In questo articolo Maria Teresa Pontara Pederiva scrive: “Qual è il posto delle petizioni nella vita della Chiesa? Alcune riflessioni a partire dal caso della lettera indirizzata ai propri pastori e al Papa da un gruppo di laici australiani”. E tu che ne pensi?
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Condivido pienamente la maggior parte della lettera. E noi cattolici italiani cosa facciamo?
parto dalla fine del tuo post… è la cosa che sento in assoluta sintonia con la mia esperienza e la mia percezione del “problema”: ripartire dal “popolo di Dio”… concetto per lo più sconosciuto a molti credenti.
E parto da qui per condividervi che a me, più della “democrazia”, sta a cuore la “comunione”.
Che forse è il modo per dire che “la Chiesa è ben più di una democrazia” come scrivi tu nell’attacco.
Abbiamo urgente bisogno di Comunione: nella vita delle comunità ecclesiali, nella Chiesa di fronte alla società, nella vita di ciascun credente e non, laico o chierico o religioso…
Questi appelli alla “democrazia” che vengono “dalla base” (uso volutamente espressioni che vengono dalla politica) vengono letti – spesso senza ragione – in qualche modo come “lamentazioni” e rivendicazioni di potere (politico) e non come richiami alla scoperta di questioni profonde.
Letti tritamente così, e non ascoltati. Con la solita sequenza di luoghi comuni sulla chiesa post-conciliare…
Succede. Mi è successo. E, personalmente, non voglio cascare nella “trappola” del malinteso.
Della democrazia, nella Chiesa, mi interessa poco.
Mi appassiona la Comunione. Mi appassiona il “potere”, l’autorità, come massima forma di servizio.
E lì è più dura girarci intorno… anche per i più sofisti.
Uno degli argomenti “simili” ab-usati per ammansire laici – di ogni formazione – troppo lamentosi o critici è quello dell’Unità dei credenti. Che, per mio conto, è parente stretto, anzi figlio legittimo, della comunione.
Però, anche qui si usa sbandierare un’Unità a volte malintesa.
Perché anche da quest’altra parte si va a parare su preoccupazioni “politiche”: non bisogna tanto essere uniti, ma piuttosto sembrarlo per motivi sociali, istituzionali… politici.
E allora?
Con buona pace della “democrazia” e dell’unità, mi tengo la mia passione per la comunione.
Una comunione in cui spero che tra laici (religiosi inclusi) e clero ci si stia concretamente vicini e ci si guardi come ci guarda il Dio di Gesù Cristo. E insieme si stia nel Mondo. Con tutti gli altri.
Io, da laico, non sono affatto contrario a che i laici abbiano voce in capitolo. Il problema sono i modi, e fin qui transeat, e i contenuti.
Spero che l’Amministratore non mi giudichi troppo sprezzante e liquidatorio, se dico che i problemi posti e le soluzioni proposte manifestano a chiare lettere una deprecabile “ermeneutica della rottura”.
Concordo con le considerazioni di Lycopodium.
Rivendicazioni, richeste, petizioni non sono strumenti di comunione fraterna, quanto piuttosto di contrapposizone e di rottura. E questo al di là delle migliori intenzioni.
Preghiamo per l’Unità della Chiesa e invochiamo lo Spirito Santo perchè ci aiuti a vivere una vera comunione d’amore, secondo la Volontà di Dio.
Aggiungo una facezia che spero mi perdonerete: questo riferimento al “popolo” mi ricorda una vecchia canzone ormai dimenticata, che esprimeva sentimenti certamente poco cristiani ma di forti rivendicazioni popolari: “Avanti Popolo, alla riscossa..”. E a trionfare, alla fine, non era Dio.
Federico Benedetti dice:
“Rivendicazioni, richeste, petizioni non sono strumenti di comunione fraterna…”.
Mi potresti dire quali sono, concretamente, esempi di strumenti di comunione fraterna?
Non so se posso rispondere a una domanda non fatta a me, ma faccio come se me l’avessi rivolta.
Più che di strumenti, parlerei di fattori di comunione, il primo dei quai sta a livello della persona del christifidelis, prima che la logica del gruppo di pressione non la perverta.
Il cristiano sa che deve cambiare se stesso, prima che la struttura esterna, tanto più se la struttura esterna non è un apparato di potere, ma il modo che Cristo ci ha dato per essere in comunione con lui.
