partendo dalla complessità della situazione: non è questione, a suo avviso, di doppia etica, ma di un fenomeno da analizzare a più livelli, da non confondere, in cui il Vangelo non può essere usato a colpi di citazioni. Serve un confronto attivo e consapevole sui temi, invece in Italia l’informazione è estremamente polarizzata e più che favorire una reale comprensione della realtà, mette confusione nella testa delle persone. La nonviolenza stessa non è pensabile come un’ideologia fine a se stessa, ma come l’orizzonte di un lavoro educativo che riguarda sia i singoli che i popoli. Un’aggressione brutale e immotivata come quella che ha subito l’Ucraina, invece, pone il problema su un piano di giustizia: come dice Isaia (32, 17), la pace è frutto della giustizia, non può prescindere da essa. Perciò questo conflitto suscita due urgenze: il diritto degli ucraini a difendersi, il dovere degli altri europei a soccorrerli.

Don Sacco si collega alla questione della disinformazione, constatando come non si possa trattare eventi che coinvolgono la vita delle persone alla stregua di una partita di calcio. Per questo sottolinea l’importanza di modificare il linguaggio intriso di belligeranza che siamo abituati ad applicare anche fuori dai contesti di guerra vera (ne avevamo parlato anche qui). A suo dire, non è tempo di dilemmi morali sofisticati, l’urgenza è fermare prima possibile la guerra. Per questo è necessario che ciascun paese europeo si chieda cosa sia disposto a metter in gioco per ottenere la pace. Del resto, ogni conflitto armato, anche nei luoghi di cui l’Europa non parla, come la Siria o lo Yemen, nasconde una miriade di interessi economici, e sono quelli che dobbiamo colpire, altrimenti siamo complici. In guerra sono sempre i grandi che giocano sulla pelle dei piccoli, non spetta a noi giudicare se sia giusta o sbagliata l’autodifesa degli ucraini, piuttosto dobbiamo interrogarci sulle conseguenze delle nostre scelte: poiché l’Ucraina già utilizza le armi che la NATO e l’Europa negli ultimi anni le ha venduto, c’è davvero bisogno di vendergliene ancora?

Il successivo punto del dibattito si sviluppa a partire dall’articolo 2309 del Catechismo della Chiesa Cattolica, che presenta le condizioni di legittimità morale di una «guerra giusta».

Il prof. D’Ambrosio chiarisce che questo è un concetto da ridimensionare fortemente: come già diceva Sant’Agostino, è la violenza che richiama altra violenza, la quale diventa così risposta necessaria e imprescindibile. Perciò la reazione dell’Ucraina va interpretata come un’azione di difesa legittima, innescata dall’aggressione russa. Fin dai tempi di Giovanni XXIII la Chiesa si è sempre schierata a difesa dei popoli offesi, senza mai contraddirsi, e deve continuare a farlo. La scelta nonviolenta non si può fare per conto terzi e la difesa di un aggredito è un dovere morale posto su un piano diverso rispetto a quello dell’analisi delle responsabilità politiche (necessaria ma meno urgente). Il pensiero della pace è debole perché chi ne parla non è in grado di dargli fondamento solido.

Anche don Sacco riconosce il diritto del popolo aggredito a difendersi, ma noi non possiamo perdere di vista il fatto che la guerra è in sé un orrore. In Ucraina, soprattutto al confine orientale, imperversano da anni tensioni drammatiche e la politica non può affrontarle solo col linguaggio delle armi, trattando gli ucraini come carne da macello. Tutte le volte che negli ultimi anni l’Occidente ha scelto la guerra (Iraq, Afghanistan, Libia…), che risultati ha ottenuto? È davvero la dignità e la vita degli ucraini che sta difendendo? Non possiamo ignorare che la Russia stia bombardando anche con armi italiane.

L’ultimo spunto riguarda il futuro, a partire dall’angelus di papa Francesco del 27 marzo: la guerra non può essere qualcosa di inevitabile!

Il prof. D’Ambrosio sottolinea la necessità educativa di rinforzare la mentalità della pace. Noi in Occidente abbiamo poca percezione di quanto le nostre scelte politiche locali o nazionali abbiano in realtà ripercussioni globali e questo genera un deficit educativo notevole, che ci lascia indifesi di fronte al dilagare della disinformazione.

Secondo Don Sacco occorre parlare insistentemente di nonviolenza, non come una bandierina da sventolare, ma come un cammino di vita, altrimenti ogni guerra potrebbe essere l’ultima. Confrontarsi su questi temi è già un cammino di pace, e su un piano più pratico occorre subito investire nell’economia del disarmo, anche a rischio di mettere a repentaglio il nostro stile di vita.

L’incontro si è concluso dopo un paio d’ore, davanti ad una platea attenta e partecipe, di poco più di un centinaio di persone. Tra di essi, pochi i giovani e praticamente nessuno nella fascia 25-60 anni, il che è stato un peccato, perché se vogliamo la pace non dobbiamo preparare la guerra, come diceva un noto motto latino, ma, ripartendo da incontri come questo, educare alla pace: una pace attiva, coraggiosa e finalmente ben fondata.

