Il ‘dato’ della discordia

Come può una pagliuzza inserita nel discorso al Senato di Mario Draghi risultare per lui più ingombrante di una trave?
25 Febbraio 2021

Nelle dichiarazioni programmatiche al Senato di Mario Draghi non si poteva non notare la citazione di una frase (del 22 aprile 2020) di Francesco, relativa al rapporto conflittuale tra gli esseri umani e la natura. Nessuno però ha evidenziato, se non forse padre Spadaro, «un interessante punto di incontro con la visione di Papa Francesco in ‘Fratelli tutti’: prima delle appartenenze ideologiche, c’è il dovere della cittadinanza, in grado di armonizzare le differenze per il bene comune» (Il Foglio, 18 febbraio). In tal senso si può evocare un’analogia ancor più precisa con un’idea cara al vescovo di Roma presente in Evangelii gaudium (§ 228): l’importanza decisiva dell’«unità» (declinata da Draghi anche come «spirito repubblicano» e «fratellanza nazionale»), il suo essere oggi non «un’opzione» ma «un dovere».

La categoria dell’unità, così esposta, presenta dei rischi cui prestare attenzione. Essa, infatti, può scivolare facilmente nella tentazione dell’«uniformità» (EG, 117) e, a fronte di certi «particolarismi» ed «esclusivismi», dell’«omologazione» (EG, 131), quando invece dovrebbe rappresentare una «multiforme armonia» delle «differenze» (EG, 117; 131; 221), una «diversità riconciliata» (EG, 131; 230).

Di questi rischi non sappiamo se Mario Draghi abbia consapevolezza, ma Francesco sicuramente sì: «la pace sociale non può essere intesa come irenismo o (…) come scusa per giustificare un’organizzazione sociale che metta a tacere o tranquillizzi (…) le rivendicazioni sociali, che (…) non possono essere soffocate con il pretesto di costruire un consenso a tavolino o un’effimera pace…Quando questi valori vengono colpiti, è necessaria una voce profetica» (EG, 218). In altri termini, «il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato» (EG, 226), anche se ovviamente «accettare di sopportare il conflitto» deve porsi come obiettivo quello di «risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (EG, 227).

Di conseguenza, crediamo che il cosiddetto servizio all’unità – che ognuno di noi svolge – debba essere pensato in modo più adeguato alla complessità segnalata, ossia come servizio all’unità non uniforme, a quella che Francesco chiama «pluriforme unità» (EG, 228). Ciò comporta il diritto – e a volte anche il dovere – di mettere in crisi una certa unanimità che si viene a creare intorno al Potere vigente, senza che ciò debba essere immediatamente letto come atteggiamento divisivo o, per usare espressioni in voga ai tempi della ‘Buona Scuola’, contrastivo.

D’altronde, anche in altri ambiti cattolici – e a livello decisamente elevato, ci si è potuti dividere sulla valutazione delle aspettative riposte nel neopresidente del consiglio. Da un lato, infatti, c’è stata una prima reazione espressa dal presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Stefano Zamagni (che la scorsa estate lo aveva proposto come membro della stessa): Draghi «ha una visione dell’ economia di mercato che non è esattamente quella che è favorita da papa Francesco, ma è analoga nei suoi obiettivi e nelle sue linee guida…Ciò su cui ci possono essere differenze sono gli strumenti, non i fini, ma si tratta di differenze minime».

Dall’altra parte, magari pensando proprio ai futuri licenziamenti ipotizzati da Zamagni, Luigi Bruni ha sentito subito l’esigenza di precisare qui che «noi intellettuali – cattolici e non – facciamo il nostro mestiere se controlliamo, monitoriamo, seguiamo con sguardo critico il lavoro dei politici, senza santificarli ex-ante…Io aspetterei a beatificare Draghi prima di vederlo all’opera. Su quali basi possiamo dire che da un premier con questa mentalità finanziaria arriveranno attenzione ai corpi intermedi e vantaggi per le fasce sociali più deboli? [O] che Draghi sarà più sensibile al terzo settore, alla sussidiarietà e alla tradizione della Dottrina sociale della Chiesa? … Nel curriculum di Draghi non ci sono provvedimenti sul fronte dei poveri e del sociale … Il nostro eroe non ha mai scritto nulla sul pensiero economico cristiano (…) a differenza di economisti importanti come Amartya Sen o Jean Tirole che hanno scritto opere notevoli sul bene comune».

Ciò premesso, sicuramente sarà decisiva la «prova dei fatti», la cura di quello che Daniele Gianolla ha qui chiamato «l’approccio posato e scientifico con cui il presidente ha presentato dati e numeri (…), utilizzando statistiche aggiornate e significative per descrivere la situazione del paese». Soprattutto perché, come ha ricordato padre Spadaro, la nota formazione dai gesuiti ricevuta da Draghi dovrebbe averlo portato ad avere «una visione non ideologica dell’azione e della comunicazione, molto esperienziale, fondata sull’osservazione diretta. Poi sull’esperienza si riflette: non sulle idee astratte ma sui dati dell’esperienza».