Il cambiamento, la conversione è la risposta ad un’offerta che ci precede.
Se il problema si gioca nel singolo, se la comunione è ricevuta prima che promossa,
nel momento della critica, si dovrebbe professare una critica umile, consapevoli che “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, oracolo del Signore”.
Come scrive qui su Vino Nuovo Christian Albini: “Pur nella fermezza di fronte al male e all’ingiustizia, i segni della verità sono l’umiltà, il lasciare spazio, il saper ascoltare”. Aggiungo l’amore incondizionato per la Chiesa, che non traspare in questo articolo. Per il resto ti rimando all’intervento qui di seguito di Don Massimo Lapponi.
Grazie a Simone Sereni per aver spostato l’asse della discussione verso il cuore del problema.
Che meriterebbe in sé un post ;0)
Lo quoto in toto.
grazie
Nella Chiesa tutti hanno il loro ruolo, ruolo che deve essere sentito molto piu’ come un dovere che come un diritto. La parola “dovere” implica responsabilita’ verso la volonta’ di Dio, volonta’ che tanto spesso e’ contraria alle nostre inclinazioni umane. Per questo il Vangelo parla della via stretta, che pochi percorrono, e della via larga, che al contrario attrae le moltitudini. Pastori e fedeli sono chiamati a seguire la via stretta, e cioe’ a capire che il primo nemico nostro e del Vangelo e’ il nostro io: “chi non rinuncia a se stesso e non prende la sua croce, non puo’ essre mio discepolo.” Come dunque il vescovo che usa della sua posizione a suo egoistico vantaggio e non si preoccupa di far vivere la grazia del Vangelo nel popolo di oggi secondo i suoi reali bisogni va contro lo spirito del Vangelo, cosi’ fa anche il fedele che approfitta del clima rivendicatorio di oggi per gratificare le proprie inclinazioni, credendo di interpretare i segni dei tempi, mente non fa altro che aggiogarsi alla mentalita’ di un mondo corrotto. Per comprendere veramente i segni dei tempi ci vuole ben altro delle opinioni di gruppo rilasciate da gente spesso priva di vera preparazione e di vero impegno spirituale culturale. Cio’ naturalmente vale anche per i pastori. Molto spesso si leggono dovumenti episcolpali veramente banali e privi di ogni profondita’ di pensiero e di spirito profetico. Lo stesso si deve dire di documenti usciti dalla “base”. A questa situazione il vero rimedio e’ di seguire veramente Cristo nelle sue esigenze di rinuncia a se stessi e di fervida invocazione dello Spirito Santo perche’ ci illumini lui – e non i mass-media – per comprendere veramente cosa stia avvenendo oggi e quali siano le risposte da dare. Ma ci sono alcune cosa da ricordare perche’ questa strada del Vangelo e del suo spirito possa essere percorsa senza tradimenti e autoillusioni. Dice S. Agostino, parlando dei pastori che ci hanno trasmesso la fede: “Quod didicerunt tradiderunt”: quello che avevano appreso da chi aveva loro trasmesso la fede ci hanno poi a loro volta trasmesso. Dunque la fede non e’ un’invenzione umana, e se si deve confrontare con il proprio tempo, cio’ non vuol dire che dal proprio tempo debba derivare il proprio contenuto e il proprio senso. Abbiamo un patrimonio apostolico a cui abbiamo giurato fedelta’ fino al martirio, e cio’ vale per pastori e fedeli. Come nessun pastore potra’ mai arrogarsi il diritto cambiare il deposito ricevuto, allo stesso titolo cio’ vale per qualsiasi fedele. Dunque prima cosa vera fedelta’. Poi capacita’ di leggere veramente i segni dei tempi, capacita’ che deve essere chiesta nella preghiera, risultare dalla santita’ della propria vita, dalla moritificazione del proprio io, dallo studio assiduo e profondo, dall’assimilazione dell’insegnamento dei santi e del dottori della Chiesa – ricordiamo che non c’e’ niente di nuovo sotto il sole e che spesso i propblemi cosiddetti nuovi hanno gia’ una storia e sono stati gia’ illuminati dai santi del passato – dalla serieta’ di una ricerca che spesso richiede impegno eroico e capacita’ di andare contro corrente. E’ questo lo spirito di tanti nostri pastori? Ma e’ questo anche lo spirito di tanti fedeli che troppo facilmente parlano di democrazia? Sono d’accordo che fedeli di vita santa, di carita’ eroica, di umilta’ profonda, di fedelta’ incorrotta a Gesu’ e alla su parola, di compenetrazione nella preghiera con lo Spirito di Dio, di preparazione culturale adeguata – che non coicide con i titoli di studio, ma e’ frutto di un impegno intellettuele e spirituale profondo – richiamino i vescovi e i papi al loro dovere: ne abbiamo un esempio in S. Caterina. Ma quanti oggi si credono di essere S. Caterina, mentre non hanno fatto neanche i primi passi sulla via della santita’ e fanno parlare soltanto la loro presunzione e il loro acritico allineamento con la mentalita’ del mondo?
