In questo articolo Gilberto Borghi scrive: “Forse è ora di provare a riflettere sui modi con cui la comunità ecclesiale forma, accompagna e sostiene i nostri preti al celibato, sullo sfondo della maturità umana degli stessi”. E tu che ne pensi?
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hai centrato il segno!
da molto tempo mi faccio le medesime domande.
penso che una trasformazione si avrà soltanto cambiando stili di vita. I preti devono anzitutto vivere in comunità, anche piccole. L’ideale sarebbe comunità miste laici-preti.
La formazione e l’immagine del prete non è molto cambiata rispetto al Concilio di Trento: son passati 500 anni. Pensiamoci bene, oltre la grande novità dei seminari introdotte da questo conciclio, non ci sono state gran che novità sulla formazione e la figura del prete. Nel 1500 ci fu il protestantesimo che attaccava il sacramento dell’ordine. Oggi questo fenomeno degli abusi, dovuti essenzialmente oltre che alla scarsa maturità affettiva, anche a una società iper-erotizzata in cui viviamo.
I concili successivi, dal Vaticano I al Vaticano II non hanno sostanzialmente toccato il tema dello stile di vita e la figura del sacerdote. Forse è venuto il momento di ripensarlo… magari non serve un concilio… ma qualche Papa illuminato, forse si… Secondo me Benedetto XVI sta silenziosamente spianando la strada a chi verrà dopo.
I laici vedono le difficoltà dei sacerdoti: perchè i sacerdoti non riconoscono con umiltà le loro difficoltà e non si aiutano a vicenda per risolverle? Perchè non vivono, non coltivano fra loro e con i laici amicizie sane, serene, profonde? Eppure il Maestro ha dato l’esempio con la Sua vita!!! I sacerdoti, i religiosi e le religiose sono PRIMA uomini e donne, poi consacrati! Quando lo comprenderanno? Quando vivranno come tali?
Ho sentito il Santo Padre insistere sul tema della preghiera rivolgendosi al clero. Detto questo, sempre da una riflessione mi domando come mai un sacerdote non trova un altro confratello , fra i tanti che ci sono ei che anche possono aver superato o comprendono queste turbe di sentimenti, sacerdoti che hanno fama di essere o vivere la fede in modo profondo, cui rivolgersi a esporre i problemi che sta vivendo e ricevere consigli in merito, così come si farebbe in famiglia. E’ vero che per certe confidenze occorre il coraggio, ma questo lo si trova prima di cadere nel pantano. Si può anche ammettere che a distanza di anni, la persona si sia accorta di non poter continuare a tenere fede a quanto professato in stagione di entusiasmi e di grandi ideali, che la realtà in cui ci si trova a fare i conti, la routine di tutti i giorni – questo succede anche per il matrimonio – richiede di fare dei passi ulteriori a irrobustire la fede, piuttosto che abbandonarsi a leggerezze davvero gravi come in questo caso – il non pensare alla ragazzina figlia di genitori!!cui rendere conto. – per esempio E’ che oggi ai Comandamenti, tanto per stare terra terra e senza aver fatto anni di seminario, evidentemente non pensa più nessuno , ma fa scandalo che non l’abbia fatto il prete prima che l’uomo , e tanto meno da aspettarcelo da una ragazzina in corso di apprendimento. L’adulto, , avrebbe dovuto averci pensato e per onestà e senso di responsabilità vrebbe dovuto ricorrere a un” medico” collega per riflettere il da farsi e poi magari essere onesto, togliersi la tonaca e passare ad altra vita. Magari a trattenerlo dal prendere decisioni drastiche non avrà pesato il vantaggio di svolgere un incarico che professionalmente era soddisfacente, e pensare di farla franca!!!? Certo di queste cose ne sentiamo parlare tutti i giorni. Accadono si dice anche nel ristretto cerchio famigliare, e allora veramente si prova pietà per le vittime, in questi fatti si dicono frutto di miseria morale e altro, quasi non destano più scandalo tanto sono frequenti , nelle strade, di notte, non vi è sicurezza , la persona diventa cosa . A pagare il prezzo sono soprattutto i giovani i quali sono vittime ma anche capaci colpevol.i; A loro ogni attenuante per quanto di amore sbagliato ricevono, per la mancanza di una educazione cui avrebbero diritto ricevere, di un rispetto da ricevere e dare, viene abusata la loro semplicità, la loro giovinezza, è come entrare in un giardino e calpestare un fiore che si stà appena schiudendo… non curarsi di una pianta che può non crescere robusta se non la si sostiene con cure appropriate.
Le attenuanti a questo caso se ci sono le può conoscere e concedere soltanto Dio, che sarà il primo a piangere
Francesca Vittoria
Mi permetto due considerazioni.
