Nella sua rubrica PRESO IN RETE Guido Mocellin rilancia dall’Eco di Bergamo il racconto di una malattia e di una morte vissute «dicendo cose enormi con la lievità di chi ha 14 anni»
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La nostra vita terrena ci permette di conoscere l’amore per Dio, spesso contrastato e combattuto da tante contraddizioni. Un lungo percorso che spesso è fatto d’insidie,e il confronto avviene spesso all’ultimo round della vita.
La morte, la sofferenza fa paura a tutti,non parliamo poi del dolore interno di quando vedi qualcuno che ami soffrire e la tua impotenza nell’aiutarlo,assisti con tormento all’evoluzione della malattia e una piccola notizia positiva banale per i medici diventa felicità per tutti ringraziando Dio e in quel giorno si festeggia, per poi sprofondare nell’angoscia il giorno dopo per una notizia negativa, e ci chiediamo Dio dov’è?.
A mio avviso i percorsi spirituali e gli incontri con il Signore e la felicità di accettare la propria sorte non possono essere enfatizzati come delle storie uniche vanno raccontate con semplicità perché ognuno sceglie il proprio modo per incontrarlo e noi terreni non siamo nessuno per poter giudicare qual’è migliore o quale merita di essere scritto.Gli ospedali sono pieni di queste persone come Giulia che in silenzio fanno vari percorsi per un unico incontro quello con Dio. Spesso mi accorgo che il mondo cattolico usa queste storie per avvicinare gli uomini ma bisognerebbe accogliere le persone.
Chi soffre ha bisogno di esempi e parole luminose. Giulia ha incontrato Chiara Luce.
Ringraziamo la Chiesa per averci proposto la Beata Chiara Luce come modello, ricordiamola con affetto e facciamola conoscere ai giovani e agli ammalati.