Black Lives Matter e la solidarietà transnazionale

Le proteste che infiammano gli Stati Uniti vengono da lontano, da ingiustizie e disuguaglianze antiche: ma cosa chiedono gli uomini e le donne scesi in strada? E cosa chiedono a noi europei?
9 Giugno 2020

Le proteste per l’affermazione delle vite degli afroamericani e contro i sistemi che ne perpetuano l’oppressione e la marginalizzazione stanno mobilitando da più di una settimana la società civile nelle grandi e nelle piccole città in tutti e cinquanta gli Stati Uniti d’America, con manifestazioni di solidarietà in almeno altre diciotto nazioni. Sono manifestazioni, proteste e rivolte urbane, campagne digitali, azioni per la riforma del sistema culturale, legale, economico, educativo, sociale e politico tese a sovvertire i meccanismi che, in primo luogo, perpetuano la lunga storia di esercizio della brutalità da parte della polizia e dei suprematisti bianchi sulla popolazione afroamericana, e che, in secondo luogo, limitano sproporzionatamente ai cittadini neri e di colore l’accesso all’assicurazione sanitaria, a una stabilità economica, a migliori opportunità di studio, all’occupazione di luoghi chiave del potere.

Questa rete nazionale e transnazionale di proteste è riemersa in risposta all’omicidio del cittadino afroamericano George Floyd. Il 25 maggio la polizia di Minneapolis riceve una telefonata, pare che il cliente di un negozio abbia pagato con una banconota da venti dollari falsa. Pare. Quattro poliziotti fermano il sospetto, George Floyd, è disarmato, lo ammanettano, lui non oppone resistenza––sa che non deve neanche provarci––, viene spintonato, cade a terra, e lì, ammanettato e inerme, il poliziotto, bianco, Derek Chauvin, lo tiene bloccato a terra con un ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi, fino all’asfissia. I tre colleghi di Chauvin osservano morire George “Big” Floyd, 46 anni, tre figli, il lavoro perso poche settimane prima con la pandemia. Lo uccidono davanti alle telecamere di sicurezza dei negozi e del telefonino di un testimone, un ragazzo anche lui black, che lo ha sentito sussurrare “Stanno per uccidermi”, “Per favore, non riesco a respirare”, “Mi fa male la pancia”, “Mi fa male tutto”, “Mi fa male il collo”. Il ragazzo ha gridato contro i poliziotti, ma lo hanno minacciato, e in quanto nero sa bene che non può permettersi di provocare la polizia.

Sembra paradossale aver visto, qualche settimana fa, i fanatici, conservatori, sostenitori di Trump protestare con i fucili in spalla di fronte agli ospedali in piena emergenza Covid-19 e insultare il personale medico, sostenendo che l’obbligo della mascherina e la chiusura temporanea delle attività commerciali limitasse la loro libertà. Sembra paradossale ma non lo è. È invece la dimostrazione del privilegio di base razziale su cui si fondano le dinamiche politiche, sociali, economiche e culturali negli Stati Uniti, e così, con variazioni storiche e di metodo, in molti altri stati-nazione occidentali.

Le proteste americane fanno riferimento al progetto di Black Lives Matter, un movimento oggi globale fondato in California nel 2013 da tre donne black, Patrisse Khan-Cullors, Alicia Garza e Opal Tometi, in riposta all’assassinio dell’afroamericano Trayvon Martin e con l’obiettivo di sradicare il sistema di suprematismo bianco. Per spiegare meglio cosa si intende per suprematismo bianco e per capire come opera nel nostro quotidiano determinando ineguaglianze sociali su base razziale, provo a contestualizzare gli eventi di questi giorni dalla mia prospettiva di studiosa italiana negli Stati Uniti da quasi sette anni, impegnata come docente universitaria nella promozione e nella pratica della giustizia sociale principalmente attraverso le arti performative.