 

5 risposte a “Parole di guerra, parole di pace”

  1. Paola Meneghello ha detto:

    Libertà : ma essere liberi, non dovrebbe anche voler dire essere capaci di “lasciare andare”, pur in apparenza, perdendo qualcosa?
    Non è perdendo, che ottengo la vittoria più grande?
    D’accordo, la difesa: ma in ultima istanza, voglio difendere la mia umanità e dignità di essere umano, o i miei confini, le mie tradizioni, il “mio”…,che ancora una volta mi/ci chiude in difesa del poco e del nulla?
    Certo, non si vive di filosofia, ma mai rassegnarsi, se sappiamo in cuor nostro che c’è qualcosa che non va, e andare oltre, con il realismo che sposa il sogno, per trovare strade che uniscano il bisogno di sicurezza innato in ogni uomo, con la consapevolezza che siamo chiamati a costruire qualcosa di più grande, che ci faccia crescere come Umanità..non fosse così, saremmo fermi ancora alle tribù. ..
    Lo dobbiamo a noi come esseri umani e razionali, e se credenti, a quel Cristo che aspetta di prendere davvero il Suo posto in noi. .

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Trovo un segno di cedimento il rinunciare alla propria indipendenza, a quell’esistere e vivere avendo stabilite leggi e principi costituzionali suggeriti da un desiderio di vivere in pace e per il bene comune. Aggregarsi per una altra sicurezza, dettata come oggi dal dramma di un conflitto sorto “fulmine a ciel sereno”, vuol dire trincerarsi in difesa supponendo altri conflitti?. Ma noi vediamo nel contempo certe popolazioni dove a causa di condizioni climatiche sono alla fame! Ma io cittadino che non ho interessi a chi cercherò di dare il sostegno, per l’acquisto di armi del belligerante o non invece a quello che sta morendo di fame? Se a causa di siccità la terra non da cibo, la cosa diventerà più difficile anche in questa parte del globo, visto che la Terra è rotonda. E invece sembra si perda tempo e denaro ancora a domandarsi quali soluzioni adottare,,e a qual condizioni sia possibile o meno, porre fine a un litigio tra “fratelli” in nome di una Pace. per tutti.

  3. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    ……Ma da cristiani, “la falce, non la spada, la vita non la morte, l’amore non l’odio. Perfino i figli di Giacobbe hanno avuto il senno di tenere il fratello Giuseppe in vita e cederlo, con quanto poi la storia è cambiata In positivo. O come interpretare il gesto compiuto da Gesù a rimediare la violenza di uno dei suoi a sua difesa, ma Gesù”rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada periranno. O non crediamo più a questo?come se Dio non esistesse?. Schierarsi a rinforzare il più debole , significa sacrificare ad oltranza vite umane, allargare il conflitto. L’unione fa la forza ? Ma perché con opposti intendimento? Credere nella Pace e fare e costruirla con mezzi più civili, più conformi al l’intelligenza che l’uomo di oggi crede di possedere. Magari questo significa rinunciare a parte del proprio volere, però c’è il futuro possibile e la vita salva per tutti

  4. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Se io fornisco di armi perché uno si difenda a oltranza, io favorisco il conflitto armato a essere prolungato fin dove il belligerante più forte decide stop. Si confida quindi sulle armi, fino ad esaurire tutti gli uomini disponibili, “resistenza”. Uno dei due è più forte in partenza, non sarebbe saggio, a questo punto prima pensare di trattare? Il conflitto di sicuro ha una origine pregressa, il ricorso alle armi e come quando si passa dalle parole ai fatti.come i fatti quotidiani narrano. Ora, non sarebbe più intelligente tornare al tavolo e discutere della questione che è all’origine anziché supporre, avanzare dubbi immaginando ciò che pensa l’avversario, ma senza averne certezza è conferma diretta? Se si vuole raggiungere un obiettivo oltre alla difesa è chiaro che tutto dipende dalle armi di cui si dispone..

  5. Giuseppe Risi ha detto:

    Vanno bene tutte le discussioni (storiche, filosofiche, morali) sui pro e sui i contro, purchè si ammetta che, in tempi di guerra (in Europa oltretutto) come quelli che stiamo vivendo, la politica ed i responsabili politici di un grande Paese come l’italia devono decidere da che parte stare con realismo, chiarezza e poi con coerenza di comportamenti.
    Se siamo dalla parte degli aggrediti (nel presente, al di là delle pur discutibili remote ragioni storiche) non possiamo chiedere loro di arrendersi, nè possiamo semplicemente stare a guardare, verniciando la neutralità di fatto con il rispetto dei principi della non violenza.
    Le posizioni ultra-pacifiste di tanti ecclesiastici (curiosamente sia della destra tradizionalista che della sinistra relativista) peccano di scarso realismo, che per la religione che si fonda sull’incarnazione appare come un peccato piuttosto grave (una volta si diceva “mortale”).

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