In questi giorni la scena politica nazionale e internazionale sembra segnata da un argomento che ogni tanto torna alla ribalta (e solitamente proprio quando sembra essere più a rischio): la libertà di parola.
L’omicidio di Charlie Kirk ha ovviamente sollevato un polverone d’indignazione, particolarmente confacente alle destre impegnate a mettere a tacere l’assordante grido che si alza da Gaza. L’attivista americano è diventato il martire della libertà di parola, quella stessa libertà che evidentemente può invocare Donald Trump quando elenca una serie di falsità e indecenze alle Nazioni Unite, o che sostiene il generale Vannacci nei suoi sempre più abominevoli comizi (siano essi a Pontida o meno). Non è certo la stessa libertà che potrebbero invocare politici e attivisti “di sinistra” quando affermano che forse c’è ben poco “martirio” nella pur tragica fine di Charlie Kirk o che forse non è altro che la vittima di una società dell’odio e della follia che lui (e con lui molti altri negli USA) non hanno fatto altro che fomentare. No, questa è istigazione alla violenza bell’e buona.
Torniamo allora a monte della questione e proviamo a domandarci: cosa significa libertà di parola? Significa poter dire pubblicamente tutto quello che ci passa per la testa? Ovviamente no, altrimenti nessuno avrebbe da obiettare anche a quelli che quasi hanno festeggiato per l’omicidio di un essere umano. Che cosa intendiamo allora? La questione è ben più complessa di come sembra. La libertà infatti, sia essa di parola o di altro tipo, ha sempre una ricaduta sociale e quindi si riflette in coloro che ci circondano. La libertà che esprimo singolarmente nella mia solitudine, lontano da tutti, è ben diversa da quella che esercito in presenza di altri o su altri. Così come il contesto, pur sempre pubblico, nel quale agisco determina la portata del mio agire. Parlare con pochi amici in una situazione confidenziale o goliardica non è certo lo stesso che organizzare un comizio o girare un video che vuole raggiungere sui social milioni di persone. La libertà si amplifica progressivamente.
Curioso questo fatto no? Se la libertà dipendesse solo da me e da quello che io voglio fare, non dovrebbe essere sempre uguale a se stessa, sempre valida e con le stesse conseguenze? Se però avviene questo mutamento, forse la libertà non è fare (o dire) quello che si vuole, o lo può essere solo nella mia propria intimità, “lontano da occhi indiscreti” (per quanto questo sia possibile). Ma anche questa è solo una conseguenza (in fondo molto animalesca) del liberto arbitrio: io posso, in teoria, fare quello che voglio. Ma da qui a poterlo fare concretamente sempre e comunque ce ne passa. Non fosse che per la presenza della legge.
Ma che cos’è allora la libertà? La libertà ha sempre a che fare con il bene. Io sono libero solo nel momento in cui agisco per il bene. Diversamente, come direbbe san Paolo, non sono libero ma schiavo e mi allontano dal mio compimento come essere umano. Certo, la domanda si è semplicemente spostata: che cos’è il bene? Che cosa significa “essere umano compiuto”? Ecco, è proprio qui che subentra il discorso politico e il tema della “libertà di parola”. Il mio discorso (o agire) pubblico è davvero libero solo quando promuove un certo ideale umano che persegue la realizzazione del compimento di ciascun essere umano in tutte le sue forme; in una parola persegue il bene. La forma concreta di questo bene è esattamente il cuore pulsante, l’interesse del dibattito politico, ricordandosi sempre che non esiste “bene” separato da ciò che è “vero” e ciò che è “giusto”.
Allora torniamo alla domanda di partenza: chi può dire che cosa? Esiste davvero la “libertà di parola”? Intesa come “dire quello che si vuole” certo che no. La domanda vera è: la mia parola genera libertà? È una parola di libertà? Ovvero, la mia parola costruisce un discorso sociale in grado di offrire a tutti coloro che mi ascoltano quel bene che, solo se tutelato, gli può permettere di costruire in autonomia una propria vita compiuta? È a questo fine che dovrebbe sentirsi chiamato chiunque si esponga a un discorso pubblico. Non per fomentare l’odio contro qualcuno o delegittimarne l’esistenza ma per guidare coloro che ascoltano a una formazione della propria coscienza umana sempre più matura, aperta, per l’appunto libera, ovvero orientata a un bene capace di accogliere tutti e garantire a tutti un futuro realmente umano e compiuto. Sono in grado di assumermi (e non pretendere!) questa responsabilità quando parlo? Sono convinto non di avere il diritto alla “libertà di parola” ma di onorare il mio dovere di una “parola di libertà”?
Una domanda impegnativa, in effetti, dannatamente pesante. Ma se tutti ce la ponessimo, prima di aprir bocca, scommetto che sentiremmo molti discorsi e molte parole in meno, e forse molti politici, tra quelli citati e i molti altri che si potrebbero citare, ci penserebbero due volte prima di aprir bocca.