A tal proposito credo sia importante evidenziare (dopo averlo fatto in questo post poi approfondito da Andrea Zhok) un passaggio quantomeno problematico del discorso di Mario Draghi, riguardo un punto non secondario – il «capitolo scuola» – perché rientrante nelle tre «priorità» (oltre al «piano vaccini» e alla «riforma della sanità») legate all’«emergenza» pandemica. In esso si affermava che la Didattica a Distanza, utilizzata soprattutto nelle scuole superiori, «pur garantendo la continuità del servizio, non può non creare disagi ed evidenziare diseguaglianze». E, per avvalorare la tesi, si aggiungeva: «un dato chiarisce meglio la dinamica attuale: a fronte di 1.696.300 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella prima settimana di febbraio solo 1.039.372 studenti (il 61,2% del totale) ha avuto assicurato il servizio attraverso la Didattica a Distanza».

A partire da questa apparente «catastrofe educativa» (come la chiama Papa Francesco), il presidente Draghi auspicava di «tornare rapidamente e in sicurezza a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie», ma soprattutto di: 1) «recuperare – con le modalità più adatte – le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà»; 2) «rivedere il disegno del percorso scolastico annuale»; 3) «allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia».

A parte l’auspicio condivisibile e le modalità di rientro indicate (sulle quali varrà la pena ritornare), il problema consiste proprio nel «dato» riportato, perché su di esso si tiene tutta «la qualità delle decisioni» da prendere e – eventualmente – da ripensare o meglio argomentare.

Innanzitutto, è legittimo chiedersi e chiedere quale sia la fonte di questo dato (già di per sé discutibile relativamente alla cifra totale degli studenti delle superiori che sembra essere decisamente maggiore). Dal sito del ministero non risulta nulla e, anche cercando bene in rete, non sembra che a febbraio di quest’anno siano state effettuate ricerche nel senso indicato.

In secondo luogo, sulla scia del caso (ripreso solo da Il Fatto Quotidiano) delle parti del discorso di Draghi ‘sinottiche’ ad un articolo dell’economista Giavazzi, qualcuno ha ipotizzato una grossolana confusione da parte del ghostwriter di Draghi tra studenti non raggiunti dalla DaD e quelli che hanno svolto le lezioni in presenza. Nel caso si sia invece trattato di un errore temporale, il dato riportato da Mario Draghi ha richiamato alla memoria una ricerca del Censis risalente ad aprile del 2020 – anche se là il dato in questione viene trattato in modo molto più sfumato e complesso.

In ogni caso – e ce lo chiediamo con sincero rispetto, ma anche con la franchezza che desidera il meglio – nel momento in cui il presidente Draghi ha letto questo dato non è riuscito a coglierne l’inverosimiglianza? Ci sarebbe veramente il 39,8% degli studenti delle superiori (ossia circa 8 alunni su 20, 10 su 25, etc.) che durante le ore di didattica a distanza non ha potuto collegarsi? Nonostante i cospicui fondi (180 milioni circa) stanziati per sopperire ai problemi di strumentazione e di linea?

In secondo luogo, ammesso e concesso che un dato del genere esista e sia tale, è altrettanto legittimo domandarsi e domandare come si è giunti ad esso. Verosimilmente i dirigenti scolastici hanno comunicato agli uffici scolastici regionali gli studenti che non hanno potuto usufruire della Didattica a Distanza. E, probabilmente, questi dati sono stati forniti ai Dirigenti da rilevazioni quotidiane operate dai docenti stessi.

Anche in tal caso, però, non possiamo non chiederci – con altrettanta rispettosa franchezza – come il presidente Draghi non abbia pensato che un docente (o un dirigente) con quasi il 40% (in media peraltro!) degli studenti non collegati immediatamente ‘mette a soqquadro’ la propria scuola (come ho visto fare – e ho fatto – anche solo per 1 studente), proprio perché ha profondamente a cuore i suoi ragazzi.

Viene da pensare – ma speriamo di sbagliare – che dal discorso di Draghi emerga un mondo della scuola considerato, se non colpevole di un certo «egoismo», responsabile di non aver agito – e forse di non volere agire – con «spirito di sacrificio», «senza lesinare anche il più piccolo sforzo», «sacrificandosi oltre misura» (come invece chi ci vive dentro – studenti, genitori, insegnanti, dirigenti e personale a.t.a. – sa di aver responsabilmente fatto…).

Forse per questo il presidente Draghi, dopo aver ringraziato i lavoratori delle aziende in crisi (che stanno sostenendo un «enorme sacrificio») e riconosciuto alla P.A. di aver dimostrato «capacità di resilienza e di adattamento grazie a un impegno diffuso nel lavoro a distanza e a un uso intelligente delle tecnologie a sua disposizione», non ha detto niente di simile nei confronti – e a favore – del mondo della scuola (e tanto meno di quello della sanità, nonostante l’«enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno»).

