Il 4 luglio scorso papa Leone XIV è stato a Lampedusa per una visita pastorale durata poche ore ma dal peso notevole, chiudendo l’omelia con “o’ scià”, il saluto lampedusano che significa “mio respiro”. Non è un caso che quella visita e la nascita della “Rete Lampedusa”, presentata due settimane dopo a Roma, condividano la stessa radice: un’isola che da decenni si ostina a restare il luogo dove il Vangelo, per usare le parole del Papa, continua a risuonare “dove i popoli si incontrano” e diventa muto “dove ognuno fa di sé stesso un’isola”.
C’è un arco a Lampedusa, che guarda verso il mare aperto, l’ho attraversato anche il Santo Padre; si chiama “Porta d’Europa” ed è l’opera che il maestro Mimmo Paladino ha dedicato a chi non è mai arrivato. Pietro Bartolo, il medico che per quasi trent’anni ha accolto – e troppe volte pianto – i corpi di chi quel mare non lo ha attraversato da vivo, dice di fermarsi ogni volta che ci passa davanti, non importa quante volte l’abbia già fatto. Da quella soglia e da quella ferita mai rimarginata nasce oggi la “Rete Lampedusa”. Non è un partito, non è una sigla del terzo settore che si aggiunge alle tante che già lavorano, spesso in silenzio e senza risorse, sui moli e nei centri di accoglienza italiani. È, nelle parole dei suoi fondatori, una “rete di reti”, un’associazione nazionale apartitica che prova a mettere insieme volontariato, mondo accademico, professionisti della comunicazione e realtà ecclesiali sotto un’unica voce. Bartolo ne è il garante e il presidente, al suo fianco, tra gli altri, Agostino Sella dell’associazione Don Bosco 2000 che opera in Sicilia e in Senegal da anni. Il punto di partenza è un numero che fa male a ripetere: dal 1991 a oggi il Mediterraneo ha inghiottito più di cinquantamila vite, oltre trentacinquemila solo dal 2014, tra cui almeno quattromila bambini. Sono cifre che rischiano di trasformarsi in contabilità, in statistica anestetizzata, ed è proprio questo l’assuefarsi che la “Rete Lampedusa” dice di voler combattere.
Quello che colpisce, leggendo il manifesto e i materiali del progetto (www.retelampedusa.org), non è tanto la denuncia – che pure è netta e parla senza mezzi termini di un’Italia e un’Europa “paralizzate tra la retorica urlata dell’invasione usata come capitale elettorale e il silenzio tattico di chi teme di perdere consenso” – quanto la scelta di parole con cui prova a ribaltare il racconto. Non “emergenza” ma “opportunità”, non “buonismo” bensì “principio costituzionale”. È un linguaggio che rifiuta sia la retorica dell’invasione sia quella consolatoria di chi si accontenta di indignarsi sui social; propone una via fatta di cose concrete con dati scientifici alla mano, canali legali di ingresso, protocolli di integrazione che comincino prima della partenza e continuino con il tutoraggio all’arrivo. Una rete territoriale che vuole avere referenti in tutte le venti regioni italiane, un numero verde, missioni a Bruxelles, la formazione di giornalisti e operatori per fare fact-checking sulla disinformazione che circonda il tema.
Si può discutere quanto tutto questo riuscirà davvero a incidere sulle politiche pubbliche, sulle scelte dei governi, sull’opinione di chi ha già deciso da che parte stare; la storia recente non è generosa con chi prova a cambiare narrazioni consolidate, ma c’è qualcosa in questa iniziativa che merita attenzione a prescindere dall’esito, cioè il tentativo di tenere insieme rigore dei dati e urgenza morale, senza scegliere l’uno contro l’altra. Non basta ricordare, bisogna organizzare la memoria in azione concreta! È qui, in fondo, che si gioca la scommessa della “Rete Lampedusa”: trasformare trent’anni di sbarchi, di corpi toccati con le proprie mani, di volti salvati all’ultimo respiro, in qualcosa che assomigli finalmente a una politica e non a uno slogan.