Chiesa di carta, le barchette dei settimanali

I giornali locali riuniti a Roma chiedono più sostegno ai loro pastori e amministratori diocesani.
25 Novembre 2019

Alla 19° assemblea della FISC, conclusasi sabato scorso a Roma, per la prima volta le piccole e grandi testate cattoliche locali si sono impegnate a presentare un attestato di diocesanità, firmato dal vescovo o dal vicario generale. Un requisito non solo formale (era un’assemblea elettiva ed il Consiglio nazionale voleva fare chiarezza su qualche situazione) che ha però involontariamente marcato l’intrinseco legame col territorio: questi giornali rappresentano la Chiesa italiana che fin dall’Ottocento si è fatta… carta.
Una sorta di fotocopia ancora rappresentativa sia per testate che nel nome esprimono “difesa”, “voce”, “avvenire” di vivace tradizione, sia per le piccole realtà dove il “foglio” diocesano resta la bandiera più riconosciuta.
Nei loro stili e nei loro… dialetti le 180 testate associate FISC (ben 6 vanno a raggiungere gli italiani migranti all’estero con un servizio ancora oggi importante) manifestano la multiformità del cattolicesimo italiano: da quelle stampate ancora con la grafica di qualche decennio fa (ma attestate sopra le 20 mila copie) a quelle che si “sbilanciano” sul web presidiando con energie giovani i social più innovativi, tipo Tik Tok.

Per tutte sono tempi duri. La “fuga di lettori” dalla carta investe anche i periodici diocesani, i ritardi del servizio postali li massacrano. E i contributi all’editoria (il cui taglio è stato meritoriamente congelato dal governo Conte 2) hanno svelato una realtà: soltanto una cinquantina delle 180 testate possiedono i requisiti sufficienti per ottenerli.
Il nuovo Consiglio eletto a Roma (nella foto di Calvarese/SIR, con molte donne direttrici) raccoglie quindi il compito annoso di favorire un’unità fra le differenze, rilanciando i caratteri distintivi dell’appartenenza ma anche salvaguardando le specificità.
Due esempi: c’è una diocesi piemontese dove convivono due settimanali vivaci, in un’altra regione invece le testate di tre diocesi varano un progetto di forte sinergia.
L’inevitabilità di solcare le rotte digitali (possibile solo con formazione specifica) espone al mare mosso le storiche barchette, a rischio naufragio per le improvvise tempeste della sostenibilità finanziaria della diocesi.
Eppure, si è detto a Roma, sarebbe un errore storico liquidare in fretta il valore della carta, che arriva casa per casa, esprime una prossimità anche a fisica, è lo strumento più accessibile e duratura per quella parola “pensata e pesata” che passa di mano in mano, lieto annuncio fra righe di cronache e commenti.
In più questi giornali sono ancora “tenda aperta che accoglie e rilancia le attese e le sofferenze di un popolo”, come ha detto il card. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI. Sono anche strumento delle diocesi per leggere il territorio (“il vostro inchiostro sia un ascolto attento e attivo”, suggeriva il cardinale) e possono offrire alla comunicazione caotica e spesso violenta l’alternativa di un linguaggio comprensibile e pacifico, “puro e purificato”.
Anche per questi motivi le testate abbisognano come non mai, anzi come nei primi anni di fondazione, dell’appoggio più convinto dei loro pastori e dei responsabili amministrativi delle diocesi.
Se oggi i “vescovi-giornalisti” sono molti meno di trent’anni fa (se ne contavano una quarantina con esperienze dirette nella stampa) non importa. Non è questione di sensibilità personale, perché riconoscere l’importanza epocale – nel tempo in cui la partecipazione ecclesiale si riduce e prendono forza nuovi pulpiti digitali – di una forte comunicazione diocesana (ritrovando la sinergia nazionale lanciata da “Parabole mediatiche”)è obiettivo che va sostenuto con le conseguenti energie umane e finanziarie.
Talvolta si preferisce la navigazione a vista (“finché la barchetta va…”) o si decidono riduzioni in nome di una sostenibilità economica che non tiene conto però della difficoltà di valutare l’impatto pastorale dei media: tiratura, audience o accessi giornalieri non sono l’unico segnale di autorevolezza e penetrazione di una testata.

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