Grazie per il suo intervento chiaro e approfondito. Condivido in particolare la sua conclusione: presunzione e acritico allineamento con la mentalità del mondo sono tentazioni fortissime per quanti, pur ispirati da buone intenzioni, vogliono a tutti i costi il “diritto” di intervenire su tutte le decisioni della Chiesa. E’ il trionfo della comunione o del relativismo?
“Lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri e ad adornarlo di virtù, ma , dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: (Lumen Gentium n. 12).
“In tutte le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poichè di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno, ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così (Lumen Gentium n. 13).
Ringrazio Simone per aver colto al volo il cuore del problema che stava già nel titolo e viene esplicitato alla fine del post: popolo di Dio significa comunione di fratelli e figli. E questo ce lo ricorda (verrebbe da dire “ci esorta”) il Magistero.
E con tutta probabilità, così come accade negli altri stati europei eccetto l’Italia, molti fratelli australiani potrebbero aver anche conseguito titoli accademici in teologia in università statali e quindi parlano e scrivono a ragion veduta o anche insegnano teologia.
Tutto questo va benissimo e mi trova senz’altro d’accordo. Sottolineo pero’ ancora che questa collaborazione a tutti richiesta e’ piuottosto un dovere che un diritto, e come tale deve essere sentita. Ora questo dovere non si puo’ bene adempiere se non nello spirito di santita’, come appare anche dal testo da te citato, che pone la santificazione accanto agli incarichi e uffici utili, per i quali non dice che si richiedono titoli di studio, ma grazie speciali:
“Lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri e ad adornarlo di virtù, ma , dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa.”
Per questo personalmente non mi sento di valutare troppo quanti “potrebbero aver anche conseguito titoli accademici in teologia in università statali e quindi parlano e scrivono a ragion veduta o anche insegnano teologia”, almeno finche’ questa qualita’ – che ad ogni modo, quando e’ veramente meritata (il che non avviene sempre) e’ certamente preziosa – non sia accompagnata dalle necessarie grazie e dalla necessaria santita’.
Io continuo a condividere il cuore dell’intervento di Simone, ma mi permetto semplicemente di dire che l’agenda australiana (indipendentemente dalle intenzioni e dalle comptenze tecniche) non contiene soluzioni che favoriscono la comunione, ma solo ulteriori e gravi divisioni.
Se l’autorita’, come dice Simone, deve essere un servizio, allo stesso titolo qualsiasi forma di partecipazione nella comunione della Chiesa deve essere un servizio: un servizio a Cristo, alla verita’, al vero bene di tutti, non un servizio a se stessi, ai propri interessi o alle proprie vedute personali spesso del tutto diverse dalle esigenze del Vangelo.
sono d’accordo.
Nei limiti del rispetto della propria personale, unica, vocazione. E carismi vari.
Ci si può trovare a servire la Chiesa in modi e forme assolutamente impreviste, rispetto alle “idealizzazioni” o alle “megalomanie” della prima ora. Oppure rispetto a rigorose e impettite obbedienze, date però con cuore non libero.
Ma resta, secondo me, fermo (e bello) che siamo chiamati a servire – a fare comunione – per quel che siamo. A portare la nostra umanità.
Ritengo esatto e pertinente parlare di “comunione” e non di pur critica. Il senso diverso diventa essenziale nella disputa e ne determina lo stile, i modi e i tempi. In quale forma e con quali mezzi e con quanto ascolto il fedele laico può e deve dare il proprio contributo alla costruzione di questa comunità?