Le proteste per l’omicidio di George Floyd emergono in un momento cruciale. Gli afroamericani costituiscono circa il 13% della popolazione statunitense, ma durante la pandemia di Covid-19, il 25% dei 109.000+ morti negli USA è afro-americano (statistiche così sproporzionate riguardano anche le comunità latine e native americane). Uno studio di Kiara Bridges, docente di legge alla Boston University, ha dimostrato che, anche quando in possesso di assicurazione sanitaria, la popolazione nera e latina ha accesso a una qualità delle cure inferiore rispetto alla popolazione bianca. Prima della pandemia, durante la quale quasi 30 milioni di lavoratori degli Stati Uniti hanno perso l’impiego, la popolazione afro-americana aveva il più alto tasso di disoccupazione, seguita da quella latina. Questi sono alcuni dati fondamentali che permettono di comprendere le connessioni tra le dinamiche di oppressione strutturale e le pratiche di ingiustizia sociale con le quali la popolazione di colore e quella nera, in particolare, convivono quotidianamente negli Stati Uniti. Si pensi alla situazione delle carceri. Mentre le persone di colore negli USA costituiscono circa il 34% della popolazione totale, queste rappresentano il 56% della popolazione carceraria. Anche se il consumo di stupefacenti tra bianchi e afroamericani è simile, per ogni bianco incarcerato per crimini legati alla droga ve ne sono sei afroamericani.

Questo quadro non solo suggerisce l’iniquità su base razziale tra cittadini ma mostra lo scenario in cui l’attuale amministrazione si ritrova a cinque mesi dalle nuove elezioni presidenziali, che Trump sta cercando di evitare a tutti i costi. Qualche giorno fa si è messo in ridicolo con una sfilata in solitaria davanti alla chiesa di St. John, tenendo una Bibbia in mano, incapace di articolare un discorso, dopo aver fatto disperdere i manifestanti coi gas lacrimogeni subendo l’infuocata critica della vescova episcopaliana di Washington, D.C., sostenitrice delle proteste e contraria all’abuso politico del testo e del luogo sacro. Pur mettendosi in ridicolo, così facendo Trump ha richiamato a sé la fetta forte del suo elettorato, quella che va a manifestare coi fucili, ovvero gli evangelisti conservatori sovranisti e suprematisti bianchi. Al tempo stesso Trump ha ordinato il dispiegamento su tutto il territorio federale della Guardia Nazionale, invitando la polizia a “dominare” i manifestanti, definiti “terroristi”. Scatenando le scene da guerriglia urbana con esercito e polizia che tutti possono vedere sui social e YouTube, Trump si è attirato anche le critiche durissime del capo della polizia di Houston, non certo un progressista, e di alcuni senatori repubblicani.

Gli assassinii brutali e con rarissime eccezioni impuniti di George Floyd, Dreasjon Reed (ucciso di spalle dalla polizia con tredici proiettili), Tony McDade (black transgender sospettato di un accoltellamento e ucciso da un poliziotto), Breonna Taylor (uccisa da un poliziotto nel suo letto), Ahmaud Arbery (ucciso mentre faceva una corsa nel quartiere da suprematisti bianchi)––per ricordare solo le ultime vittime––hanno colpito ma non sorpreso l’opinione pubblica americana. In questi giorni tutti abbiamo visto gli abusi sui dimostranti inermi da parte della polizia, che ha ucciso almeno dodici manifestanti davanti alle telecamere dei telefonini e dei media internazionali. Quando vivevo a Los Angeles, ho visto più volte la polizia malmenare senza ragione senzatetto inermi, spesso peraltro veterani di colore abbandonati dallo stato. Quando mi sono azzardata a intervenire, sono stata minacciata di arresto e incarcerazione. Domenica scorsa ho partecipato alle proteste in difesa delle Black Lives a El Paso, Texas, e anche lì la polizia ha usato la stessa tattica esercitata in altre città: manifestanti non violenti (in molti casi teenager, anziani e famiglie con bambini) a un certo punto vengono accerchiati, chiusi, e colpiti con lacrimogeni, spray al peperoncino e proiettili di gomma. Senza ragione, un’imboscata. Gli arresti sono ormai migliaia sul territorio nazionale. A Los Angeles la polizia ha perfino convertito lo stadio di un campus universitario in caserma provvisoria, scatenando le reazioni del corpo docente e studentesco. I miei studenti –afroamericani, ispanici, asiatici e bianchi– presenti alla protesta in Texas hanno scritto sui social, o direttamente a me per email, di come l’attacco della polizia li abbia traumatizzati e di come abbiano perso fiducia nell’istituzione della polizia e di chi la governa.

