Oltre la rissa
Con l’arroventarsi della campagna referendaria, crescono, sull’uno e sull’altro fronte, i toni aggressivi che rischiano di falsare il senso della questione in gioco. A questo pericolo si è riferita Giorgia Meloni quando ha bollato come «una menzogna» che delegittima la magistratura il manifesto del Comitato dell’Anm, affisso nelle stazioni di Milano e di altre città, dove campeggiava la domanda: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica?» accompagnata dall’immagine di una ragazza che esibiva un cartello con un grande «No». Seguiva, sotto, l’invito: «Al referendum vota No».
Dall’altro lato, ha indignato i sostenitori del No il post del Comitato per il Sì, costituito dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano, raffigurante i teppisti che a Torino prendevano a calci e colpi di martello il poliziotto a terra, con sotto la grande scritta: «Loro votano No».
È importante evitare di cadere nella trappola di una polemica senza regole, che rischia di trasformare una occasione di confronto democratico, come di per sé dovrebbe essere il dibattitto sulla riforma della Costituzione, in una rissa da cui, quale che sia l’esito, tutti uscirebbero alla fine diminuiti. Non si tratta di rivendicare una impossibile neutralità – che peraltro non va confusa con l’oggettività – , bensì di avanzare le proprie critiche argomentandole civilmente.
A questo stile spero di ispirare le mie considerazioni. Personalmente sono convinto che sia più giusto votare No, ma questo mi spinge a cercare di spiegare con la maggiore onestà intellettuale possibile le mie ragioni.
La prima domanda: perché questa riforma?
Prima di esaminare i punti della legge, però, voglio soffermarmi sul quadro in cui essa ha visto la luce. L’ermeneutica ci ha insegnato che, per capire il senso di un testo, bisogna guardare il contesto. Ed è il contesto che spiega la decisa volontà della maggioranza al governo di fare questa riforma, dandole l’assoluta precedenza su tutte le altre e nei tempi più brevi possibili.
Da quando questo governo è in carica, le sentenze della magistratura hanno più volte bloccato le sue decisioni – soprattutto in materia di detenzione e rimpatrio dei migranti – , perché non conformi, secondo i giudici, alla tutela dei diritti umani prevista dal nostro ordinamento. Da qui la dura reazione di diversi esponenti della maggioranza e del governo, prima fra tutte la presidente del -consiglio, che hanno accusato i magistrati, o almeno una parte di essi (le “toghe rosse”), di fare scelte ideologiche, non appropriate al loro mandato. La riforma è stata più volte evocata, in questo clima incandescente, come la sospirata via d’uscita da questa situazione.
Ora, il punto è che, vere o false che siano queste accuse, la nostra Costituzione si fonda sull’autonomia dei tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e non spetta a uno di essi stabilire i limiti dell’altro. Né il potere legislativo né quello esecutivo sono, per principio, competenti a stabilire la legittimità o meno delle interpretazioni che quello giudiziario dà delle norme vigenti, così come i magistrati non possono intervenire sulle linee di politica estera o interna del governo, se non quando – come nei casi sopradetti – entrano in contrasto con le leggi.
Questo spiega il fatto, a prima vista sorprendente, che la motivazione ufficiale della riforma non riguardi affatto il problema per cui essa era stata a gran voce invocata – l’ invasione di campo da parte dei giudici (su cui il parlamento e il governo non possono agire) – , ma sia invece la separazione delle carriere, che è una questione praticamente insistente, visto che il passaggio da quella giudicante a quella inquirente coinvolge meno dello 0,5% dei magistrati.
La sorpresa è accresciuta dal fatto che, nella nuova legge, non si dice nulla che possa favorire la soluzione del problema più grave della giustizia italiana, la spaventosa lentezza dei processi, che richiederebbe piuttosto, come tutti riconoscono, un aumento del numero dei magistrati.