Le lettere aperte, sia quella australiana come quella austriaca, mi paiono inadatte. Nascondono più dissenso e disagio con velati propositi di sisma che volontà di comunione. Ho l’impressione che gli autori di queste lettere siano essi in difficoltà con la fede cristiana che non hanno saputo trasmettere e vivere. In fondo manca la fede nei vescovi come nel popolo di Dio. Non si ha più il coraggio di testimoniare i valori cristiani e si cercano adattamenti al pensiero secolare discutibili come una mirabolante panacea per un ritorno in massa dei fedeli nel gregge. Perchè ai fedeli non si fa un robusto corso di catechesi affinchè siano coscienti delle scelte ardue del Vangelo, oltre a viverlo personalmente? Se il fedele non vede e sente nel sacerdote l’uomo di Dio, si allontana e trova mille scuse. Purtroppo non è più il tempo della mediocrità, quando era tollerata in un mondo cristiano. Mi piacerebbe inoltre sentire qualche proposta aderente al Vangelo per alcune questioni che oggi fanno discutere. Il tutto nella comunione..
Vincenzo, a che proposte si riferisce, per esempio?
ps. comunque io, le lettere, sopratutto non conoscendo il contesto specifico, le leggerei. E ascolterei comunque il disagio, anche quando mal espresso o perfino ingiustificato… Invece, temo, che si tenda spesso a cestinare a prescindere. A volte, sbuffando o invocando il “Sant’Uffizio preventivo”.
E questo con la comunione non c’azzecca manco un po’…
A meno che non stiamo parlando di folli stalker che continuano a perseguitare il vescovo di turno qui e lì per il pianeta.
Ascoltare il disagio è un’ottima occasione per uscire – ogni tanto – dagli uffici, dai cda e da alcuni incontri opportuni e meno opportuni che tanto tempo tolgono ai pastori, e finalmente fare Chiesa.
Magari portando qualche parola di conforto ai disagiati di turno che, magari, sono oggettivamente confusi…
Ma questa è un’opinione condizionata dalla mia esperienza romano-centrica del servizio episcopale.
Gent. Simone, non i piacciono le lettere poichè il dissenso viene pubblicizzato.Possibile che non vi siano altri metodi come riunioni varie per discutere? Sul fatto che i Vescovi debbano dare molto del loro tempo per dialogare con i fedeli mi trova pienamente d’accordo.Mi sembra che ci sia una norma secondo la quale il Vescovo non deve rifiutare nessuna richiesta di incontro.L’impressione che i vescovi siano poco impegnati nella pastorale mi pare che sia condivisa da molti. Credo che i Vescovi debbano delegare molte incompenze ad altri ed essere disponibili sopprattutto a sorreggere i suoi preti.Sono questi che debbono assorbire la maggioranza del suo tempo. Credo sia improponibile un vescovo che non abbia un occhio di riguardo per chi soffre fisicamente come spiritualmente. Ma quella degli “ultimi” mi sta un pò antipatica come espressione.Non ho ancora capito bene cosa voglia veramente dire o meglio sottintendere. Me la trovo sempre tra i contestatori da qualunque parte arrivi. Una moda? Mi auguro che abbia capito cosa intendo dire.
Ho capito, Vincenzo.
Mi pare che abbiamo in mente lo stesso “modello” di episcopato. Che poi non lo abbiamo stabilito certo noi
Io immagino che prima delle lettere ci siano state riunioni e riunioni, persino momenti di preghiera comuni con i “contestati”… non credo che nascano sempre da qualche serraglio di belve inferocite che si mettono in combutta.
Sugli ultimi… è un lungo discorso. è un’espressione di cui si può abusare certo in modo retorico e affettato. Lo so.
Resta che è un’indicazione di discernimento evangelico.
Sui “contestatori”… su VinoNuovo si tenta di abolire le etichette… a me piace come tentativo… proviamo anche ad abolire questa.
Nessuna etichetta aiuta ad ascoltare profondamente le ragioni e sopratutto le esperienze personali (e quindi, di fede) dell’altro.
Le etichette aiutano molto in un dibattito ideologico. Ma non mi sembra il nostro il caso.
Anche se non diretta provo a rispondere alla domanda sugli termine “ultimi”. E’ un’espressione, a mio avviso assai indovinata, contenuta nel documento dei nostri vescovi del 1981: “La Chiesa italiana e le prospettive del Paese” dove si invocava con forza la necessità di “ripartire dagli ultimi”.
Il tutto ripreso al Convegno ecclesiale di Loreto (1985) dove veniva dato il via alla costituzione degli Osservatori diocesani dei bisogni e delle povertà.