Ma quali sono le richieste concrete di Black Lives Matter e dei gruppi che ne sostengono il progetto? Le misure autoritarie di Trump (insostenibili in uno stato-nazione che ha come proprie fondamenta ideologiche un’idea liberale di democrazia ‘modello export’), l’eccesso di violenza di stato documentata e condivisa in digitale e soprattutto la perseveranza dei manifestanti hanno spinto alcuni sindaci ad accogliere parzialmente o a intavolare discussioni sulle proposte di BLM, The Movement for Black Lives e organizzazioni come Campaign Zero. Queste proposte – tra le quali vi sono la riduzione dei fondi per la polizia nonché l’abolizione della polizia stessa e del sistema delle carceri, sovrappopolate di persone di colore e povere – sono state articolate nel corso dei decenni dall’attivista e studiosa afroamericana Angela Davis, sostenitrice dell’obsolescenza del sistema carcerario in quanto mezzo di isolamento e marginalizzazione delle comunità di colore. Se torniamo alla scena che ho descritto sopra della rimozione –dunque della criminalizzazione– di un senzatetto per il fatto di essere indigente, senza dimora, senza possibilità di cure, di sostentamento, di sostegno sociale, allora capiamo che il sistema si preoccupa di gestire i sintomi e non la malattia, come sostiene Davis. Allora, secondo attiviste e attivisti dei movimenti abolizionisti, capaci di indicare la continuità storica e politica tra l’esperienza della schiavitù e le ingiustizie sociali del presente, non serve continuare a riformare il sistema carcerario per gestire la criminalizzazione, ma reindirizzarne le risorse per garantire pratiche educative più inclusive ed efficienti, un accesso alla sanità non basato su logiche discriminatorie, il miglioramento delle strutture sociali e abitative, ecc.

Forse, è proprio questa proposta radicale ma non impossibile, che destabilizza le gerarchie e i monopoli di potere, a spaventare non solo il governo Trump ma tutti i governi occidentali, i quali peraltro non hanno rilasciato una sola dichiarazione convincente contro la violenza di stato esercitata in questi giorni negli USA.

