In questo articolo Maria Teresa Pontara Pederiva scrive: «Fedeltà al latino e inculturazione: le polemiche sulla Nuova Traduzione del Messale inglese, che entrerà in vigore in Avvento, ripropongono la domanda sui volti della liturgia». E tu che ne pensi?
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Un esempio lampante del gravissimo problema dei linguaggi ecclesiali. La latinizzazione di quello liturgico non sfugge al “trend” che sembra avere maggior credito oggi nella Chiesa: ritrovare identità forte e quindi potere centralizzato. Ma a guardarlo meglio questo principio di fondo dimostra tutta la sua fragilità: dobbiamo ritrovare una identità così perchè si è persa. E ciò (secondo l’opinione di molti) perchè la Chiesa si è troppo adeguata ad un mondo che ha perso i propri riferimenti etici e filosofici. E siccome va verso un baratro, allora la Chiesa deve ritornare indietro. A nessuno viene in mente che la storia, per quanto possa apparire il contrario, non può mai uscire dalla mani di Dio? E che quindi se la Chiesa, in questa storia, ha perso una identità forte, forse questo è anche un segno dei tempi, cioè un segno che ci parla di ciò che Dio oggi ci chiede?
Latinizziamoci pure. L’effetto sarà quello di allontanare ancora di più dalla Chiesa persone che vorrebbero invece crederci e di rischiare di configurarci sempre più come una “setta” per iniziati, ove il sapore della liturgia assomiglia terribilmente a quello della magia.
Fra dieci anni pagheremo care queste scelte…
Non capisco il senso di tutte queste contestazioni. Può essere che sia stato un errore non coivolgere le diocesi interessate e i suoi pastori, ma era poi così strettamente necessario?
Qual’è l’obiettivo di questa riforma? Se gli obiettivi sono quelli descritti dalla Sig.ra Pontara Pederiva, dovremmo pensare che la Chiesa è retta da latinisti fanatici o stupidi che non si rendono conto di quello che fanno. Credo che l’obiettivo vero sia migliorare la traduzione vigente, purificandola da termini di uso comune (di facile comprensione, ma forse poco adatti alla celebrazione di un rito), rendendola più coerente con il Magistero della Chiesa.
I fedeli, specialmente i giovani di ritorno dalla GMG e gli adulti o anziani con bassa scolarità, apprezzeranno sicuramente un rito che li aiuta a entrare in comunione con la Chiesa (la Chiesa Universale, non la propria diocesi locale) e, soprattutto, in relazione con Dio.
Semplificare il linguaggio appaga la pigrizia delle persone, ma non il loro bisogno di sacro e di Verità. Tutti i riti e le liturgie sono infarciti di espressioni desuete, che traggono vitalità proprio dall’uso “esclusivo” in quei contesti.
Niente catastrofismi, previsioni funeste o proteste “luterane” contro Roma. Affidiamoci al buon senso e al giudizio di chi ha preso, a ragion veduta, queste decisioni.
Le minestre molto speziate possono non incontrare il gusto di tutti, ma sono senz’altro meglio di quelle annacquate!
D’accordo con Federico Benedetti.
Nel metodo: è ben giusto che Roma prenda decisioni centrali quando in periferia si respira aria di disobbedienza. Il Magistero è uno, e la chiesa è una cum Petro et sub Petro.
Nel merito: ma è mai possible che da 50 anni si sia rinunciato ad educare? Qual’è la difficoltà, in un messale il cui ordinario si ripete identico ogni domenica ed ogni giorno, ad introdurre qualche termine che, seppur desueto nell’uso comune, è teologicamente – se non addirittura semanticamente – più preciso? Riteniamo impossibile insegnare ad un ragazzo cosa significhi chalice? O spiegare al catechismo perché persino un bambino può recitare il mea culpa? Ciò che non comprendo oggi lo comprenderò domani. Ma ciò che viene eliminato, semplificato, ridotto o taciuto oggi per adeguarsi alla mia ignoranza, non mi sarà mai data occasione di comprenderlo.
P.S.
Gentile signor Borghi, dubito pagheremo tra 10 anni queste scelte di oggi: mi pare invece storicamente evidente che stiamo pagando oggi, con le crisi di vocazioni ed il continuo allontanamento di giovani dalla Chiesa, le scelte di 20-30 anni fa.
