La scuola reale e quella ideale

Mi accontenterei che a settembre la scuola fosse in grado di continuare a cercare di raggiungere due obiettivi
2 Luglio 2020

La domanda del tema del mese spinge la riflessione ad andare verso ciò che desideriamo sia la scuola pubblica futura. Ovviamente, in questa direzione, è molto facile trovare una serie, quasi infinita di parole chiave che tutti, forse, potremmo sottoscrivere: moderna, efficace, inclusiva, valoriale, educativa, formativa, umana, ecc.

Al di là dell’interpretazione che si può dare di queste parole, diversa ovviamente da persona a persona e da cultura a cultura, resta il problema del “realismo” di esse. Ci sono dentro da più di trent’anni e so che nella scuola, oggi, non ci sono le condizioni sufficienti per impiantare queste parole nel vissuto reale delle nostre aule. Mi accontenterei, perciò, che a settembre la scuola fosse in grado di continuare a cercare di raggiungere due obiettivi, sui quali già lavora, ancora prima del covid, ma che sempre più divengono difficili da perseguire.

Primo. Al contrario di quanto spesso si sente dire in giro, bisogna mirare con decisione al mantenimento e alla realizzazione di una maggiore indipendenza della scuola rispetto ai soggetti sociali che la circondano. È vero che essa è sempre derivazione della società in cui vive, ma quando il mondo del lavoro, la famiglia, internet e le altre agenzie socio – culturali entrano massicciamente a definire ciò che la scuola deve essere, si perde la sua insostituibile autonomia, che resta invece essenziale, affinché si possano produrre anche pensiero critico e divergente, oggi merce molto rara, purtroppo.

Le ingerenze delle famiglie, la pervasività di internet e le aspettative delle aziende stanno rendendo ogni giorno sempre più duro il lavoro dei docenti. La mancanza di capacità di pensiero autonomo è oggi un carattere trasversale dei moltissimi giovani, ed è frutto anche dell’aver tentato di consegnare compiutamente la scuola nelle mani del sistema tecno – finanziario che ci governa.

Se vogliamo arginare un po’ il crescente analfabetismo di ritorno, la diffusissima incapacità di scelta dei giovani e la loro tendenza ad un ritiro sociale riempito dalla vita “on line”, la scuola, purtroppo, deve continuare a svolgere una funzione non di traino, ma di argine ai mali che la società stessa ha costruito e vive. Impresa ardua, ma possibile se si perseguono due condizioni: che ad abitare le cattedre siano persone con un equilibrio umano solido, che sanno maneggiare non solo e non tanto i contenuti delle rispettive materie, ma soprattutto la comunicazione, le relazioni e i processi di apprendimento; che gli investimenti economici nella scuola siano riorganizzati e potenziati, anche riducendo le spese inutili o dannose, e si concentrino, come obiettivo primario, nei processi di riqualificazione professionale dei docenti.

Conseguenza operativa immediata. Da settembre mi piacerebbe veder attivato un piano a lungo termine di formazione e aggiornamento dei docenti, con relativa ridefinizione dei criteri di reclutamento degli stessi, che sia centrata sul riequilibrio personale e sul potenziamento delle competenze comunicative, relazioni, di gestione del gruppo classe e dell’apprendimento. Ovviamente se si chiede di più al corpo docente, sul piano professionale, bisogna anche riconoscergli di più sul piano economico, in modo che insegnare sia una professione di valore sociale che permette la serenità di un investimento totale delle proprie energie nella scuola.

Secondo. Riconsegnare il potere legislativo e organizzativo sulla scuola a chi la vive direttamente, docenti in primis. Dal ’97 ad oggi ho visto passare sopra la mia testa quattro riforme della scuola che pretendevano essere abbastanza globali: Berlinguer, Moratti, Gelmini, Renzi. Nessuna di esse è stata applicata compiutamente, per la caduta dei relativi governi. Di fronte a questi monconi di riforme che si sono accumulati uno sopra all’altro, la scuola, per non soffocare e rendere impossibile la vita quotidiana nelle aule, ha scelto di minimizzare i danni: digestione forzata delle novità burocratiche imposte per legge, a scapito di una progressiva perdita di libertà organizzativa e gestionale, solo vagamente camuffata dalla cosiddetta “autonomia scolastica”, che ha avuto l’unico effetto di rendere i presidi dei “re illusi” di poter decidere tutto.

