L’Italia agli italiani?

Nei giorni in cui la cronaca mette alla prova il senso di appartenenza nazionale, la festa della Repubblica ci ricorda il ruolo che abbiamo nella sua 'tenuta'
2 Giugno 2021

Oggi festeggiamo il 75° compleanno della Repubblica. Nel romanzo (e film) distopico ‘Hunger games’ un’analoga ricorrenza diventa l’occasione per i detentori del Potere di mandare al macello – o più elegantemente di sacrificare – gli eroi sopravvissuti alle precedenti edizioni dei giochi: 12 detentori di quel pizzico di gloria concesso dal Potere in cambio del mantenimento del sistema. Non pensiamo certo che ai nostri giorni accada lo stesso, ma se ci poniamo in ascolto sincero dei nostri concittadini, qualsiasi sia la loro appartenenza o indifferenza (politica e ecclesiale), non possiamo nasconderci – al netto dell’italica lamentela – la presenza di un sottile scoramento, che sfocia a tratti nella rassegnazione non appena ci soffermiamo un attimo anche solo sui più recenti fatti di cronaca.

La liberazione del pluriomicida Brusca dopo 25 anni di carcere, nonostante avvenga secondo leggi volute dallo stesso Falcone, addolora non solo Maria, la sorella di Giovanni Falcone, e ripugna non solo Salvatore, il fratello di Paolo Borsellino. Comprendiamo perché il papà del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido dallo stesso Brusca, preghi il Signore di non incontrarlo mai: quanti di noi, al suo posto, non tentennerebbero nel rispettare alcuni capisaldi della Costituzione repubblicana – l’inammissibilità della pena di morte e il principio della rieducazione cui deve tendere la pena? Più difficile condividere l’indignazione dei politici di ogni parte, se pensiamo alla vicinanza (o alleanza) di alcuni di loro con persone condannate definitivamente per reati di mafia, oppure all’inefficace capacità operativa di altri tra loro – su questo o altro argomento – dopo lo sdegno del primo momento.

Sulla tragedia del Mottarone, purtroppo, sembra essere cominciato il classico balletto all’italiana in cui si passa dall’individuazione certa e definitiva dei colpevoli, mostri da esporre alla pubblica gogna, alla miriade di piccole o grandi contraddizioni nella ricostruzione dei fatti che rischiano di far passare tutti – e dunque nessuno – come responsabili dell’accaduto. E intanto qualche intellettuale punta il dito sulla scarsità dei ristori governativi (passati e presenti) per comprendere, pur senza giustificare, la disperazione economica che avrebbe condotto le persone coinvolte nella tragedia a compiere gli atti che l’hanno prodotta, ma senza minimamente sollevare il velo di Maya sui motivi politico-economici primi e ultimi che spiegherebbero la scarsità delle risorse in questione e il clima di sfiducia che aleggia evidente tra i (mancati) percettori.

Si potrebbe continuare parlando dell’indagine sullo smaltimento di fanghi tossici in campi agricoli del nord Italia da parte di una società bresciana, o di quanto continua ad emergere relativamente al caso di Denise Pipitone oppure ai primi (delusi) commenti sull’incipiente sinodo italiano decisamente perplessi circa la sua reale ed efficace concretizzazione. Ma è certo che, a volte – e soprattutto nei ‘giubilei’ della Repubblica, sembra sopraffarci un sentimento ben descritto tanti anni fa in una scena onirica del film La febbre, la cui sceneggiatura si deve a due importanti registi italiani – D’Alatri e Nunziante – capaci di offrire spunti di riflessione importanti e profondi con una leggerezza e provocazione d’impronta popolare.

 

Di notte, sognando di aver realizzato il suo ‘sogno nel cassetto’, il protagonista del film ha l’occasione di parlare amabilmente con il Presidente della Repubblica e, dopo avergli offerto una birra italiana, decide di restituirgli la carta d’identità: perché «mi avete fatto credere che avevate bisogno di me, che potevo partecipare e invece mi avete solo preso in giro: il gioco è truccato». Il Presidente, un po’ sorprendendoci, sembra quasi confermare la giustezza della rassegnazione del giovane disilluso, ma poi, restituendogli la carta d’identità, lo esorta con un sorriso bonario a ridiventare consapevole che non si può «sfuggire alla realtà», che «adesso tocca a quelli come te» salvare «la speranza, la poesia della vita». Almeno sul suo esempio – che «tutto quello che potevo fare l’ho già fatto».

E anche noi, allora, nonostante ciò che di analogo abbiamo sperimentato nel lavoro, nella politica, nella chiesa, siamo oggi esortati a pensare ai tanti “papaveri rossi” che ci ricorda il “maggio” italiano – Gino Bartali (5), Aldo Moro e Peppino Impastato (9), Matteo Ricci (11), Botticelli (17), Franco Battiato (18), Guicciardini (22), Giovanni Falcone (23), Paganini (27), Walter Tobagi (28) – per ritrovare in loro almeno la forza di cantare, con Gaber, «io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono».

 

Chissà che così facendo non torni anche un po’ di fiducia nella stessa Repubblica italiana: buona festa a Lei, ormai anziana signora, e a tutti noi, suoi figli e nipotini! Cerchiamo di esserne degni…

 

Una replica a “L’Italia agli italiani?”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Sono italiana perché erede dalla nascita della storia d’Italia, e oggi artefice anche del presente e futuro con l’impegno e le scelte personali che la vita quotidiana comporta. Che un Brusca pluriomicida abbia scontato la pena inflittagli e sia oggi il sig.Brusca pentito, onora le leggi di questo Paese che è leale nei confronti del cittadino. Ed è giusta la sua libertà e va rispettata perché Ha pagato il debito pattuito, anche se sembra immeritato il godimento di liberta rispetto a quanto ha commesso, avra’ esistenziale il dolore e le difficoltà da superare. Le persone morte in cabinovia innocenti vittime che oggi ci interrogano tutti su quali principi basare la società per costruire il futuro. Valori di ordine morale che confliggono con quelli di interesse, responsabilità se è quanto condivise, per come arrivare a una verità. Chi non ha peccato lanci la prima pietra….meditata risposta di Cristo, ma anche implicito invito al conversione alla verità.

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