Infine, all’autore dell’articolo ed a tutti i lettori, consiglio vivamente di leggere personalmente la citata costituzione sulla liturgia Sacrosantum Concilium, per leggere quale posto davvero il Concilio Vaticano II intendeva, nei suoi documenti, riservare al latino ed al canto gregoriano nella liturgia:
“L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.
[...] si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti [..]” (SC 36,1-2)
“Nelle messe celebrate con partecipazione di popolo si possa concedere una congrua parte alla lingua nazionale, specialmente nelle letture e nella « orazione comune » [...]. Si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della messa che spettano ad essi [...]” (SC 54)
“La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica [...]” (SC 112)
Prescindiamo pure dal fatto che quelli che l’articolista loda come esempi di creatività inculturata, sono invece modelli consunti di liturgia in forma di happening.
Prescindiamo pure dalla preferenza per espressioni banalizzanti nella liturgia.
Ma come si può passare sotto silenzio l’enormità del rifiuto della comune ammissione di colpa?
E quel “primato del vescovo di Roma acquisito più dalla storia che dal Vangelo” che cos’è? Professione di fede cattolica?
Per Borghi.
In genere apprezzo quello che lei scrive. Ma stavolta sbaglia proprio.
L’ingresso del “pensiero non cattolico” nella Chiesa, non è frase mia, ma di Paolo VI.
E questo non è un segno che Dio ci chiede di approvare, ma di rifiutare.
Parlare di inculturazione mi sembra assolutamente fuori luogo.
Come anche l’immagine di una gerarchia conservatrice che vuole imporre un inglese latineggiante ai poveri fedeli anglosassoni.
Non sarà che si vuole criticare sempre e comunque quello che viene dal Vaticano?
Ci vorrebbe un’pò di onestà intellettuale per avere meno profeti e più discepoli.
La competenza linguistica e teologica crea l’immaggine di cristiano perfetto e colto, allontana il peccatore, l’umile e l’ignorante che esiste tra i cattolici, poi è inutile domandarsi perchè le funzioni sono vuote.La chiesa dovrebbe saziare gli affamati no riempire i sazi.
Non occorrono citazioni dal Magistero per verificarne la veridicità e anche quel primato del vescovo di Roma acquisito più dalla storia che dal Vangelo.
Eufemisticamente: un’affermazione decisamente poco cattolica. Sostanzialmente: sfiora l’anticattolicità.
“dal Vangelo” e “dalla Storia” non sono antitetici: basta avere uno sguardo cattolico sulla storia (ovvero sulla interpretazione dei fatti). Le fonti storiche ci dicono con una certa ragionevolezza quali sono i fatti, ma l’interpretazione sul piano del significato di questi fatti, non ce la può dare le fonti, ma il nostro sguardo, il nostro “occhio”. La nostra non è forse una fede incarnata appunto nella Storia? Non è forse un Dio “storico” (e non astorico come cita Ratzinger) quello a guidare Israele? A incarnarsi in Gesù Cristo? Il Vangelo non è forse Parola Viva che si incarna giorno-per-giorno e quindi “nella Storia”? Se anche il ministero petrino ha preso forma sempre più “nella storia”, questo non vuol dire che non sia “dal Vangelo”. Piochè l’uno non esclude l’altro. I Vangeli stessi non sono calati dal cielo un attimo dopo che Cristo è Asceso, ma hanno preso corpo nel giro di qualche decennio. Allora come la mettiamo? Non erano forse cristiani quelli che non avevano ancora il Nuovo Testamento come lo conosciamo noi oggi? Quei libri, per poter essere riconosciuti come ispirati (dalla Chiesa!), ci è voluto ancora altro tempo, tanti anni. Invece di vedere sempre e solo “La storia della Chiesa” dovremmo imparare a vedere “La Chiesa nella Storia”. Questo si, è un modo cattolico di vedere le cose. Ma se lei non ha fede in questo farebbe meglio a fare un profondo esame sulla sua fede.
Conosco bene la SC e non credo che lo spirito che anima quella costituzione conciliare fosse quello di mantenere la liturgia com’era negli anni ’50… citiamo anche la seconda parte del n. 36, e pure il 37 e il 38… Forse se ne avrebbe una visione più completa.