I docenti si sono così venuti a trovare, di fatto, nel caos dei riferimenti legislativi sovrapposti e nelle sempre più strette condizioni didattiche imposte dai costanti tagli alla spesa per l’istruzione, con una radicale riduzione del potere discrezionale di organizzazione della propria scuola. In queste condizioni nessun respiro educativo resta effettivamente possibile, perché l’educazione, per sua natura, richiede elasticità di adattamento alle condizioni concrete e pochi vincoli legislativi, ma chiari e certi.

In realtà la scuola oggi potrebbe cercare di arginare la deriva di frammentazione umana che i giovani già vivono, come effetto perverso dell’abitare nella post – modernità, come pure la ricerca spasmodica del “tutto e subito” che dilaga in ogni dove e rende impossibile qualsiasi minima progettazione di vita sufficientemente voluta e non solo casuale e subita. Ma ciò significa, anche qui, dover andare contro corrente, per essere in grado di patteggiare quei no regolativi, comunicativi, relazionali, etici, e sociali che l’altra grande agenzia educativa (internet e le sue forme pubblicitarie) non patteggia mai, ma semplicemente impone in modo assolutamente autoritario, pena l’esclusione dal “mondo” virtuale. Così succede che l’età delle decisioni su cosa fare e cosa essere si alza sempre più e la scuola, anche nei livelli universitari ormai, diviene spesso un parcheggio esistenziale “aspettando Godot”.

Conseguenza operativa immediata. Da settembre vorrei che si aprisse, per gli operatori scolastici, un tempo di riflessione globale in cui, in una specie di “stati generali dell’istruzione”, si desse spazio, confronto e pensiero a coloro che la scuola la vivono sulla loro pelle e sanno bene come certe norme siano inapplicabili e insensate e come altre invece sarebbero efficaci e possibili. Per arrivare poi ad una riformulazione realistica e calibrata dei vincoli che governano la scuola, da tradurre in proposte legislative a chi al momento si occupa di plexiglas e banchi moderni.

 

4 risposte a “La scuola reale e quella ideale”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Sarebbe bello che questo articolo arrivasse a essere letto anche dal Ministro della Sanità Pubblica che interpellato sui provvedimenti circa il coronavirus ha manifestato viva preoccupazione per il Mondo Scuola dove vive e si spera cresca in sapienza con l’età i giovani futuro prossimo della nostra società. Da una analisi circa i problemi qui segnalati,sono molti e seri:analfabetismo di ritorno, diffusissima incapacità di scelta dei giovani,tendenza a un disinteresse sociale che fa posto a essere riempito da quello “on line”, il risultato: l’età delle decisioni su cosa fare e cosa essere si innalza e La Scuola diventare parcheggio in stato di attesa con o senza speranza. Si spera che queste accorate attese di un Corpo Docente ancora animato a spendersi per un servizio ai giovani di oggi che è fondamentale alla società di domani, instillare fiducia,! il credere in se stessi volontà e capacità di poter sognare il proprio futuro.

  2. Sabrina Pardini ha detto:

    Ho letto con molto interesse questo articolo. Concordo con quanto si dice. Molte riflessioni ci sarebbero da sviluppare, anche a partire dai punti qui presentati. Sono convinta che molti insegnanti sarebbero felici di poter portare le loro idee e di uscire così dal “lamentelismo” sterile delle nostre sale docenti. In che modo si potrebbero realizzare questi stati generali dell’istruzione?

  3. Dario Busolini ha detto:

    La nostra scuola mi sembra somigliare sempre di più alla nostra Chiesa, nel senso che entrambe fanno formazione delle persone e delle coscienze ma, almeno da parte dei più, sono considerate sorpassate rispetto all’evoluzione della società contemporanea se non addirittura dannose. E così come si vorrebbe che la Chiesa diventasse qualcosa d’altro da ciò che è stata fin qui, anche per la scuola si annunciano a ripetizione grandi riforme che passano sempre sopra la testa di quanti nella scuola lavorano e studiano proprio perché è il fare scuola che si vorrebbe cancellare sostituendolo con il fare lavoro, fare socialità, fare famiglia (affidando alla scuola anche i compiti di questa) e così via. Risultato: tanto la scuola quanto la Chiesa soffrono di crisi di vocazioni e quando finalmente realizzeremo davvero i danni che ne derivano sarà forse troppo tardi per intere generazioni.

  4. Elvira Cigna ha detto:

    Grazie per la lettura di questo articolo interessante che riflette la realtà. Credo che uno degli obiettivi più importanti sia quello di recuperare una marcata indipendenza dalle famiglie e dal mondo virtuale che esercitano sempre più pericolose ingerenze soprattutto sul piano del nostro lavoro finalizzato alla formazione di un pensiero critico.

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