Su questo, invece, avrebbe potuto apprendere molto dal Presidente Mattarella e da Papa Francesco. Come già segnalato qui alcuni mesi fa, da queste due autorità massime è giunto – gradito – il sentito ringraziamento e la vicinanza convinta al mondo della scuola (e della sanità) per l’impegno profuso durante la crisi pandemica. Ed è chiaro che se ci troviamo – come affermato da Draghi- in una situazione storica analoga a quella dell’«immediato Dopoguerra», con la grande «responsabilità» di dare vita a una «Nuova Ricostruzione», solo gesti e parole come quelli del Presidente Mattarella e di Papa Francesco saranno in grado di mettere in moto le energie profonde di un popolo – quello della scuola – altrimenti destinato a tirare i remi in barca sfiduciato e rassegnato.

Non è un caso, forse, che il ministro Patrizio Bianchi – di professione economista ma comunque per dieci anni assessore (anche) all’Istruzione in Emilia-Romagna – abbia voluto rimediare a questa mancanza affermando in una recente intervista: «sono grato ai docenti e al personale della scuola che è stato eroico in questi mesi così difficili» (Corriere della Sera, 18 febbraio).

Come ricorda spesso Papa Francesco, la vita familiare – e la scuola è una grande famiglia – procede bene se in essa si custodiscono tre parole: «‘Permesso’, per non essere invadenti nella vita degli altri. – Permesso: ti sembra che possa fare questo? – … ‘Grazie’, ringraziare sempre. La gratitudine è il sangue dell’anima nobile. E poi, la più difficile da dire: ‘Scusa’. Perché noi sempre facciamo delle cose brutte e tante volte qualcuno si sente offeso di questo». Non custodirle significa, per il vescovo di Roma, condannarsi alla «pericolosissima guerra fredda del giorno dopo». Che i cattolici e gli uomini di buona volontà possano quindi tenere a mente e lasciarsi ispirare da queste tre parole: «permesso, grazie, scusa».

 

 

 

5 risposte a “Il ‘dato’ della discordia”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Spero davvero che al nuovo Presidente e Capo di Governo sia lasciato spazio e tempo di operare, prima di esprimere certi pareri che già si osa manifestare e azzardare dubbi,mettondo ombre, in forse, la possibilità di questa governance appena insediata. a realizzare il programma. Prefisso.Infatti Mr.Draghi dimostra doppiamente il suo coraggio, sapendo di dover operare in un contesto difficile e a voler non deludere chi spera che operare con spirito democratico sia Una via,la sola che unisce persone e popoli pur nella diversità

  2. Sergio Ventura ha detto:

    Cara Francesca, quello che lei scrive a proposito della “fortuna” capitata al paese non è certo una “voce fuori dal coro”, ma anzi è proprio la “voce del coro”…quanto poi al paragone con Attilio Regolo non credo che, alla luce di quanto gli storici ci raccontano, il presidente Draghi ne sarebbe contento…

  3. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Come voce di cittadino fuori dal coro. E’ una fortuna per il Paese in un momento di tutto disorientamento in alto e basso della classe politica, sia saltato fuori una Personalità di nome Draghi, conosciuto fin dai modesti cittadini per iriflessi che il suo operato in Europa è risultato benecomune concreto. Ed è su questo fatto concreto che si somma con le altre qualità cui va una fiducia nell.’Uomo che ha accettato di servire il Paese, come dall’antica storia Attilio Regolo. Ma da reports stampa sembra che malgrado questa autorevole presenza vi sono e perdurano contrasti tra le differenti correnti politiche che non vanno a favorire dei piani a voler operare stabilità al Paese. Grave il non pensare che sia prioritario il vaccino arrivi a tutti a costi a tutti. Solo bloccando questo si può pensare ai problemi di lavoro e ogni altro interesse della popolazione. Averne coscienza è doveroso da parte di tutti e per il bene di tutti

  4. Gian Piero Del Bono ha detto:

    In altre parole il Great Reset voluto pubblicamente dal WWF ( Word Economic Forum) non dipendera’ da ” cio’che dice o che pensa papa Francesco o tantomeno la dottrina sociale della Chiesa cattolica. Il Greta Reset si fara’ , se la Chiesa cattolica aderira’ bene , se no sapranno come isolarla .
    “Molti di noi si chiedono quando le cose torneranno normali. La risposta è breve: MAI. Ci sarà un’era “prima del Coronavirus (AnteCV) e un’era dopo il Coronavirus (PostCV).” dichiarazione ufficiale del WEF

  5. Gian Piero Del Bono ha detto:

    Quello che molti non capiscono e’ che oggi la Chiesa cattolica e il papa non “guidano “e dirigono le coscienze e i programmi dei politici , anzi ne sono a rimorchio. Cio’che decide l’ UE o il Fondo Monetario o qualsiasi politico non e’ perché “l’ha detto papa Francesco”, ma il contrario papa Francesco lo dice perche’ e”il pensiero dominante. E’la Chiesa che, purtroppo, e’al rimorchio dei poteri mondani. La citazione di una frase del papa da parte di Draghi non significa che Draghi fara’ quello che dice il papa: Draghi e i poteri forti faranno quello che vogliono, al papa sta adeguarsi o no.Se non si adegua fara’ la fine di Benedetto.

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