Io con i giovani ci lavoro, e di sicuro il mantenimento del latino nella liturgia non rende “interessante” la proposta cristiana della Chiesa. Il problema dei linguaggi per loro é fondamentale e quindi lo è per la Chiesa del futuro. D’altra parte la liturgia come l’abbiamo ora è la cristallizzazione della parola ordinaria, della vita normale, portata dentro alla preghiera della comunità. Non c’è nessun desiderio di rendere “altro” quel linguaggio, se non nel dare spazio alla Parola di Dio che incontra la parola normale e quotidiana dell’uomo.
Putroppo stiamo già pagando scelte come queste, nella crescente percezione ecclesiale della incapacità a essere socialmente “visibile” in termini evangelici e nel rischio già presnete di una deriva “settaria” dei vari gruppi dentro la Chiesa.
Anche Pietro pensava che quando Gesù annunciava la sua morte non potesse dire una cosa vera, e Gesù stesso gli ribalta la lettura del segno del tempo… Non è scontato che il passaggio dalla Chiesa al regno di Dio avvenga senza una “kenosi” della stessa Chiesa. San Francesco ci mette del bello e del buono per far capire che lui rappresenta il segno di Dio per quel tempo, anche contro le apparenze ecclesiali sue contemporanee…
Sig. Borghi, appunto citavo anche altri stralci della SC, specie del 36: l’intenzione, evidentemente, non era né di mantenere una liturgia identica a quella tridentina, né d’altro canto di abbandonare del tutto il latino o tantomeno il gregoriano (così è scritto) come, nella pratica, si è fatto. Credo che, cinquanta anni dopo, si debba imparare ad attenersi alla lettera, e non ad un vago ‘spirito del concilio’ in cui ognuno può vedere quel che vuole.
Vero è che molti giovani sono atterriti dal latino e da un certo linguaggio. Forse anche perché non vi sono stati educati.
Vero è che, nonstante le riforme postconciliari, non vi è stato il tanto atteso riavvicinamento alla fede ed anzi la società si sia inesorabilmente secolarizzata, più di quanto non fosse negli anni ’50 e ’60.
Vero è che molti giovani sono invece attratti da una liturgia e da uno ‘stile’ meno creativo e più rispettoso della tradizione, dove il latino ed il gregoriano ritrovano spazio, nelle forme proposte da Benedetto XVI. Mi pare che lo straordinario successo della GMG ne sia stato un esempio.
Conosco giovani di cultura diversa, attitudini diverse, attratti chi da una chi dall’altra forma, e anche in questo trovo che il Santo Padre abbia avuto più di una grande intuizione.
Frequento più spesso messe in forma extraordinaria che novus ordo, ed è falso che siano popolate da vecchi nostalgici reazionari.
Credo che il mondo di oggi – che non è né appiattito verso il basso come lo vorrebbe una certa retorica di sapore sessantottino, né è più l’antica societas christiana dove certe forme erano scontate ed indiscutibili – sia straordinariamente composito ed abbia per sua natura bisogno di entrambe le forme e di entrambi gli approcci.
Gestiti, entrambi, nei limiti del buon senso, senza eccessi al limite dell’eresia o dell’apostasia come è accaduto negli anni ’70 e ’80 o come ancora oggi vorrebbero certe ‘comunità cristiane di base’, e senza pretendere di restaurare una ideale ed inesistente età dell’oro.
Giacché la Chiesa, come ricorda fab, cammina nella Storia, di cui Gesù Cristo è il centro.
Per Borghi.
Il problema non è il latino in sè, ma la fedeltà o quantomeno la lealtà dei confronti della propria tradizione.
Quanto al linguaggio giovanile… A me pare che in realtà sia un problema del linguaggio adulto, che spesso si autocensura gratuitamente. Il rifiuto del “mea culpa” (n.b. non nel Credo, come scrive erroneamente la articolista, ma nell’atto penitenziale) non è nato nei bambini americani, ma nei loro genitori (che forse sono così imbevuti di psicologismo, da dimenticare il catechismo).
Il linguaggio di vicinanza può essere fondamentale in una fase della catechesi, non necessariamente nella liturgia: la liturgia deve preservare la giusta distanza, come diceva il liturgista Chauvet. Entrare in Chiesa comporta un certo modo di morire al mondo, che necessariamente richiede un linguaggio altro, non immediatamente sovrapponibile a quello secolare (ammesso e non concesso che la liturgia sia solo parola o Parola). Anzi, spesso, quando si cerca di innovare il linguaggio liturgico, in realtà non si producono testi vicini all’uomo giovane o vecchio di tutti i giorni. Tutt’altro.
