Il curriculum delle disuguaglianze

La scuola non rischia di diventare l’ennesima esperienza burocratica in cui si premia chi fa più esperienze e chi più spende? E così non rinuncia al compito di offrire strumenti di emancipazione a studenti con opportunità economiche differenti?
18 Aprile 2021

Ero sicuro che quest’anno l’educazione civica si sarebbe aggiudicata, a mani basse, il premio assurdità scolastica dell’anno. Invece, la fine dell’anno ci sta regalando un florilegio di bischerate da rimanere ammirati. Quando pensi che si sia toccato il fondo e che peggio di così non si possa fare, puntualmente dal MIUR arriva il colpo di genio che riesce ancora a sorprenderti. L’ultimo in ordine di tempo è il curriculum dello studente, un oscuro oggetto che è già diventato una via di mezzo tra il cult e il mitologico.

Che cosa si sono inventati quei burloni del MIUR? Secondo le nuove direttive, la scuola, al termine degli anni di istruzione, non deve rilasciare più soltanto il Diploma, ma anche il Curriculum dello studente, un documento che si dovrebbe comporre in tre sezioni: nella prima vengono descritte le competenze, abilità e conoscenze acquisite in ambito formale; nella seconda vengono inserite tutte le certificazioni che lo studente ha conseguito durante gli studi (certificazioni linguistiche, informatiche ecc…); nella terza lo studente avrà la possibilità di inserire le attività professionali (sic!), culturali, musicali, sportive, di cittadinanza attiva e volontariato svolte durante gli anni scolastici.

Come era prevedibile, la novità è stata accolta da una litania di improperi e mugugni per l’ennesima attività che sembra utile solo a implementare la burocrazia (non lo sentite già il rumore della carta che, una volta stampata, verrà cestinata?) o per dare un contentino a una delle tante anime che vivono all’interno del Ministero più schizofrenico del mondo. Niente di più lontano dalla verità: il pastrocchio burocratico è invece l’ennesimo upgrade di una concezione di scuola che non è più necessario imporre, perché ha già vinto. Perché è già presente nella sua quotidianità anonima delle giornate scolastiche e ogni tanto affiora pure negli aneddoti drammatici che finiscono in prima pagina come quello della studentessa costretta a bendarsi durante le interrogazioni.

Ne scrivevo un anno fa qui, il 22 maggio 2020 al termine della tornata di consigli di classi prima della conclusione dell’anno scolastico. In quel caso non erano stati studenti o genitori a lamentarsi. Era stato proprio il collega a raccontarlo in un consiglio di classe, spacciando le proprie strategie come l’avanguardia pedagogica al tempo della Dad. Non solo: nelle sue parole c’erano disprezzo e rimprovero per gli altri che erano stati accondiscendenti e che essendosi fatti imbrogliare non potevano avere valutazioni credibili.

Questo episodio ha un aspetto evidente (anche se, incredibilmente, non per tutti): queste azioni lesive della dignità e dell’inviolabilità della persona presuppongono una povertà didattica che riduce la valutazione a nozioni che si possono copiare o risposte che si possono leggere. Manca ogni elemento di criticità e di personalizzazione che renderebbero superfluo dover copiare. Ma ha anche un aspetto meno evidente: l’episodio è l’esasperazione, in un contesto nuovo e a sua volta esasperato, di una tendenza accettata che prevede il costante riconoscimento, nella scuola, delle eccellenze. Che però sono tali a prescindere dalla scuola, se non, addirittura, nonostante la scuola.

La cosiddetta eccellenza (sorella più fortunata del già fortunato e mitico merito) non è altro che il frutto dell’investimento delle famiglie in quelle esperienze educative esterne (musica, certificazioni linguistiche, anni all’estero, danza) che poi hanno una ricaduta decisiva proprio nel mondo scolastico. Non svelo nessun arcano: basta farsi una mezza riunione in un qualsiasi consiglio di classe per scoprire che gli alunni migliori sono quelli seguiti da famiglie che hanno fatto investimenti culturali nei loro confronti. Investimenti culturali che, naturalmente, sono anche investimenti economici.

Il problema di fondo, allora, è che la scuola tende a trasformare in merito personale quello che è invece investimento culturale ed economico delle famiglie. Che è benvenuto, sia chiaro, ma che troppo spesso diventa una discriminante nei confronti di chi vive in condizioni economiche e culturali inferiori. Ancora una volta forse dovremmo ritornare alla lezione di don Milani: «Qualche volta viene voglia di levarseli di torno (i ragazzi più difficili). Ma se si perde loro, la scuola non è più la scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile».

Il curriculum dello studente, allora, non è che il compimento di una visione borghese della scuola che ha rinunciato al compito di offrire strumenti di emancipazione a studenti provenienti da livelli, estrazioni e opportunità economiche differenti, permettendo loro di diventare cittadini liberi, sovrani, consapevoli, autentici. La scuola borghese è l’ennesima esperienza burocratica in cui si premia chi fa più esperienze; in definitiva, chi più spende.

C’è in tutto questo la triste parabola di una scuola che da officina del pensiero è diventata sempre più un prodotto culturale del mondo capitalista dal quale importa coordinate, valori, prospettive. E si trasforma in un diplomificio che riconosce, a livello burocratico – istituzionale, quello che lo studente, grazie alla forza e alle differenze economiche delle famiglie di appartenenza, può fare in autonomia. Con buona pace della retorica sul PTOF e sull’offerta formativa scolastica. Ma, non l’avevo detto io che, al MIUR, sono schizofrenici?

 

3 risposte a “Il curriculum delle disuguaglianze”

  1. Giorgio Venzano ha detto:

    Basta. Rifiuto immediatamente le espressioni mondo capitalista scuola borghese e io e tu chi siamo? i buoni, i corretti, i furbi quelli che usano i poveri per sentirsi evangelici economicamente sicuri e protetti.

  2. Sergio Ventura ha detto:

    Questo curriculum dello studente, però, era presente nella riforma della cosiddetta ‘buona scuola’ (Renzi-Giannini) e ricorda molto il portfolio delle competenze della riforma Moratti, per cui direi, invece, che la categoria (inevitabilmente generica) di capitalismo borghese sia adeguata, perché un’idea di istruzione e di scuola quelle riforme l’avevano. E, in quel senso, molto chiaro…
    Che poi il ministro Bianchi abbia deciso di attuarlo quest’anno, dopo che era caduto nel dimenticatoio, può essere anche considerato “casuale” e “folle”, a meno che non si tratti del solito modo di far passare pezzettini di quel puzzle ideologico piano piano e facendo pasnare a tutti che sia solo la solita casualità un po’ ‘folle’ …

  3. gilberto borghi ha detto:

    Indubitabile che il Miur legiferi sulla base di logiche contraddittorie e assolutamente distanti dalla vita reale della scuola italiana.
    Non credo però che le categorie di scuola borghese o egualitaria siano adeguate a comprendere la scuola di oggi. Per certi versi siamo messi molto peggio. Almeno la scuola borghese aveva una vision di cosa fosse l’educazione. Non condivisibile per me ma c’era. Oggi non esiste alcuna vision verso cui andare. La scuola è la sommatoria casuale di interventi legislativi folli che si sovrappongono e si affastellano senza che nessuno di questi sia mai stato attuato fino in fondo e l’obiettivo effettivo possibile oggi per la scuola è semplicemnte quello di sopravvivere.

Rispondi a Sergio Ventura Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)