Ritorno, infine, sull’esercizio della supremazia bianca, ovvero l’insieme di strutture amministrative, dinamiche di potere, pratiche, mentalità, gesti, narrazioni, domande o commenti impropri esercitati sulle persone di colore. La supremazia bianca non è solo un’ideologia politica ma un sistema in cui noi occidentali siamo cresciuti, premessa del colonialismo ma anche, ad esempio, dell’organizzazione delle infrastrutture e di un sistema legislativo che ostacola il riconoscimento delle lavoratrici e dei lavoratori di colore. Anche se ci definiamo non razzisti “perché so che non c’è differenza tra nero e bianco, alla fine siamo tutti uguali”, noi bianchi non ci ritroviamo a dover giustificare la nostra legittimità sulla base del colore della pelle. Noi bianchi non veniamo criminalizzati a prescindere perché bianchi. Il libro Fragilità Bianca della studiosa americana Robin DiAngelo, pubblicato nel 2018 negli Stati Uniti e atteso in traduzione italiana per Chiarelettere nel 2021, spiega molto chiaramente perché spesso nei discorsi che riguardano razza, etnia, potere ed esclusione/accesso sociale nel contesto nordamericano, i bianchi tendano a mettersi sulla difensiva o minimizzare la questione delle diseguaglianze su base razziale. Fragilità, in questo discorso, non è sinonimo di vulnerabilità. La vulnerabilità della vita, come ricorda la filosofa Judith Butler, riguarda ogni essere vivente, ma i diversi sistemi di oppressione e divisione sociale rendono alcune vite più vulnerabili e alcune vite più degne di essere compiante. La fragilità dei bianchi di cui parla DiAngelo è quel disagio che sente chi non è in grado di sostenere conversazioni sulla gerarchizzazione delle vite e sulle ingiustizie sociali basate su razza ed etnia. Tale disagio è il frutto non tanto dell’incapacità di riconoscere il proprio privilegio ma il desiderio di continuare a coltivarlo e mantenerlo pur sapendo che esso nutre la diseguaglianza sociale e il razzismo. In questo modo, la propria postura difensiva non permette di riconoscere davvero i bisogni e le ragioni delle persone di colore che non godono di un privilegio innato dato dal colore della pelle, minando così la loro realizzazione e affermazione nella società. Comprendere, accettare ed elaborare questo senso di seccatura e chiusura permette di riconoscere i vari privilegi di cui una persona bianca gode in quanto tale e le strutture e i comportamenti che permettono la reiterazione di tali privilegi, continuando così ad escludere chi non ne può avere. DiAngelo sposta la questione del razzismo dal dualismo morale ‘bene vs. male’ alle esperienze di riconoscimento di privilegio su base razziale nelle strutture che abitiamo, attraversiamo e creiamo nel nostro quotidiano.

Le proteste Black Lives Matter onorano e chiedono giustizia per le black lives spezzate da brutali atti di violenza di stato sostenuti da un sistema quotidiano di perpetuazione di piccoli e grandi privilegi della popolazione bianca. Trasformare il proprio privilegio, derivato semplicemente dall’avere la pelle bianca, e metterlo al servizio dello smantellamento delle strutture oppressive che limitano la vivibilità delle persone di colore significa essere anti-razzisti. In questo la lotta di BLM diviene un progetto e una necessità transnazionale, perché finché non c’è giustizia, non ci può essere pace.

17 risposte a “Black Lives Matter e la solidarietà transnazionale”

  1. gilberto borghi ha detto:

    Mi sono bastate 5 minuti di ricerca sul web per trovare altrettanti dati che smentiscono la sua tesi che un problema di strutture oppressive non esista, ma che tutto sia derivato solo da un cuore peccatore dei singioli criminali. (https://www.infodata.ilsole24ore.com/2020/06/06/numeri-della-violenza-della-polizia-usa-cambiata-la-geografia-degli-omicidi/)
    Il problema esiste ed è rilevabile statisticamnete oltre che nella percezione dei media e della popolazione america: i neri hanno un rischio di essere uccisi dalle forze dell’ordine che è tre volte superiore a quello dei bianchi.
    Le ripeto, quando questo indice sarà riequilibrato potrò prendere in consideraizone il suo ragionamento.

    • Mauro Blasutto ha detto:

      Consideri che i neri commettono il 52% degli omicidi e l’indice si riequilibra. Il maggior rischio per un nero di essere ammazzato viene da un altro nero. Più che col razzismo forse la società americana ha un problema con la violenza.
      Io penso che il razzismo in USA ci sia. Tuttavia penso che il modo più sbagliato di combatterlo sia quello dei BLM e dell’A, a sua volta un razzismo: come chiamare un pensiero che ritiene che la struttura della società dipenda solo dal colore della pelle (“Trasformare il proprio privilegio, derivato semplicemente dall’avere la pelle bianca”)?
      Né considero alternativi il cambiamento personale e quello sociale: ma il primo è condizione del secondo. Nell’articolo del primo non ho trovato traccia. Risulta chiaro come un bianco è solo un privilegiato ed un nero un oppresso. L’A. rimarrà sempre una privilegiata, per quanto cerchi di essere “allied” con i BLM e credo che per quest’ultimi non basti affatto.