Mi lascia poi molto perplesso l’uso del termine kenosi. Kenosi non è l’ultima parola neppure nell’inno della lettera ai Filippesi, perchè dovrebbe essere la cifra della Chiesa del terzo millennio?
O, almeno, andrebbe accuratamente distinta dall’ideologia dell’irrilevanza, come anche dalle eresie e dalle apostasie intraecclesiali…
p.s.
Un articolo come il presente che plaude o invita alla disobbedienza è o non è “settario” dei vari gruppi dentro la Chiesa?
pp.ss.
Nessuno di noi è S. Francesco, tanto meno lo sono le varie versione di “noi siamo chiesa”.
Amici,
Guardiamo la realtà. Dobbiamo ancora iniziare ad applicare veramente il Concilio Vaticano II. La liturgia ne è un esempio. Il famigerato “spirito del concilio” usato quasi sempre come arma non è altro che una espressione abusata per decenni, in nome del “do al Concilio il significato che voglio io” e così si sono ignote le evidenze più nette di ciò che c’è scritto nei documenti conciliari (la questione del latino/gregoriano è appunto un esempio).
Guardiamo la realtà. Abbiamo fatto di testa nostra (vescovi compresi!) per 50 anni, invece di applicare il Concilio. Siamo molto lontani dal realizzarlo. Fa ridere, per questo, chi parla di Concilio Vaticano III (ma dove stra scritto che dovrà essere per forza in Vaticano? Sogno piuttosto un prossimo concilio in qualche paese dell’Est, per una perfetta comunione con i fratelli ortodossi – ma non credo vivrò abbastanza per vederlo realizzare).
Guardiamo la realtà. Bisognerebbe mettersi davvero a (ri)studiare questi documenti, uno ad uno, senza i molti preconcetti ideologici che purtroppo hanno caratterizzato quegli anni 60-70. Abbiamo perso molto, troppo tempo. Studiarli e pregarli “in ginocchio”, E scoprire così che lo “Spirito del concilio” non è altro che il sempre uguale e medesimo Spirito Santo, e magari invocarlo e pregarlo che ci illumini su come (ri)leggere quei testi che Lui stesso ha ispirato. Perché senza si Lui non possiamo comprenderli.
Guardiamo la realtà. Invece di temere una “deriva settaria”, perché non ci si chiede piuttosto del perché ci sono queste nuove tendenze? Da che cosa sono state causate? Vengono da un secolarismo fuori della Chiesa? O non piuttosto da un secolarismo DENTRO la Chiesa? Che frutti ha portato quella generazione ecclesiale del 60-70? Non abbiamo forse sotto gli occhi di tutti il fallimento di certe impostazioni?
(Parla uno che negli anni ’70 era appena nato e quindi appartengo a “un’altra generazione”)
SC 37. La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie razze e dei vari popoli. Tutto ciò poi che nel costume dei popoli non è indissolubilmente legato a superstizioni o ad errori, essa lo considera con benevolenza e, se possibile, lo conserva inalterato, e a volte lo ammette perfino nella liturgia, purché possa armonizzarsi con il vero e autentico spirito liturgico.
(Checché ne dica Chauvet la Liturgia si sostanzia della vita concreta delle persone, della realtà effettiva)
SC 39. Entro i limiti stabiliti, nelle edizioni tipiche dei libri liturgici, spetterà alla competente autorità ecclesiastica territoriale, di cui all’art. 22 – 2, determinare gli adattamenti, specialmente riguardo all’amministrazione dei sacramenti, ai sacramentali, alle processioni, alla lingua liturgica, alla musica sacra e alle arti, sempre però secondo le norme fondamentali contenute nella presente costituzione.
(Non mi sembra che le autorità ecclesiasitiche territoriali nel caso illustrato dal post siano state tenute nella debita considerazione.)
Kenosi. Ovviamente non è l’ultima parola. Ma significa: rinuciare alla propria condizione di uguaglianza con Dio per diventare uguale all’uomo che ho davanti. E se la Chiesa è corpo dio Cristo difficilmente potrà evitare una propria Kenosi.