Non c’è nulla di più evangelico del ripartire dagli ultimi, quelli cui Gesù si è rivolto: i discepoli poveri pescatori, le prostitute … E’ la “Chiesa del grembiul” che diventa servizio agli ultimi, non necessariamente poveri materiali, ma pensiamo a tutte le nuove forme di povertà ed emarginazione che incontriamo oggi.
La Chiesa della Sollicitudo rei socialis, della Caritas in veritate.
Scusate se cito documenti ed encicliche, ma credo che come cristiani siamo tutti chiamati a rifletterci su, a farli conoscere, a “sbriciolarli” nel corso di incontri a vario livello, dalla catechesi dei più piccoli, ai campeggi, agli adulti, fino agli organismi diocesani, alla stampa e comunicazione in genere, blog compresi s’intende!
Gent. Maria Teresa, non ” ripartire dagli ultimi”, ma ripartire da noi stessi. Ad essere ironici perchè non ripartiamo dai penultimi? Occorrono convegni ed encicliche per ribadire che il cristiano non si salva da solo e che il suo distintivo dovrebbe essere proprio il “servizio”?
Mi piace qui ricordare un testo famosissimo scritto da un autore abbastanza – ma non del tutto – miscredente. Parlo de “I miserabili” di Victor Hugo. Se confrontiamo la parte ideologica, cioe’ i vari ragionamenti prosastici dell’autore, con la narrazione vera e propria, cioe’ con la parte veramente poetica, troviamo una differenza enorme. La parte prosastica, oltre ad essere noiosa, spesso lascia perplesso il lettore, o almeno il credente, e soprattutto spesso e’ poi contraddetta dalla parte poetica. In quest’ultima l’autore sembra come trasfigurato dall’ispirazione e trasformato in un vero credente evangelico. Ogni elucubrazione viene dimenticata e i personaggi appaiono in una sublime luce di verita’. Cio’ vale anzitutto per la figura del vescovo: penso che i nostri vescovi avrebbero molto da imparare a rileggere oggi quelle pagine indimenticabili. E lo stesso si potrebbe dire di tante altre pagine, in cui aleggia il piu’ sincero spirito cristiano. Forse la piu’ bella e’ quando Jean Valjan (mi sembra che si scriva cosi’) con Cosetta, fuggendo dall’inseguimento della polizia, si rifugia nel giardino del convento, senza sapere che si tratta di un convento. Li’ nel silenzio della notte si sente risuonare il canto delle claustrali, che poi daranno rifugio ai due fuggitivi. Tutti i discorsi che poi fara’ l’autore contro la vita monastica non bastano a distruggere l’enorme suggestione di quelle pagine e la glorificazione che ne deriva della vita monastica stessa. Queste, come tante altre pagine del romanzo, certamente hanno agito profondamente sull’inconscio di innumerevoli lettori per imprimere indelebilmente in loro il sentimnto cristiano dell’umilta’ e della carita’ eroica verso gli ultimi. Ecco: penso che abbiamo dimenticato la missione della poesia, che pure troviamo profusa in tante pagine del Vangelo e senza la quale il Vangelo non sarebbe quello che e’. Anziche’ fare soltanto proposte astratte – che naturalmente vanno benissimo – avremmo veramente bisogno, in questa societa’ cosi’ arida, senza amore esenza gioia, di un forte vento di poesia, di quella poesia che trascina e trasporta le folle, quella stessa che irradia dalla vita, dalle parole e dalle opere dei santi, come Don Calabria o Tonino Bello. Non potrebbe ognuno di noi dare il proprio apporto di creativita’, di entusiasmo, di amore per far rifiorire il senso gioioso della bellezza della vita cristiana, del sacrificio, della donazione di se stessi nel popolo credente e non credente?
Gent. Don Massimo,l’innamorato di Dio non può non essere un pò anche poeta nella contemplazione e nella meditazione. I suoi sentimenti verso l’alto sono pura poesia che poi si ribalta e riflete nell’attenzione e premura verso il prossimo, perchè comprende la grandezza dell’essere umano, amato da Dio. Un concetto basilare:l’uomo è amato da Dio! Il guaio è che spesso ce lo dimentichiamo.Lo vivessimo come reltà di ogni attimo della nostra vita… saremmo in grado di cambiare il mondo.Con questo non voglio fare la predica proprio a lei…