Cooperazione internazionale: la ricchezza e la prospettiva

Dopo l'offesa e il clamore, proviamo a riflettere su cosa sia e su cosa doni la cooperazione internazionale, al singolo e alle comunità civili prima che religiose.
28 Maggio 2020

Da metà maggio il clima sta cambiando, il vento che si è fatto quotidiano ha abbassato bene le temperature. Il mattino fresco di Lusaka concilia la riflessione e trovo spazio per mettere per iscritto qualche pensiero che ritornava insistentemente negli ultimi giorni.

Le discussioni e i dibattiti che mi sono giunti dal nostro paese in questi mesi di emergenza sanitaria mi stupivano e mi coinvolgevano in prima battuta, ma spesso non mi davano spazio per sviluppare una mia idea: troppi stimoli e allo stesso tempo troppi punti di vista urlati e affermati uno contro l’altro; la sensazione è che non si è cercato molto il dialogo ma piuttosto il reprimere e annullare l’opinione dell’altro, per sommergerlo, cancellarlo. Un urlo collettivo, che dall’interno potrebbe sembrare una discussione animata ma che, fatto un passo indietro, un po’ fuori, perde ogni minimo significato e diventa ciò che è nella sua essenza: urlo confuso e assordante.

Questo urlo si è rivolto, improvvisamente, verso una ragazza, la cui vicenda ha avuto la colpa o il merito di distogliere l’attenzione collettiva dalla tragica pandemia per qualche giorno.

Ora che l’interesse sulla sua storia è già calato, l’oggetto delle urla si è spostato. Si può così riprendere con più calma e lucidità alcuni concetti sussurrati in questi ultimi giorni che ora rimangono come oasi di senso in un deserto di urla appassite.

La vicenda del rapimento della cooperante di Milano ha fatto puntare i riflettori sul mondo della cooperazione internazionale e da diverse parti si sono sollevati interrogativi sul senso di questa attività. Da cooperante mi sono sentito coinvolto, ho provato a valutare il peso di qualcuno di questi dubbi, testando le motivazioni che mi legano a quello che faccio ogni giorno.

Come bene ricorda il presidente della Focsiv (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario) Gianfranco Cattai su La voce e il Tempo, la legge 125 del 2014 costituisce un elemento importante per mettere a fuoco il mondo della cooperazione internazionale e, aggiungerei, è una normativa di cui andare fieri. Questa infatti descrive la cooperazione internazionale come: “parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia.  Essa si ispira ai princìpi della Carta delle Nazioni Unite ed alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La sua azione, conformemente al principio di cui all’articolo 11 della Costituzione, contribuisce alla promozione della pace e della giustizia e mira a promuovere relazioni solidali e paritarie tra i popoli fondate sui princìpi di interdipendenza e partenariato”.

La cooperazione allo sviluppo ha un valore irrinunciabile che va al di là dei singoli difetti di coniugazione del tema, derivanti forse da eccessive libertà di azione e inventiva personali: il principio di sussidiarietà giustamente riconosciuto dalla legge stessa andrebbe forse più strettamente integrato con normative più stringenti per tutte le onlus desiderose di operare all’estero, come suggeriva in modo interessante Lia Qurtapelle su Vita.

Condivido sicuramente questi pensieri e sono convinto che la cooperazione è un atto che ci definisce come nazione, ma questa attività va affrontata con precise regole, adeguate professionalità e cautela.

Co-operazione: chi ne invoca la cessazione si mette nei panni di colui che, per evitare problemi, si chiude alla relazione con l’altro; manifesta una sorta di sindrome hikikomori proiettata in larga scala. Tagliando i ponti con il mondo esterno si rimane gli unici operanti, si sopravvive evitando nell’immmediato forse qualche problema e scocciatura. Ma alla lunga non si cresce, non si matura, non si vive. Il pensiero che vuole spingerci a rinuncire alla cooperazione allo sviluppo ignora inoltre una caratteristica basilare della società civile italiana, declinatasi negli anni in mille modi diversi, tutti volti alla solidale attenzione verso il prossimo.

Fa maggior tristezza constatare che voci del genere si levano anche da parte di persone che si definiscono cattoliche. A loro chiederei: quindi per la Chiesa missione sì, cooperazione no?

La Chiesa è missionaria dagli albori della sua storia, e questa missionarietà non ha mai fatto distinzione tra vicini e lontani, da S.Paolo in poi. Ora, la missione è sicuramente una dimensione precedente alla realtà della cooperazione. Spesso, a partire dal secondo Novecento, dove si sviluppava l’azione missionaria nasceva in parallelo anche la necessità di un’attività vera e propria di cooperazione allo sviluppo: azione a livello sociale che completasse la missione a livello pastorale.