Appunto, guardiamo la realtà. Ognuno è libero di dare la risposta che vuole al perchè c’è la secolarizzaizone nella Chiesa. La realtà è che se voglio parlare di Gesù oggi devo usare linguaggi che oggi sono comprensibili.
C’è la secolarizzazione nel mondo, ma non per questo ci deve essere nella Chiesa: altrimenti, non sarebbe Chiesa, ma mondo.
Quanto al linguaggio, altro è quello di missione o di catechesi, altro quello liturgico.
Esempio.
La parola “calice” da ad intendere una particolare solennità e ritualità che, ad esempio, “bicchiere” non ha (con un paragone operistico: c’è il brindisi della Traviata o del Macbeth e c’è la bevuta della Cavalleria rusticana).
L’Ultima Cena fu un pasto rituale (a seconda delle ipotesi, un banchetto pasquale o un banchetto di rendimento di grazie), non certo un pasto comune.
Dunque, i termini che si usano devono essere adeguati.
Calice lo è, bicchiere no.
Perché mai, poi, il modo particolare e inderivabile di “stare di fronte a Dio” che è la Liturgia, dovrebbe essere meno “effettivo” della vita concreta? Il Sacramento agisce o non agisce, è o non è?
Kenosis (in italiano ‘esinazione’): l’annullamento totale della propria volontà per conformarsi integralmente alla volontà di Dio. La kenosis perfetta è quella di Cristo sulla Croce, modello di quella dei Santi Martiri.
Non capisco davvero dove il sig. Borghi abbia preso la sua definizione, tanto antropocentrica quanto poco cattolica (suona quasi teologia della liberazione…).
Oltre a qualsiasi buon manuale di teologia fondamentale, per approfondire il concetto si può leggere ad esempio Han Urs von Balthasar (peraltro, non propriamente un teologo reazionario).
Leggo, nella SC 39 citata, “sempre però secondo le norme fondamentali contenute nella presente costituzione”, ovvero, tra l’altro, quelle che ribadiscono necessità di mantenere il latino in diverse parti della Messa, e di mantenere il Gregoriano.
E’ indubbio che sia necessario e opportuno – oltreché stabilito dalla SC – coinvolgere le autorità locali in simili questioni, è altrettanto indubbio che a queste non può essere lasciata totale carta bianca, e soprattutto è altrettanto indubbio che il giudizio finale spetti a Roma, cui spetta tra l’altro il compito di vigilare sul corretto operato delle autorità locali.
Mi pare evidente che, in questo caso, Roma abbia ritenuto che le autorità locali non avessero fatto in passato un buon lavoro e non fossero intenzionate a correggersi (personalmente condivido).
Sono un po’ sorpreso che si sia bisogno di dirlo. La mia definizione di Kenosi viene dalla Bibbia Fil 2.
“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò (ekenosen) se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Se le sembra antropocentrica…
Se non erro,
l’inno di Filippesi continua e non certo con una lode cosmica alla secolarizzazione.
La realtà è che se voglio parlare di Gesù oggi devo usare linguaggi che oggi sono comprensibili.
proprio questo è il punto: la liturgia è forse un semplice “parlare di Gesù”? O non è forse qualcosa di più? “Parlare di Gesù” lo si può fare nei linguaggi “di oggi” in TV, in ufficio, al bar, sul giornale, per strada, in auto, in casa, anche in parrocchia in una catechesi e anche in una riflessione biblica o una lectio divina. Ma è proprio necessario farlo in una Sacra Funzione, che per propria natura rimanda a un mistero?
Abbiamo già fatto questo tentativo: ha portato chiese più piene? La gente si è appassionata di più alle funzioni sacre perché sono state “semplificate” con il “linguaggio di oggi”? Perché oggi, allora, osserviamo che laddove invece c’è la sacralità e la semplificazione dei riti sono banditi, c’è più partecipazione? Mi spiace ma il discroso dell’ “andare incontro” sempre e comunque non porta sempre buoni frutti, come i fatti ormai dimostrano.
Per il dott. Borghi,
sulla kenosis, allora, si tratta di interpretazioni: il ‘divenire simile agli uomini’ di Gesù Cristo non è il fine, è il mezzo e, come appunto dice Paolo, l’esinazione sta nell’essere ubbidiente a Dio fino alla morte.
