In questo articolo Alessandro Speciale parla «di certi trionfalismi un po’ superficiali rispetto alla «mobilità» religiosa. E dell’assenza di uno studio sistematico di questo genere relativo all’Italia». E tu che ne pensi?
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I rilevamenti descritti sui “passaggi” di fede mi ricordano certi sondaggi che influenzano le decisioni politiche dei partiti: succede così che anzichè essere i leader politici a “guidare” e “indirizzare” l’opinione pubblica con ragionamenti e valutazioni ben motivate, è la preferenza di una occasionale maggioranza (superficiale,facilmente impressionabile e magari influenzata da certa stampa) a condizionare anche importati scelte politiche. Penso naturalmente alle ultime decisioni del Governo sul nucleare, ma non è difficile ricordare altre situazioni di questo tipo, specialmente se entriamo nel campo dei valori non eticamente disponibili e nella pratica secolarizzata delle coppie di fatto, famiglie di fatto, cittadini di fatto, religione di fatto…
Non credo che la Chiesa Italiana debba farsi influenzare da questi sondaggi, anche se per certi aspetti conoscere certi fenomeni potrebbe essere interessante da un punto di vista sociologico, altrimenti potrebbe essere tentata di “inseguire” nei loro errori i cattolici in uscita o seguire le mode del momento. La Chiesa deve rispondere a Dio, che è la sola Verità con cui confrontarsi quotidianamente. Il resto rischia di essere solo capriccio degli uomini.
Sì, hai ragione, forse manca proprio uno studio sistematico: ce ne sono tanti locali, e quindi parziali, ma altrettanto significativi di una tendenza che non dà certo ragione a trionfalismi di sorta. Non mi risulta che sia stata pubblicata una ricerca organica dopo quella del 1997 sulla religiosità degli italiani con le relative branche locali, tra cui, qui in Trentino, tutti ricordiamo il lavoro del sociologo bellunese, don Giuseppe Capraro.
Penso al lavoro che svolge oggi l’Osservatorio socio-religioso del Triveneto guidato dal sociologo Castegnaro e alle tante ricerche locali, come quella presentata il mese scorso a Piazza Armerina, curata, per conto della diocesi, dai sociologi Introvigne e Locatelli. Là, come altrove, i rispettivi vescovi si mostrano assai preoccupati soprattutto per la situazione giovanile, ma anche per quella delle famiglie. A Piazza Armerina il vescovo parla senza mezzi termini di una “subcultura cattolica” cui non fa riscontro una religiosità adulta. Si afferma di credere in Dio, ma per oltre il 34% anche ad UFO, maghi ed extraterrestri.
Enzo Bianchi ha ricordato in un recente intervento a Trento come un’analoga ricerca in Piemonte avesse segnato in soli 5 anni (dal 2005 al 2010) un calo dal 64 al 47% di quanti tra i 14 e i 20 anni si dichiarano cattolici.
Come hanno recentemente sostenuto Segatti e Brunelli su Il Regno (n. 10/2010, pp. 337-351 (p. 347), in questa chiave nella migliore delle ipotesi, «il futuro dell’Italia religiosa si prospetta come quello di un paese che da cattolico diviene genericamente cristiano».
Quanto questo abbia poi i suoi risvolti dal punto di vista politico è facile intuirlo, ma ciò non dovrebbe impedire una ricerca seria – come sono finora tutte serie e professionalmente valide le ricerche locali curate da sociologi di professione – della religiosità nel nostro Paese alla stregua delle tante effettuate all’estero per conto dei vescovi.
Del resto, scrive Castegnaro dell’OSRET di Vicenza che ha pubblicato l’ultima ricerca del 2008 svolta nella diocesi di Trieste e intitolata significativamente “Religione in stand by”: “Il problema, secondo i giovani, è di riportare la Chiesa tra i giovani, non di riportare i giovani nella Chiesa. La preoccupazione primaria non dovrebbe essere quella di non perderli, ma che essi non «si perdano»; lo scopo essenziale non dovrebbe essere che essi ritrovino la Chiesa, ma che trovino se stessi”.
Come dire che la prima preoccupazione – invece di enfatizzare le folle e le masse che si radunano in piazza – dovrebbe proprio essere quella di analizzare in maniera seria la situazione attuale per ri-evangelizzare davvero, non in senso di moltiplicare i numeri fine a se stessi, ma di fornire senso della vita e Speranza nel futuro.
giustissima l’osservazione circa il bisogno formativo di laici cattolici e di tanti preti.
Meno ragionevole l’analisi sociologica: non sono i numeri che fanno la differenza. Sociologicamente parlando, ricordiamoci, che la chiesa si fonda un un evento fallimentare: con la morte del fondatore e con un manipolo di sparuti e ininfluenti discepoli che per un paio di secoli non hanno inciso per nulla sulla società pagana. Eppure era quello il “seme di senape”.
Quindi mettere sullo stesso piano i cattolici che diventano protestanti per “mancanza spirituale” non sono paragonabili agli anglicani che entrano nella chiesa cattolica per ragioni diverse. A entrambi auguro che sia per loro una modo per servire meglio Cristo. Ma il discorso sui “numeri” non regge. Bisogna saper invece vedere i segni in ciò che sta accadendo… segni profetici. Non numeri e sociologia.
Chiudere gli occhi sul fenomeno cui si riferisce l’interessante articolo di Alessandro Speciale significa fare come gli struzzi, illudendosi che la Chiesa italiana sia un’altra cosa rispetto a quelle d’oltralpe o di oltreoceano, ingenuamente (scioccamente) pensando che il solo confronto con i dati che emergono dai sondaggi citati rischi di “influenzare” le scelte di pastori e fedeli che devono “rispondere a Dio, che è la sola Verità con cui confrontarsi quotidianamente” perché “Il resto rischia di essere solo capriccio degli uomini”. Posizioni simili sono, secondo me, il segno di un arroccamento miope e del rifiuto di guardare profeticamente ai segni dei tempi. Che tristezza!
Evidentemente ha equivocato le mie parole. Ho scritto che questi studi possono essere interessanti per un’analisi più completa della realtà e del mondo cattolico. Ho solo aggiunto che tali dati devono essere presi per quello che sono e che non mi sembra giusto aspettarsi dai nostri pastori che modifichino alcune loro importanti decisioni (ad esempio sul celibato dei sacerdoti o sul sacerdozio femminile) per risultare più “popolari”, come capita talvolta ai politici. Non mi sembra una riflessione sciocca o miope. Trovo più ingenuo e decisament più sciocco cercare i “segni profetici dei tempi” nei sondaggi d’opinione.