La prossimità in un brevissimo ‘noi’

Nell'incontro imprevisto possiamo essere un semplice 'noi', solo per pochi attimi, forse per nessun'altro che non sia 'Qualcun Altro'...
4 Settembre 2020

C’è un uomo, scalzo, sulle scale della Chiesa del Gesù.

Sembra un vecchio, ma è solo un ragazzo: è un giovane, biondo, ma i suoi capelli disordinati sono grigi di polvere e bianchi di stanchezza. I suoi occhi sono forse chiari ma si nascondono sotto sopraccigli lunghissimi, incrociati con barba e baffi in un unico cespuglio.

Non è seduto, è accovacciato, rannicchiato e stretto tra i suoi sacchetti pieni di bottiglie di plastica. Tante bottiglie vuote, tutte vuote, ma non accartocciate.

Sta cantando, sottovoce, sommesso.

Il vento di Genova sembra portarsi via la sua voce.

Canta guardandosi le ginocchia strette al petto, ginocchia livide che spuntano fuori dai brandelli dei suoi calzoni.

Lui non alza lo sguardo, sono io che abbasso il mio.

Rallento, ma non mi fermo. So che lui mi vede e il mio passare oltre lo ferisce. Sento i suoi occhi nascosti sulla mia schiena dritta e il suono di quella nenia mi segue e mi insegue giù da Canneto.

Forse la cantavo da ragazzina con la mia chitarra, forse è la musica di un film. Piano piano ritrovo la melodia, ma non le parole.

Cammino stretta tra i muri umidi, così bui e gelosi. I passi ora seguono quel ritmo e nemmeno ricordo più perché son venuta qui oggi. Giro in San Lorenzo e vago per i miei caruggi, labirinto di pietre, di storia e gente austera, intreccio di fede e arte, garbuglio di razze e popoli lontani, un dedalo di oscurità che cerca uno sbocco, uno spiraglio di luce, uno squarcio improvviso sul mare.

Io sono i miei caruggi.

La melodia sbatte e ribatte tra questi muri e la mia testa, mi confonde e mi attrae come il canto delle sirene.

Torno a quelle scale, al giovane delle bottiglie e al suo canto.

Mi siedo accanto a lui, senza domande, ma il cuore mi batte all’impazzata, confuso tra paura, slancio, vergogna e compassione.

I suoi piedi grigi parlano ora ai miei comodi sandali.

Lui sposta i sacchetti più vicino a sé, non so se per protezione del suo o per fare spazio a me.

Lui chiude le mani vicino alla bocca e gira i suoi occhi trasparenti sui miei.

Tiro indietro le gambe e nascondo le mie scarpe nell’orlo del vestito, come un sipario sulla mia vita.

Lui no, nessun orlo, nessuna scarpa, nessun sipario.

Non parlo perché lui non ha bisogno delle mie parole adesso.

È un brevissimo ma intenso attimo di imbarazzo. Per entrambi. Un intenso, bellissimo imbarazzo.

Poi anche questo ci scivola via.

Mi esplode un sorriso e i nostri occhi ora riescono a incontrarsi.

Poi, ecco, ricomincia a cantare, pianissimo e roco ora, forse perché gli son più vicina.

Canta piegato dentro le sue mani, nelle sue ginocchia, nel buco delle bottiglie. Canta e col suo piede secco batte il ritmo che ha dentro.

È un piede che parla di un corpo separato dalla sua anima.

Afferro qualcosa, ascolto. Vorrei spegnere i rumori di questa piazza che non è piazza.

Vorrei cancellare tutta la gente intorno.

Vorrei avere qui, ora, la mia chitarra e provare ad accompagnare queste parole nude.

Poche parole già note scivolano sui gradini bianchi ed entrano lentamente in quelle bottiglie vuote.

I piccioni curiosi si avvicinano a noi, dondolano come ubriachi senza meta…

ma non ci sono briciole, vicino a noi.

Beccano solo l’odore e il nostro tempo.

Ci girano intorno, ci guardano, aspettano qualcosa da noi.

E mi piace pensare a questo noi, strano, ma verissimo. Solo per questi piccioni, io e quest’uomo ora siamo un semplice noi, solo per questi pochi attimi, solo per loro, per nessun’altro, forse per Qualcun Altro.

Le campane suonano forte mezzogiorno: la mia vita mi richiama, ma, alzandomi, accarezzo leggera la sua mano.

“Ciao”, gli sorrido.

Unica mia parola.

Lui non alza gli occhi, sposta di nuovo e veloce i suoi sacchetti più in là e smette il suo canto. Sorride ora, ma di nascosto, dentro le sue mani intrecciate.

Sulla funicolare verso casa ora sono io che canto, pianissimo, col mio viso specchiato nel finestrino.

Mi tornano ora chiare le parole di “Amico fragile”, il mio De Andrè.

… e poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci

 mi sentivo meno stanco di voi

ero molto meno stanco di voi…

Scendo a Sant’Anna e appoggiandomi alla porta scorrevole qualcosa scricchiola nella mia borsa della spesa… la mia mano cerca… ecco, è soltanto una… bottiglia di plastica, vuota.

 

Una replica a “La prossimità in un brevissimo ‘noi’”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Una prossimità riempie le nostre strade, le fa affollate non più da gente che si somiglia, va al lavoro,a scuola,far la spesa, passeggini di bambini, o anziani dal passo lento o sospinti in sedia a rotelle,Oggi gente di diverse etnie,razze,fanno mille cose diverse, visi che non comunicano come se mondi diversi.si sfiorassero. In una via centrale di Milano dentro un flusso ininterrotto in cui tutti camminano frettolosi , intenti ai propri pensieri e interessi, a un crocicchio, sotto una vetrina seduto per terra noto un giovanissimo, biondo bel viso, dal l’apparenza in ottime condizioni fisiche, gli occhi alzati ai passanti, per niente intimorito chiede monete, Perché, come è possibile, non gli manca il pane, non quello del fornaio, ma un altro sì,ed è ancora più triste .Nel vicino duomo Uno vorrebbe dargli la vita che gli manca,se solo lo chiedesse.!Papa Francesco per questo sollecita a uscire ad avvicinare Cristo che è oggi come allora in strada.

Rispondi a Francesca Vittoria vicentini Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)