Peraltro, come insegnano i Padri (penso ad esempio a Ireneo di Lione), lo scopo dell’Incarnazione del Logos – e lo scopo della Chiesa – non è avvicinarsi all’uomo rendendosi uguale a lui, ma proprio di ristabilire la Somiglianza – l’omoiusis – perduta, cui l’uomo è destinato sin dalla creazione.
Al di là delle sottigliezze teologiche, su cui probabilmente ci siamo solo fraintesi, credo che il punto sia un altro.
E’ verissimo che per parlare di Gesù oggi bisogna usare linguaggi che oggi siano comprensibili.
Ma questo si può e si deve fare al catechismo, nelle omelie, nelle lectiones divinae, diciamo anche nelle letture bibliche della Messa che è bene siano comprensibili e comprese.
Deve tuttavia rimanere, proprio nella Liturgia che è fonte e culmine della vita ecclesiale, una sorta di ‘iconostasi’ che lasci percepire il senso del divino – gli orientali la chiamano appunto Divina Liturgia.
Altrimenti Dio diverrà invisibile, lasciando spazio solo all’uomo, o, per rimanere a von Balthasar, appiattendo il duplice comandamento dell’amore, di Dio e dell’uomo, al solo amore dell’uomo.
Quante volte, parlando con il comune fedele che non abbia una preparazione specifica, ci rendiamo conto che la religione cattolica è percepita come un semplice sistema morale?
Per inciso, troppo raramente le omelie approcciano una spiegazione della Liturgia stessa. Basterebbe forse solo questo, educare alla Liturgia, senza pretendere che questa si spieghi da sé, per far sì che molti fedeli reimparino ad essere cattolici.
Intervengo per l’ultima volta, solo per dire che mi fa piacere vedere che spiegandoci ci troviamo daccordo.
Ovviamente la kenosi è nell’ordine dei mezzi e non dei fini, ma non ho mai pensato il contrario. E sono anche d’accordo con lei sul fatto che davvero sarebbe necessario tornare a spiegare il senso della liturgia. Io ho imparato che essa è nell’ordine dei mezzi per quel che riguarda la sua dimensione rituale e in quella dei fini per la sua componente misterica. Che è realizzata dalla proclamazione della parola e dalla celebrazione del pane consacrato e spezzato, come luoghi in cui “percepire” il divino. Se la percezione del divino è demandata a qualcosa dell’ordine dei mezzi, (lingua, incensi, canti, ornamenti, durata) io ci vedo il rischio di idolatria e di rendere la liturgia qualcosa che si avvicina di più alla magia che non alla fede.
Per conoscenza: http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201109/110908walsh.pdf
Il punto centrale il link è alla fine, quando si distingue la traduzione “parola per parola”, ma “pensiero per pensiero”.
Io direi che per la traduzione ci vorrebbe un approccio come lo fu quello dell’esegesi medievale, affiancando al “senso letterale” il (plurimo) “senso spirituale”.
Molto difficile. Ma possibile.
Intanto non dovrebbe scandalizzare l’eventualità di re-inculturare uno stile (e un vocabolario) latino in lingua vernacolare.
Questi sono processi biunivoci.
Vent’anni fa termini come password, internet, web, email facevano strano… Sono termini che hanno avuto successo indipendentemente dal fatto che l’evoluzione tecnologica e culturale non sia avvenuta mediante liberi referendum… Oggi fanno parte di noi e nessuno ragionevolmente pensa alla colonizzazione culturale e, se lo pensa, magari lo scrive chattando su facebook con gli “amici”.
E perchè dovrebbe essere retrogrado il processo inverso?
Ancora.
Trattasi di traduzioni liturgiche. Perchè dovrebbe essere così scandaloso l’uso di termini il meno feriali possibili. I rischi del linguaggio ieratico sono ampiamente descritti in tutti i testi teologici. Pochi parlano del rischio uguale e contrario: che una falsa inclusività generi esclusione, che una falsa vicinanza porti a considerare tutto a portata di mano.
Infine, torno all’idea dell’autore, per applicarla ad un caso concreto: la traduzione di una formula consacratoria.
No, non il “pro multis” (io non mi straccio affatto le vesti per i “tutti”)…
Ma il “pro vobis tradetur”: tradurre semplicemente con o “consegnare” o, peggio, “dare” avrebbe avuto l’effetto di banalizzare l’espressione.
