Nelle crepe dei commenti

Il caso don Ravagnani e la responsabilità adulta nello spazio digitale
17 Febbraio 2026

Tantissime parole sono state spese per la notizia dell’abbandono del sacerdozio da parte di don Alberto Ravagnani. Poco o nulla, invece, sulla miriade di commenti che hanno accompagnato la sua comunicazione e quella di chi ha rilanciato la notizia.

Eppure forse il cuore della questione è lì. Nei commenti si misura come pensa e reagisce un popolo, spesso adulto, che dietro lo schermo scarica frustrazione, delusione, rabbia. I soliti “leoni da tastiera”. Ma una vicenda simile, pur gestita in modo inedito dal diretto interessato, merita davvero questo tipo di reazioni? E merita che quelle reazioni vengano riprese con screenshot e risposte dirette per rafforzare una posizione?
Sono disorientata.
Non ho interesse a schierarmi. Non c’è nulla per cui fare il tifo.

Ho incrociato fugacemente don Ravagnani quando era poco più che seminarista. Nessuna conoscenza diretta. Solo qualche mail per la pubblicazione di un commento al Vangelo su un giornale di provincia in cui lavoravo. Rapporti cordiali. «Grazie». «Alla prossima». Ho conosciuto invece alcuni ragazzi dell’oratorio che ha frequentato. Abbiamo condiviso un viaggio. Oggi sono giovani donne e uomini di valore. Ne custodisco un ricordo limpido.

Non sono più una ragazza. Non ho figli. Ho perso il giro della pastorale giovanile. Non so dire se oggi, per avvicinare o riavvicinare i ragazzi alla fede, sia necessario passare dai social, adottare il linguaggio degli influencer, parlare di Dio in un format. Si può dire la fede con un format? Non lo so. Sono pronta ad ascoltare chi in questo ambito investe energie e responsabilità.

Rivedo però un problema che attraversa questo mondo da almeno quindici anni. Oggi possiamo leggerlo con più consapevolezza. Sappiamo cosa provoca l’iperuso dei social media sulla mente.

Le neuroscienze descrivono gli effetti di un’esposizione continua agli strumenti digitali. Sappiamo riconoscere e nominare disturbi dell’attenzione, stati d’ansia, tratti ossessivo-compulsivi. Un tempo si liquidava tutto con frasi sbrigative: «È agitato, si sfoghi giocando a pallone». Oggi non possiamo più permetterci questa semplificazione.

Un universitario ventenne mi ha detto che l’urgenza della sua generazione è trovare spazi di decompressione dall’iperprestazionalità. Luoghi in cui possano emergere sentimenti ed emozioni senza giudizio. Anche la scuola parla di life skills. Non è un dettaglio.
Forse servirebbero meno adulti arroccati in certezze granitiche su ciò che è giusto o sbagliato. Gli stati d’ansia colpiscono anche noi. Servirebbe più ascolto. Fuori dal perimetro digitale, così standardizzato, così intriso di marketing e fake news. E più silenzio.

Per abitare uno spazio reale con le generazioni davanti a noi. Per stare ai piedi di quella Croce di cui sanno poco o nulla, perché le loro madri, come ha scritto don Armando Matteo, «sono fuggite dalla Chiesa». Il tempo in cui nulla è scontato è anche il tempo migliore per la semina.

Nelle crepe di un telefono. Nel deserto della socialità. In un attacco di panico. In un abbandono. Nel desiderio di un futuro quando non si vede.
In quelle crepe entra Dio.

Ce lo siamo dimenticato, noi adulti?

 

2 risposte a “Nelle crepe dei commenti”

  1. Alessandro Sacchi ha detto:

    Mah, io penso che, per capire i giovani, prima di tutto è necessario che gli adulti cerchino di capire se stessi. Oggi (e forse anche ieri) non è scontato che un adulto abbia intrapreso il difficile cammino di entrare in se stesso, elaborare esperienze o letture, esprimere dei pensieri e stabilire rapporti veri e stabili (dentro o fuori della religione dominante), ricchi di progetti e prospettive non esclusivamente materiali. In sintesi, il problema non sono i giovani ma gli adulti.

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    :” Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste”(Gv.5.43)Forse e’ il caso di dare ascolto alla sollecitazione del Santo Padre ai suoi:”andate verso i più poveri e coloro che nessuno raggiunge. E oggi come è stato per Madre Teresa, che di fronte agli abbandonati che vedeva, si è fatta Samaritano, oggi anche nel nostro territorio persone vivono fatti così tristi, tanto che intorno a loro si crea il vuoto, tanto la disperazione da togliersi la vita. . E i casi la stampa li ha fatti conoscere, e ci si domanda bussare a quelle porte chiuse, non sarebbe un rompere la regola sociale di ritenere privacy la vita del prossimo, e avere il coraggio di portare quel bicchiere d’acqua che è conforto e vita della Parola di Cristo.

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