Oggi la cooperazione allo sviluppo è svolta per la maggior parte da enti di ispirazione diversa da quella religiosa, tuttavia in ambiti parrocchiali si confonde ancora facilmente le due realtà. Circa due anni fa, durante un mio rientro in Italia, presso una delle parrocchie dove ho lavorato come educatore, il parroco, accogliendomi all’inizio di una serata di convivialità, mi presentava agli altri partecipanti come “in missione” in Zambia. Questa bonaria confusione deriva dal fatto che le due realtà sono sì diverse, ma profondamente e forse necessariamente connesse. Probabilmente non potrebbe esistere una missione che non contempli anche delle attività di cooperazione (interessante la riflessione su questo tema disponibile sul sito dei Missionari della Consolata).

Mi piace quindi guardare cristianamente alla cooperazione come alla sorella laica del fare missione, espressione diversa rispetto alla missione ma sempre riducibile a quella profondissima radice comune che è la Carità. Il modello evangelico che oso accostare all’attività della cooperazione è quello della famosa parabola riportata dall’evangelista Luca in cui un uomo è assalito dai briganti. Noi, Samaritani per molti dei popoli con cui cooperiamo, potremmo tranquillamente tirare dritto per il nostro cammino, forse apparteniamo ad un’altra gens e ad un’altra storia, perché immischiarci in vicende altrui? Potremmo rispondere citando il “compito immenso” che Papa Giovanni XXIII descriveva nella Pacem in Terris: “A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale.”

Oggi, in maniera infinitamente più lampante che nel 1963, questi rapporti di convivenza nella comunità umana sono diventati fitti e serrati, e le barriere geografiche sono state definitivamente abbattute da un processo di globalizzante senza precedenti. I problemi di accessibilità ad alcuni beni creatisi per il generale rallentamento degli scambi commerciali dovuti al coronavirus ne sono un tangibile esempio.

La cooperazione rimane, quindi, secondo il mio modesto parere, un’attività estremamente importante e quanto mai preziosa nel contesto attuale. Anche perché l’assenza di attenzione verso uno sviluppo umano delle altre società prossime a noi conduce ad un comportamento schizofrenico che mostra tutti i suoi limiti in questi giorni di crisi: voglio le tue mascherine ma non le tue malattie…

Co-operare: affrontare un lavoro insieme, impegnarsi insieme, faticare insieme. Quando si fatica insieme il lavoro sembra meno pesante, si impara l’uno dall’altro e l’esperienza ci cambia un po’. Il tema del cambiare e farsi cambiare dall’attività di cooperazione richiederebbe una lunga riflessione a sé. Molti che hanno affrontato un’esperienza di cooperazione (o di missione) testimoniano che seppur si parta con l’idea del dare, l’esperienza muta presto in un inaspettato ricevere. Cooperazione è fondamentalmente scambio, che inizia nella condivisione stessa dei principi della cooperazione (che cosa è sviluppo per me, cosa lo è per te?). Se non si condivide una riflessione e uno scambio con le realtà diverse in cui si opera si rischia di fare danni, di imporre un’idea di sviluppo distorta dalle nostre parziali esperienze.

Cooperare vuol dire anche, però, scontrarsi con chi, dall’altra parte, non ne vuol sapere. O con i sorrisi di facciata di chi fa finta di starci e poi collabora fino a quando ci sono tornaconti immediati. Vuol dire misurarsi con i fallimenti, imparare dagli errori e avere la tenacia e la perseveranza per continuare a tessere relazioni anche in situazioni non facili. La chiusura e la miopia sulla cooperazione c’è sempre anche dall’altra parte.

Ma il cambiare insieme, quando frutto di un dialogo vero, rimane forse il tesoro più importante della cooperazione. Questo può portare anche a mettere in dubbio alcune delle dinamiche sociali che riteniamo assodate per approdare insieme al nostro prossimo a un concetto nuovo di esistenza: più umano, più giusto. In altre parole costruire faticosamente nuovi tasselli di quello sviluppo umano integrale così urgente in ogni angolo del nostro pianeta.

Sono grato ad Aisha che, suo malgrado, mi ha portato ad interrogarmi, certamente con i miei poveri limiti, su questi temi. Mi auguro sinceramente che la vicenda che ha vissuto sia una tappa verso una matura concezione del dono di sé e le auguro di cuore di poter tornare a far cooperazione in contesti sicuri e organizzati. La parte più bella della sua storia rimane quell’entusiasmo per il farsi prossimo che vedo anche nei numerosi giovani volontari di Servizio Civile che ogni anno ci donano tempo ed energie per supportare sul campo i progetti della nostra ONG (Celim Milano).

Farsi prossimo senza proclami, con entusiasmo, competenza e apertura al cambiamento, è il piccolo tesoro del fare cooperazione. E guardando alla nostra odierna società delle urla mi sento di dire che è una delle più grandi urgenze dell’Italia di oggi

Una replica a “Cooperazione internazionale: la ricchezza e la prospettiva”

  1. Davide Gazzoli ha detto:

    Analisi Centrata, grazie. Ora vediamo meglio il significato della cooperazione volontaria in Africa e Paesi emergenti.

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