  2. Mauro Blasutto ha detto:

    L’ideologia alla base dell’articolo è confermata da quello che secondo l’A. è il nodo principale: non il dualismo bene-male, ma l’esistenza di strutture di privilegio razziale. Il primo rimanda ad una linea che passa per il cuore di ogni uomo, che chiama in causa la responsabilità personale e la conversione. In tutto ciò l’ideologia non ha spazio.
    Una domanda per l’A. Lei, bianca e privilegiata in quanto docente universitaria, è disponibile a prendere sul serio ciò che ha scritto, ad abbandonare il proprio “white privilege” per far spazio a esponenti di minoranze razziali? La risposta penso sia scontata. I BLM non si accontentano di una generica solidarietà, per loro l’A. rimarrà sempre una persona che ha raggiunto quella posizione non per i talenti o le capacità, ma solo perché bianca.
    [2/fine]

    • gilberto borghi ha detto:

      Attenzione a fare domande di questo genere. Primo, lei non sa nulla della vita dell’autrice e presume cose senza averne cognizione. Secondo, la stessa domanda potrebbe essere rivolta a sè stesso. E allora anche io sarei autorizzato a dire che la risposta sarebbe scontata?

      • Mauro Blasutto ha detto:

        Guardi, le rispondo prendendo spunto dalle seguenti:
        “Trasformare il proprio privilegio, derivato semplicemente dall’avere la pelle bianca, e metterlo al servizio dello smantellamento delle strutture oppressive, ecc.”

        L.’A. è una “privilegiata”? Sì. Deriva dall’avere la pelle bianca? Per me no, dipende dalle sue capacità, fortuna o altro. Per gli “antirazzisti” invece la risposta è: se sei dove sei, è solo perché sei bianco. Il mio era un appello alla coerenza. Cosa si è disposti a fare per liberarsi davvero del proprio “white privilege”? Ribaltare la domanda su di me non ha senso: per il sottoscritto contano i frutti, non l’appartenenza ad una razza, classe, ecc. Per questo parlavo di ideologia che prende il sopravvento sulla distinzione bene/male. Questa chiama in causa la conversione personale come condizione per il cambiamento delle strutture malvagie, quella solo la lotta politica. M.L. King quali delle due strade avrebbe percorso oggi?

    • gilberto borghi ha detto:

      Mi scusi, ma chi le dice che l’autrice non sta trasformando il proprio privilegio, derivato semplicemente dall’avere la pelle bianca, e non lo sta mettendo al servizio dello smantellamento delle strutture oppressive?? Nulla nel testo del post la autorizza a dare questo giudizio. Il problema è che lei ritiene incompatibile la conversione del cuore con lo smantellamento delle strutture oppressive. Ma questo è un suo pregiudizio. Proprio M.L.King le dovrebbe ricordare che, invece, è assolutamente possibile farlo!

  3. Mauro Blasutto ha detto:

    Dice bene D. Busolini: articolo di radicalismo ideologico; nel senso, preciso io, di ideologia fino alle radici, e come si sa, per l’ideologia i fatti non contano. Che l’agente Chauvin sia “solo” un violento con già 18 (!) precedenti, che i 2 poliziotti che erano con lui siano asiatici, che il capo della polizia di Minneapolis sia nero, che la violenza che i neri subiscono venga in primis da altri neri, che smantellare la polizia significhi esporre i neri deboli alla violenza da parte dei prepotenti, tutto ciò (ossia la complessità del reale) NON conta per gli ideologi e per l’A. Conta solo ciò che può essere fatto rientrare nello schema bianco oppressore-nero oppresso.
    [1/continua]

    • gilberto borghi ha detto:

      Interessante modo di argomentare, Sig. Mauro.
      L’ideologia per lei è chi non tiene conto dei fatti. Mi chiedo come mai allora anche lei non tenga conto di alcuni altri fatti, che non menziona, che invece sono quelli da cui parte l’articolo? Se è ideologico chiunque non tenga conto di “tutti” i fatti rilevanti per un evento, tutti siamo ideologici, persino Gesù cristo.
      Tra aver preso una posizione, davanti ad un dato di violenza, e essere ideologici c’è molta differenza.
      Lei ipotizza che non si tratti di eventi riconducibili all’odio razziale, ma alla lotta tra bene e male. Ma perchè combattere l’odio razziale sarebbe estraneo alla lotta tra il bene e il male? O forse lei nega che in america non esista un problema razziale?
      Quando avremo altrettanti eventi dello stesso genere, in cui a morire saranno dei bianchi, prenderò in considerazione il suo ragionamento. Grazie

      • Mauro Blasutto ha detto:

        La accontento subito. Anno 2015( non ho trovato dati più recenti): neri uccisi da bianchi: 229; bianchi uccisi da neri: 500. Razzismo antibianco? Le ipotesi le formuliamo per cercare di spiegare dei fatti; tanto più queste riescono a dare un quadro coerente degli eventi, tanto più si avvicinano alla verità. Tanti più fatti non riescono ad essere spiegati da quest’ipotesi, tanto più si entra nell’ideologia. Lei ha abbastanza anni sulle spalle da ricordarsi come tanti marxisti spiegassero tutto con il concetto di classe. Ad esso sostituisca razza ed avrà i BLM.
        I fatti riportati dall’A è in realtà uno solo: la violenza della polizia (poliziotti bianchi, neri, asiatici) contro i manifestanti (bianchi, neri, asiatici). O devo prendere sul serio che la causa della maggior disoccupazione e incarcerazione tra i neri sia di suprematismo bianco? Lo stesso accade in Italia tra nord e sud. Dovrei credere che la l’Italia sia fondata sulla sistematica oppressione dei meridionali?

  4. Dario Busolini ha detto:

    L’analisi è molto interessante ma anche molto ideologica nel suo radicalismo, come del resto quello espresso da parte del movimento. Una cosa è pretendere l’abolizione della polizia e delle carceri, altra la loro smilitarizzazione, come chiede il cartello della manifestante nella foto. Non ho simpatia per il Presidente degli Stati Uniti ma non credo sia stato eletto solo dai sovranisti bianchi: se lo stesso popolo che prima ha scelto l’afroamericano Obama poi ha votato il suo opposto Trump è perché, evidentemente, la linea politica del primo non è bastata a rassicurare tanti operai, agricoltori e gente della middle-class che si sentono impoveriti anziché privilegiati, neri e poliziotti compresi. Solo un impegno civile, non violento e pragmatico potrà spezzare il circolo vizioso per cui un nero è per forza di cose più sospetto di un bianco e viene trattato di conseguenza.

    • gilberto borghi ha detto:

      Dario, purtroppo la costruzione del consenso oggi viaggia in forme molto diverse da quelle che tutti asupicheremmo e che lei descrive. Trump ha vinto grazie a tutto il lavoro sporco degli hacker russi al soldo di Putin e delle mafie sovraniste internazionali, così come è successo per Bolsonaro, per Salvini, per Erdogan, per la brexit di Johnson. La deomcrazia in cui le perosne scelgono in base agli effetti reali del governo precedente è tramomntata e forse non c’è mai stata sul serio.

      • Dario Busolini ha detto:

        Di solito non intervengo sugli interventi per non appesantire i commenti e andare quasi sempre fuori tema. Però vorrei precisare che non ho mai detto che la gente vota o dovrebbe votare in base agli “effetti reali” di un dato governo (magari fosse così!). Al contrario parlavo di una sensazione di impoverimento, ovvero da impressioni prodotte il più delle volte “dalla pancia”, come la definiscono i politologi, dell’elettorato. Pancia, tuttavia, con la quale bisogna pur fare i conti e non liquidarla in modo tanto spiccio: se andassi a dire ai concittadini della mia regione natale che hanno votato in gran numero Salvini alle ultime elezioni perché manovrati dagli hacker di Putin e dalle mafie sovraniste internazionali e non perché, giusto o sbagliato che sia, vogliono meno tasse, meno immigrati, meno burocrazia e più tutele per le piccole imprese credo che otterrei il solo risultato di persuaderli a votare allo stresso modo per altri 20 anni almeno…