Il “corpo-per-voi” ha mille sfumature che la pura lettera italiana appiattisce; per raggiungere lo stesso “obiettivo” che si poneva Cristo i traduttori hanno cercato di tradurne “il pensiero”, con una esplicitazione “spirituale” ineludibile.
Dunque si è tradotto e si proclama ancora: “offerto in sacrificio per voi”.
Giustamente. Senza questa esplicitazione sacrificale, la frase avrebbe avuto l’effetto di un “prendete quello che vi do/darò”: un cortocircuito linguistico-mentale di dubbia efficacia.
Certo, il termine “sacrificio” è per noi una pietra di inciampo, ma solo perchè troppo spesso dimentichiamo a che prezzo siamo stati salvati.
Faccia presente a Mr Walsh che le divisioni sono frutto del Diavolo, non delle scelte del “Vaticano”.
Maria Teresa,
“La ripetizione pedissequa dei testi sacri latini rappresenta uno stile magico alla Harry Potter” … “tradurre pensiero per pensiero” … frasi forse ad effetto, ma davvero ingenue.
Nel mio piccolo mi occupo piuttosto spesso di traduzioni – dal latino principalmente – e conosco un poco le difficoltà di questo genere di lavoro, specie su testi liturgici e sacri.
Lo stesso Paolo VI, nell’indirizzare dopo il Concilio i lavori della commissione per l’esecuzione della Costituzione sulla Sacra Liturgia, si preoccupava tanto e si spendeva in accorate raccomandazioni. Anche il cardinale Lercaro nel 1967 scriveva alla medesima commissione, cito: “Si deve preparare una traduzione nuova, accurata, degna. inoltre la traduzione deve essere letterale ed integrale. Si devono prendere i testi come sono, senza mutilazioni o semplificazioni di alcun genere”.
Di per sé non c’è nulla di male nel voler tradurre liberamente, preservando il senso del testo originale, allo scopo di produrre una traduzione eufonica e comprensibile.
Il problema consiste nello stabilire quale sia il senso. Non è affatto facile! Stabilire il senso, e tradurre questo piuttosto che la parola letterale, è un lavoro di interpretazione, ed è necessaria una certa arroganza per pretendere di saper identificare senza dubbio il senso corretto.
Spesso le traduzioni di questo tipo sono tragicamente affette dall’ambiente, dalle convinzioni personali del traduttore, dalla cultura dominante, e via dicendo.
Applicando questo metodo ai testi liturgici, poi, si rischia pesino di inciampare in modificazione di ordine teologico.
Faccio un esempio, particolarmente evidente e che mi sta particolasrmente a cuore, per capirci:
Appena prima della comunione, sia nel rito tridentino che nel novus ordo, si recita: “Domine, non sum dignus ut interes sub tectum meum, sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea”.
Nella traduzione italiana la stessa preghiera diventa: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di soltanto una parola ed io sarò salvato”.
La preghiera in latino dice invece, grosso modo: “Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa (sotto il mio tetto), ma di soltanto una parola e la mia anima sarà salva”, ed è ciò che dice il centurione nel Vangelo di Matteo (8,8): “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.”
Nel messale latino, in quel momento ci si riferisce all’Eucarestia, è Gesù Cristo, nella presenza reale del pane consacrato, che entra in noi. Un fatto tremendamente concreto! (Almeno, per i cattolici, che credono ancora – o dovrebbero – nella Presenza Reale e nella transustanziazione).
Nel messale italiano invece si dice genericamente che non siamo degni di partecipare ad una mensa, un banchetto, in cui magari Gesù Cristo ci darà qualcosa da mangiare… perdendo – almeno per molti – il senso più profondo e vero.
Confesso che, nelle Messe in forma ordinaria, nelle quali per il resto mi attengo scrupolosamente al nuovo rito, la mia sensibilità mi porta a recitare quella precisa preghiera in latino. Forse per non sentirmi troppo protestante…
Potrei fare numerosissimi altri esempi, più o meno sottili, ad esempio, in un’orazione domenicale: “Fac nos … et fidei nostrae veritatis conformes”, cioè “Rendici conformi alla verità della nostra fede”, diventa: “…perché la nostra vita sia coerente con il credo che professiamo”. Con buona pace delle critiche del Santo Padre al relativismo.