Come spiegare questa strana discrasia tra l’atteggiamento bellicoso della maggioranza e l’apparente modestia dei propositi ufficiali della riforma che ne è stato il frutto? Alla luce del contesto che abbiamo delineato, la sola risposta logica è che questi propositi, in realtà, ne mascherano un altro, non dichiarato perché in conflitto con la nostra Costituzione, e che è invece in perfetta linea con l’esasperazione più volte manifestata da parlamentari e governo di destra nei confronti della magistratura.
Che si tratti di una operazione al servizio di una parte politica, e non del paese, lo dimostra, peraltro, lo stile con cui la riforma è stata approvata. Dopo la guerra, la nostra Costituzione è scaturita dallo sforzo di partiti di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali – di dialogare e di ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo non di una parte ideologica, ma del popolo italiano.
L’attuale riforma, invece, è stata proposta dal governo e approvata dalla maggioranza parlamentare di destra senza lasciare il minimo spazio alla discussione con l’opposizione. Col risultato che nel testo finale non è cambiata neppure una virgola rispetto a quello iniziale. Un testo costituzionale, in cui in linea di principio tutti gli italiani dovrebbero potersi riconoscere, è così il risultato dell’imposizione dei partiti di governo, che in realtà rappresentano, messi insieme, il 28% degli aventi diritto al voto. È esagerato dire che la riforma, già per le modalità con cui è stata varata, si pone in contrasto con lo spirito della Costituzione?
A sottolineare questa unilateralità, ben poco “costituzionale”, è venuta poi, da parte della maggioranza e del governo, la dedica della legge al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che nei confronti della magistratura ha sempre avuto rapporti fortemente conflittuali. Sempre ribadendo che la riforma, per carità, non è affatto contro di essa e che, come ha ribadito il ministro della Giustizia Nordio, «conferirvi un significato politico è assolutamente improprio».
La divisione del Csm
Ma qual è l’obiettivo reale, inconfessato, della riforma? La risposta a questa domanda viene dal testo della legge, il cui succo è lo smantellamento dell’organo su cui la Costituzione ha fondato l’autonomia del potere giudiziario, il Consiglio superiore della magistratura (Csm).
Innanzi tutto esso viene smembrato – secondo il principio romano del divide et impera -, per portare fino in fondo la separazione delle carriere. Che di fatto già c’è, come si è detto, ma che così tradotta fa venir meno ogni collegamento tra la figura del giudice e quella del pm. Allo scopo, si spiega, di mettere finalmente sullo stesso piano il pubblico ministero e l’avvocato, dando piena attuazione alla riforma che, già nel 1989, aveva sancito questa parità nel contraddittorio del processo.
Tuttavia, si fa notare, parità non vuol dire uguaglianza. In realtà il ruolo del pm è molto diverso da quello del difensore, proprio perché ha qualcosa in comune con quello del giudice. Mentre la deontologia professionale dell’avvocato non gli chiede di fare giustizia a tutti i costi, ma solo di evidenziare tutti gli elementi che possono favorire il suo cliente, il pubblico ministero rimane sempre un magistrato e cerca di capire e di valorizzare sia quelli che portano all’accusa che quelli che portano al proscioglimento dell’imputato. Nessun avvocato chiede la condanna del suo cliente. Invece è normale che il pm chieda di non procedere contro l’indiziato.
Istituendo un Csm separato, la riforma taglia i legami del pm con il giudice ed esaspera in senso unilaterale la sua funzione accusatrice, trasformando quest’organo in un pericoloso gruppo di sceriffi a caccia, più che della giustizia, di colpevoli. Col risultato di rendere plausibile una sua futura sottomissione al potere politico, come del resto in tutti i paesi in cui c’è la separazione della carriere.
La fine della rappresentatività del Csm
Ma, soprattutto, il Csm viene privato della sua rappresentatività, perché entrambi i tronconi in cui è diviso non saranno più espressione della libera scelta dei magistrati, ma di un sorteggio che, da un lato, impedirà loro di scegliere i loro rappresentanti, dall’altro lato esonera i membri di questi due organi da ogni responsabilità verso coloro di cui dovrebbero essere la voce. In nessun ordine professionale funziona così. In tutti gli altri, i membri rivendicano il diritto di decidere loro chi deve rappresentarli.