  5. Maria Melpignano ha detto:

    Non so se mai riusciremo a realizzare una societa’ in cui tutti possano avere le stesse oppoutunita’ di accesso alle risorse, alle cure, allo studio, essere riconosciuti titolari di diritti di cittadinanza e non solo di doveri, ai quali penso nessuno voglia sottrarsi.
    L’atteggiamento discriminatorio verso i più deboli, molto diffuso anche tra le fasce di popolazione piu’ povere, spesso inconsapevoli della loro stessa condizione di fragilita’, richiede una forte affermazione sul piano istituzionale e valoriale dei diritti umani, un serio ripernsamento del sistema di sviluppo, una piu’ equa ridistribuzione delle risorse e di accesso all’istruzione, alle cure socio -sanitarie ed educative.

  6. Sergio Di Benedetto ha detto:

    Spiace molto, caro Gian Piero, che non riesca a ragionare con categorie diverse da quelle ‘politiche’ e che non riesca a uscire da una logica di ‘minaccia’, quasi fosse l’ultimo giapponese a combattere sull’isola. E spiace pure che lei proceda sempre ad excludendum: se leggessi il suo commento senza aver letto l’articolo parebbe che l’autrice si sia spesa in un elogio dell’aborto, cosa che ovviamente non c’è. Non se ne parla proprio. Ma il suo modo di ragionare, per cui c’è sempre qualcosa d’altro di cui parlare, e una cosa esclude l’altra, porta sempre a non parlare nel merito. Tira in ballo l’aborto: ma cosa c’entra? E perchè non la malaria che fa più morti del covid? Forse per lei la vita va difesa dal concepimento al parto, poi basta? Se poi è afro, ancora meno gliene cale? Suvvia, si sforzi ad argomentare un po’ meglio, stando nel tema. Può darsi che ne nasca un dialogo.

  7. Gian Piero Del Bono ha detto:

    Per favore non riesco a respirare.
    Chissa’ se un feto umano nel mentre lo fanno fuori con l’ aborto potesse far sentire la sua vocina dire questa frase , se le persone si commuoverebbero come si sono commosse per Georg Floyd
    No , si dice perche’ Il feto non e’ un essere umano e quindi lo si puo’ far fuori e tanto non soffre e comunque non parla e non rivendica e non ha voce in capitolo e non vota.
    Ma se George Floyd fosse stato fatto fuori quando nel grembo di sua madre era un feto , cio’ non avrebbe forse contato ? Un nero in meno ? Conta solo se lo fa fuori da adulto un poliziotto? E i cattolici di sinistra che si schierano con Black Lives Matter si schiererebbero con tanta passione ( contro l’ establisment) per un movimento che si chiamasse Feti umani black or White , affetti da sindrome di Down o no, lives matter?

    • gilberto borghi ha detto:

      Certo che mi ci shiererei con la stessa passione. Il problema è di chi, da una parte o dall’altra non sarebbe disposto ad avere la medesima passione per entrambe.

  8. Francesca Vittoria Vicentini ha detto:

    Se un Paese ha eletto democraticamente un Presidente di colore, vuol dire che sa come trovare la forza in quei ideali che lo tiene unito;la sola via da percorrere, e evitare guerre intestine,queste si facili ad accendersi e distruttive. Vi sono problemi che anche il nostro Paese combatte da anni e umilia tutti quei suoi cittadini che lo onorano nord a sud. Allora trovo che molto importante è stato il parere espresso dalle popolazioni di diverse nazioni, espressione di una coscienza che ci affratella in umanità a riconoscersi uomini tutti uguali, Questo dà speranza e certamente influirà a cambiare tutto quanto nuoce a quel grande Paese che ha saputo dar prova nel passato di credere in quei valori che lo hanno fatto una grande democrazia. nonostante le difficoltà. a mantenerla stabile.

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