Festeggiamo i loro 50 anni di matrimonio, ma lei non c’è. Forse.

Una malattia degenerativa l'ha portata in chissà quale mondo lontano. Ma l'affetto che li lega c'è ancora, ed è reciproco
27 Luglio 2021

È bello essere invitati ad una festa per i cinquant’anni di matrimonio, non foss’altro perché è un evento sempre più raro. Questa si è svolta su una terrazza di Roma, in una calda serata di luna piena, con poche persone: loro – che chiameremo Pietro e Maria – i quattro figli, i nipoti e pochi amici. Un cosa semplice: ognuno ha cucinato qualche cosa, ognuno ha un ricordo da intrecciare con gli altri…
Eppure sono a disagio. Perché, anche se è la festa dei suoi cinquant’anni di matrimonio, lei non c’è.

O meglio, c’è una persona seduta sulla sedia a rotelle, diafana e immobile, con gli occhi che restano semichiusi anche quando i bambini corrono avanti e indietro, gridando nel gioco; quando qualcuno si avvicina per dirle qualcosa; quando un soffio di scirocco le sposta una ciocca dei capelli.
La guardo, e penso a quando guidava le riunioni del gruppo dell’Azione Cattolica in parrocchia, con serenità e fermezza, ogni volta trovando il modo di citare Manzoni o Dante, suoi grandi amori di insegnante di italiano. Quando progettavamo campi scuola, quando parlava dei suoi alunni o dei suoi figli, quando le telefonavo perché c’era qualche problema, e sapevo che lei c’era.
Dov’è adesso? Dove l’ha trascinata questa cattiva malattia degenerativa? Quanto è lontano quel suo mondo per noi irraggiungibile? Le arriva qualcosa?
E dunque, ha senso festeggiare questi cinquant’anni di matrimonio, in cui non si sa dov’è lei?

Eppure, quando durante la Messa l’amico sacerdote gli ha chiesto quali fossero state le cose più belle di questi cinquant’anni, Pietro ha risposto: i figli e l’affetto che ci vogliamo. Non ha detto “l’affetto che ci volevamo”. Non ha detto “l’affetto che io le voglio”. Ha detto “l’affetto che ci vogliamo”: adesso, qui, entrambi. Io ne voglio a lei e lei ne vuole a me. Non importa se non parla, non reagisce, non sorride neanche ai nipoti… Lei mi vuole bene, e io ne voglio a lei.

Ci vuole molta fiducia nell’altro, per pensarlo, e anche molta fede in quel Dio che ci ha creato con la capacità di amare per sempre.
È lì che ho capito che queste fotografie di cui Pietro ha riempito le pareti di casa, questi oggetti appoggiati qua e là sui ripiani,  – che chissà chi e quando ha portato in casa – questo sacchettino bianco con i confetti d’oro non sono solo strumenti per ricordare, per fare un po’ di manutenzione della memoria, come le lapidi sulle tombe. Sono inviti anche a noi amici a respirare questo amore, che è ancora vivo.

E se avevo dei dubbi, mi sono passati accorgendomi che, quando lui le prende la mano, lei la stringe. Tra tutte le mani che la toccano, per darle da mangiare, per lavarla, spostarla dal letto alla sedia a rotella, vestirla… tra tutte queste mani, lei quelle di Pietro le riconosce.

9 risposte a “Festeggiamo i loro 50 anni di matrimonio, ma lei non c’è. Forse.”

  1. Alessandro Manfridi ha detto:

    Grazie Paola.
    Testimonianza commuovente e coinvolgente.
    È molto bello sapere che Maria non è ricordata solo per quello che “era” ma è riconosciuta e amata per quello che è sempre stata e che porta con sé, perché “non è un’altra persona” ma sempre la stessa. “Non c’è” perché qualcosa di lei non è più lo stesso ma continua ad esserci per l’amore che i suoi cari continuano a darle e a ricevere da lei.

  2. Margherita Cuzzocrea ha detto:

    Forse siamo portati a credere che lei non sappia dov’è… credo però che il grande amore che la circonda la faccia sentire in un porto sicuro, guidata da una consapevolezza che viene da lontano e che non ha neanche bisogno di appoggiarsi ai ricordi.
    Grazie Paola per questo fermo immagine.

  3. Pietro Buttiglione ha detto:

    Paola! La tua mano..
    Quella di mia madre Rosa Maria, mano grossa di chi ha lavorato tutta la vita.. ah, come mi stringeva forte prima di..
    … non voleva lasciarmi solo.
    Poi quella della mia sorella Rosalba, mi cercava, mi aveva cercato tutta la vita ma i miei sentieri erano lontani.. con il dito medio mi ‘raspava’ quando il dolore aumentava, ma sempre con delicatezza, con Amore.

  4. Luciano Previtera ha detto:

    Grazie Paola per aver evidenziato un mondo diverso dal vostro. Io lo vivo con la mia Rosa. Lei dice che è prigioneria del suo corpo a causa della sla, ed io di essa .
    Con Tanto AMORE Luciano

  5. Maria Pirrottina ha detto:

    Hai raccontato il dolore che accompagna ogni giorno…chi soffre..
    Ma se l’amore è in chi lo vive il giogo è leggero.

  6. gilberto borghi ha detto:

    Mi sono sempre chiesto se la sofferenza genera amore. Questo tuo post, Paola, mi conferma nella risposta che sento: la sofferenza non genera amore, ma moltiplica e manifesta ciò che c’è. Se c’è amore moltiplica e manifesta ciò; se c’è indifferenza, dovere, sacrificio, utilizzo moltiplica e manifesta queste cose.

  7. Dario Busolini ha detto:

    Meravigliosa testimonianza. Ricorda anche a me qualche cosa, ma aggiungere altre parole mi sembra davvero inutile. Grazie.

  8. Antonella Patrizia Mazzei ha detto:

    Grazie, Paola, purtroppo non ero fisicamente presente ma le tue parole mi hanno portata davanti a quelle mani che si stringono e ho pianto di gioia!

  9. Lella Noce Ginocchio ha detto:

    Rileggo identici passaggi, stessi dolori, medesima devastante storia nel cammino della mia famiglia. Stessa festa con figli, nipoti e pronipoti intorno. La messa e la mamma in mezzo a noi. Solo chi ha attraversato questo profondo dolore riesce a dare valore ad ogni respiro e giorno delle nostre vite. La mamma là in mezzo a noi, inerte, assente, lontana, era il nostro arcobaleno, un ponte meraviglioso tra la terra ed il Cielo. Guardando lei, vedevamo un Dio che ci ha insegnato la pazienza, la custodia e la cura della vita. Dio, attraverso quel corpo abbandonato ci ha tenuti stretti, strettissimi in un abbraccio materno incredibile, quello che lei non riusciva più a darci.

    “Anche se una madre dimenticasse il suo bambino, io non ti dimenticherò mai” (Isaia 49,15)

    Grazie, Paola, per avermi svegliato oggi con queste parole così vere.

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