Per giustificare questa scelta, governo e maggioranza fanno riferimento alla necessità di smantellare le correnti, causa, in un recente passato, di clamorosi casi clientelismo e di scambio di favori. .In realtà, però, quello che è stato rovinoso è stata la degenerazione clientelare delle correnti, che in se stesse sono del tutto fisiologiche, là dove dei professionisti, compresi i magistrati, devono esprimere le loro diverse interpretazioni del proprio ruolo quando eleggono un organo che deve rappresentarli. E resta da dimostrare che membri del Csm tirati a sorte non siano disponibili a patti segreti indegni del loro ruolo.
La presidente del Consiglio ha affermato che, introducendo il sorteggio, la riforma non ha affatto sottoposto il Csm a un maggiore influsso della politica, anzi, al contrario, ha eliminato il diritto del parlamento di eleggere la componente laica, che sarà anch’essa sorteggiata. Non ha detto, però, che il sorteggio dei membri laici è previsto all’interno di una lista compilata dalla maggioranza parlamentare – la stessa esasperata, a torto o a ragione, nei confronti dei giudici – e che, quindi, sarà comunque composta da persone motivate in questo senso. Mentre il magistrato, scelto a caso, si troverà a far parte del Csm senza un progetto, senza una precisa motivazione e senza alcun mandato da parte di coloro che in teoria dovrebbe rappresentare.
La fine del ruolo disciplinare del Csm
L’ultima novità della riforma – forse ancora più pericolosa delle precedenti – è che ai due nuovi Csm viene sottratto anche il potere disciplinare che quello precedente esercitava, dicono le statistiche, con maggiore severità di tutti gli altri suoi omologhi in Europa. Questo potere fondamentale spetterà da ora in poi a un nuovo organo, l’Alta Corte di Giustizia. È vero che, dei quindici membri di quest’ultima, nove saranno magistrati (sei giudici e tre pm), e solo sei laici, sempre sorteggiati da un elenco composto, come per i Csm, dalla maggioranza parlamentare.
Ma la loro proporzione, nei singoli collegi in cui essa si articolerà, non è precisata dalla riforma. È una lacuna decisiva, perché a colmarla sarà, in seguito, una legge ordinaria, fatta alla stessa maggioranza che ha accusato i magistrati di non essere fedeli ai loro compiti quando ostacolano le scelte del governo, a cui spetterà decidere della loro composizione. Sarebbe così la politica a decidere se, per esempio, istituirne alcuni in cui i laici saranno in maggioranza e potranno così sanzionare i magistrati che non si attengono ai criteri del governo.
Già la sola possibilità che questo possa accadere non potrà non esercitare un peso intimidatorio nei confronti di chi dovrà amministrare la giustizia con questa spada di Damocle sul capo. Tanto più che i ricorsi contro le decisioni di questo organo non verranno più decisi – come oggi avviene per quelli contro le decisioni del Csm – dalle Sezioni Unite della Cassazione, ma da un altro collegio della stessa Alta Corte, annullando praticamente l’autonomia del secondo grado di giudizio.
Ce n’è abbastanza per dire che questa riforma non si limita a separare le carriere. Essa contrasta con la logica della Costituzione, basata sulle divisione dei poteri e porta a una subordinazione di quello giudiziario a quello legislativo, a sua volta egemonizzato dalla maggioranza che sostiene il governo. Non era questo che i padri costituenti avevano voluto, reduci com’erano da un regime dove i poteri erano tutti concentrati nell’esecutivo, con i risultati che la storia ci racconta.
Ora tocca agli italiani decidere cosa vogliono per il loro futuro. Ma io credo di avere spiegato perché, come dicevo all’inizio, voterò No.
Ho appena letto un’intervista a Di Pietro che voterà convintamente SI.
Il sorteggio significa imparzialità che ferma la prepotenza di chi blocca i colleghi che obbediscono alla legge anziché ai capicorrente.
Anche io come Di Pietro voterò SI.