Oppure: “Fac nos accedere ad aeternam hereditatem”, cioè “fa che accediamo all’eredità eterna.”, diventa: “fa che tutti gli uomini promuovano il progresso nella libertà e nella pace”. Un bel cambio di prospettiva, dalla preghiera per la vita eterna a quella di una serena pace in terra…
Ma esiste una foltissima letteratura in merito.
In conclusione:
le lingue correnti cambiano, e le culture anche, la fede invece è sempre la stessa (dovrebbe esserlo), ed è bene che venga preservata nel modo più scrupoloso possibile nella Santa Liturgia, che non è una conferenza o una lezione: è l’anticipazione della Liturgia Celeste!
Lex orandi lex credendi: ciò che si prega (nella liturgia) è la fede che si professa, cerchiamo di preservarla.
E, come scrivevo, c’è sempre tempo e modo per spiegare la Liturgia ed educare ad essa, con le parole più semplici, più comuni, più adatte a tempi, luoghi e persone.
Condivido pienamente, però finita la generazione che ha studiato il latino, non credo che i giovani abbiano la preparazione culturale per affrontare la ricchezza e la complessità del latino liturgico. Sono certa però che lo Spirito Santo guiderà la nostra Madre Chiesa. anna robert
e invece penso che non sia cosi’. Il problema del latino, un tempo non era dovuto al fatto che “non lo conosceva nessuno”, ma piuttosto il fatto che “non c’era abbastanza istruzione”. Oggi i giovani ascoltano canzoni in ogni lingua, non solo inglese: basta accendere la radio. Eppure piacciono, vengono ascoltante e la cosa non scandalizza nessuno.
Il punto non è conoscere o no il latino, ma avere la sensibilità giusta e l’orientamente giusto e il grado di istruzione giusta. Oggi con internet siamo abituati in un clic ad accedere a pagina in ogni lingua. Anche io non conosco lo spagnolo ma se leggo un articolo su “el pais” posso capire l’80%. Insomma… i tempi sono cambiati e proprio per questo una “riscoperta” del latino anche in liturgia può essere meno problematica di quanto si crede. Basta abbattere i pregiudizi.
Come potranno accogliere questo linguaggio così diverso dal loro proprio?
Come l’hanno accolto qualche generazione fa, alla quale si rimarca di non essere stata così colta come quella di oggi che sa di computer, di lingue straniere e molto altro ; da quella generazione che partecipava alle messe in latino conoscendo soltanto il proprio dialetto, è comunque transitata la fede; era imperfetta? Farina di mugnaio come taluni hanno amato paragonarla per il fatto che non era intellettualmente ragionata? Ma io sono grata per gli esempi di cui ho memoria: sono grata perché anche mia madre ha colto e fatto suo tale insegnamento, sono grata a Dio che era nel loro operato e che a mia volta ho scelto di seguire e mi sembra a mia volta aver continuato nello stesso solco. Il linguaggio quando è uno strumento non solo per raggiungere il fedele ma anche per elevare in modo degno il nostro a Dio e noi non usiamo per questo soltanto la parola del rito ma questa conduce quella del cuore, che è altra che invoca aiuto, chiede perdono, ringrazia o piange perciò cosa importa se il percorso è in latino o altro, infatti se fossi in un paese straniero non capirei ciò che si recita ma conosco il rito e pregherei con le mie parole. In tal caso bene che la Messa contempli parti in latino perché è il linguaggio della Chiesa universale e diventa pertanto famigliare, infatti è accaduto che all’estero si sia intonato “Cristus vincit , Cristus regnat …ben seguito. Anche la parola “calice” non può essere sostituita da quella banale di bicchiere , glass, cup, o altro, che sa di bevuta e non di contenere quella offerta sacrificale della propria vita data quel Cristo che l’ha sacrificata per aprire a noi una via di salvezza , una possibilità di vita Domine, non sum dignus ut interes sub tectum meum, sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea”. Si oggi questo linguaggio non dovrebbe risultare difficile come nel passato, più facile ad apprendere e comprendere per quelle poche parti di liturgia , perché siamo abituati ad apprendere tanti linguaggi, in uso anche se molti volgari dei quali si ride, e quelli tecnici usati dai media !! e nei software, Perché dunque esiliare quelli più elevati? Francesca