Dovevo sopravvivere

Roberto Canessa intreccia la sua esperienza da sopravvissuto a un terribile e noto incidente aereo, avvenuto nel Cile del 1972, con la sua scelta di diventare cardiologo pediatra: ne nasce un racconto di speranza e umanità utile per i giorni che viviamo
23 Febbraio 2021

Il fatto è noto: nell’ottobre del 1972 un aereo uruguaiano con a bordo 45 persone precipitò sulle Ande a causa di un errore di valutazione dei piloti. La maggior parte dei passeggeri era composta da giovani atleti di una squadra universitaria di rugby di Montevideo, in viaggio verso il Cile per disputare una partita. Purtroppo, a causa dell’impatto e delle avverse condizioni atmosferiche a 3600 metri di altitudine, i sopravvissuti saranno solo 16, salvati dopo 72 giorni terribili, con temperature arrivate a volte a -30°. Nei primi giorni successivi alla sciagura, i sopravvissuti mangiarono un po’ di marmellata a pranzo, con un goccio di vino e un quadratino di cioccolato per cena. Quando le provviste presto finirono e dei soccorsi non c’era traccia, l’unica soluzione praticabile per non morire di fame fu quella di cibarsi dei cadaveri dei compagni morti. Una decisione difficile, terribile, ma inevitabile.

I 16 sopravvissuti oggi vivono nello stesso quartiere di Montevideo, segno che in quei terribili giorni si creò fra loro un legame inscindibile. Nelle loro testimonianze sottolineano spesso che il fatto di essere squadra li abbia aiutati moltissimo.
La vicenda è stata raccontata diverse volte, in particolare nel bel libro del 1974 Tabù di Pears Paul Read e nel film del 1993 Alive – sopravvissuti. Numerose sono le testimonianze dei sopravvissuti, visionabili su youtube.

Dovevo sopravvivere,del 2016, pubblicato in Italia da Carlo Delfino nel 2018, è il racconto autobiografico di Roberto Canessa, allora diciannovenne studente di medicina, uno dei protagonisti di questa incredibile vicenda, diventato in seguito uno dei cardiologi più conosciuti al mondo. Co-autore del libro è Pablo Vierci, giornalista, autore e sceneggiatore uruguaiano.

Gli autori raccontano in modo avvincente tutta la vicenda, non solo narrando tutto ciò che hanno vissuto i protagonisti dell’incidente, ma anche il mix di disperazione, angoscia, speranza di amici e familiari. Per esempio di Laura, l’allora diciannovenne fidanzata e tuttora moglie di Roberto e madre dei tre loro figli: «quello che vidi in ospedale non era il principe azzurro tornato dalle tenebre ma un misero scheletro con una strana barba lunga e le labbra screpolate, che non potevo nemmeno baciare. Ma in mezzo alla confusione di giornalisti e tanta altra gente, Roberto emanava serenità, spiritualità, come se il suo corpo si fosse consumato ma la sua anima si fosse ingrandita».

Gli autori affrontano senza ritrosie anche il tema più delicato della vicenda, il fatto che per sopravvivere i superstiti abbiano dovuto mangiare i cadaveri dei loro compagni di viaggio defunti. Roberto fu il primo a varcare questa terribile soglia, aiutato dall’essere studente di medicina, ma anche un credente: «Credo che la medicina mi permise di agire come un chirurgo che riesce a mettere da parte l’emotività. Ognuno di noi si bagnò di sangue per nutrire il seme della vita. Forse eravamo come il chicco di grano che cade in terra, dopo che il frutto muore: una morte feconda, e io stesso avrei voluto che la mia fosse così».

L’originalità dell’opera sta inoltre nel non limitarsi a raccontare in modo coinvolgente la nota vicenda, ma nell’interessante parallelo tra la lotta sulle Ande di Roberto per la sopravvivenza e il suo decennale lavoro di diagnostica di malattie cardiache congenite molto complesse nei neonati e nei feti: «Quello che feci in quei settantadue giorni fu un corso ultraintensivo di medicina delle catastrofi, di sopravvivenza, in cui la scintilla della mia vocazione medica dovette trasformarsi in una esplosione». Rinchiusi ogni notte in quel che restava dell’aereo, «una gabbia umida, senza ossigeno e che odora di metallo, eravamo come un feto con una cardiopatia grave che, nonostante non abbia molte chance di sopravvivere, forse ce la può fare»”.  La scoperta dell’immensa fragilità ma anche della straordinaria bellezza della propria vita è stata per Canessa la luce per fare chiarezza sulla propria vocazione: essere non genericamente medico per professione, ma uomo di cura per tanti bambini ammalati e di vicinanza per i loro genitori in un’esperienza di grande prova.

L’ultima parte del libro è proprio una raccolta delle loro testimonianze di gratitudine: a volte per il successo delle terapie, altre solo per l’impegno e la vicinanza del dottor Canessa, visto che purtroppo non sempre le cure hanno salvato i piccoli ammalati.

Una storia che merita la lettura, tante riflessioni interessanti, una testimonianza di fede sincera e concreta: insomma, un bellissimo libro da leggere e da regalare, soprattutto in questo tempo in cui abbiamo tutti bisogno di speranza. Roberto e Pablo ce ne regalano parecchia…

Una replica a “Dovevo sopravvivere”

  1. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Tante volte ho citato qs fatto a supporto della ‘relativita’ dell’etica.
    Comprendo come resti dentro un ” ..” insanabile. Cerca il dr.Roberto di farlo con l’altruismo, cercano i suoi compagni stando vicini.. ma sono ferite che solo Dio può sanare.

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