La prima. Qualcosa si sta muovendo, nella organizzazione o riorganizzazione dei seminari.Invito Gilberto e quanti siano interessati e competenti in materia, piu’ di quanto non lo sia io, a conoscere ad esempio la realtà del Seminario Minore di Torino, in viale Thovez.
Qui la Casa, e vi garantisco essere una vera Casa intanto,è tutto fuorché luogo di chiusura ed avulsione dal mondo. Abitata dai frequentatori e dai formatori, ma anche da una comunità di suore che ne condividono la vita e la realtà, ospita contemporaneamente incontri, ritiri, manifestazionie e corsi, a cui partecipano folle di giovani, ragazzi e ragazze, ed è strettamente collegata al discorso e agli orientamenti del Centro di pastorale vocazionale e alla pastorale dei giovani della diocesi. Aperta e frequentata , rappresenta non solo luogo di formazione e crescita, ma anche di scambio, comunicazione e confronto con il mondo che sta fuori , resterà fuori, e con cui i futuri eventuali preti si dovranno trovare ad interagire…Fosse anche l’unico caso del genere in Italia, vale la pena di conoscerlo e
sperimentarlo altrove.
La seconda.Benissimo e condivisibili i rilievi fatti da Gilberto sulle ” anomalie ” e difficoltà di molti preti ad avere un confronto e una confidenza di amicizia vera e personale con i laici, e con le donne in particolare.Personalmente io ho esperienze opposte, ma forse sono io che sono particolarmente fortunato.Vogliamo però parlare del lato ” nostro”, laico, e del dilagante, qui sì, atteggiamento anomalo che si ha nei confronti dei preti? Attaccamenti possessivi, entusiasmi sperticati pronti a rovesciarsi in rancori profondi, atteggiamenti iperprotettivi o all’opposto ipercritici…e, sopra tutto, la domanda rovesciata: ma quanti parrocchiani laici hanno veramente interesse a intessere con i preti un rapporto franco e sincero “extra professionale”, di amicizia autentica, svincolata dal suo ruolo e dalla nostra smania di giudizio costante nei suoi confronti? E, se parliamo di donne, vogliamo spendere una parola franca verso l’atteggiamento del tutto squilibrato, emotivamente parlando, di tante Donne della Parrocchia che tendono a trattare il don di turno come roba personale, pronte a scatenare piccole guerre a ogni livello se ne intuiscono in qualche modo minacciati i diritti, le prerogative e soprattutto la presunta loro posizione di rapporto esclusivo con lui?
Se qualcosa va fatta dalla chiesa come organizzazione, molte molte altre vanno fatte, e possono e devono essere fate, da noi “fedeli” autonomamente, personalmente e subito.
La questione è seria e delicata, come dimostrano le richieste di “anno sabbatico” di tanti giovani sacerdoti stanchi, sfiduciati: richieste che normalmente non vengono accolte per l’impossibilità di sostituire questi sacerdoti, lasciando ai richiedenti una sensazione di non essere sufficientemente capiti.
Concordo con la riflessione di Lorenzo sullo sguardo e sull’atteggiamento dei laici nei confronti dei sacerdoti delle loro comunità. Spesso non è un aiuto, ma un peso ulteriore sulle spalle dei nostri preti.
Conosco molti sacerdoti e posso dire che quelli (apparentemente) più sereni sono coloro che riescono a trovare dei momenti per incontrarsi con altri sacerdoti periodicamente per momenti conviviali. I sacerdoti hanno bisogno dell’amicizia di altri sacerdoti, che li aiutino e li sostengano di fronte alle difficoltà e alle possibili tentazioni, che li aiutino a “fare festa” e a condividere gioie e soddisfazioni umane, che possano offrire un consiglio per sbrogliare una questione complessa… forse “istituzionalizzare” momenti di questo tipo potrebbe essere un primo passo nella direzione giusta.
condivido in pieno. Sono piuttosto sconcertata dell’immobilismo (pur con qualche lodevole eccezione)che noto nei confronti di tematiche scottanti, come l’affettività dei sacerdoti, la pastorale degli adolescenti e dei giovani,la situazione dei divorziati risposati, ecc. Qualche volta temo che ci sia la tentazione di negare le situazioni problematiche perchè non si sa da che parte cominciare per affrontarle…
Gilberto dice delle cose giustissime e molto belle su quanto ai nostri sacerdoti manchi il tempo per pregare, e su come il silenzio e la solitudine umana siano pericolosi e rischino di trasformare un’inclinazione, magari gestibile, in un dramma concreto.
Se è vero che i preti sono il cuore della Chiesa, come io credo, e che Gesù, col sacerdozio, ci ha fatto un regalo assolutamente impensabile, non dovremmo avere cura di essi tanto quanto l’Eucarestia?, non potrei essere più d’accordo…
La mia personale esperienza è proprio questa, prima di ogni considerazione di ordine ‘strutturale’ su come gestire il problema: essere amici anche fraterni ed intimi dei nostri sacerdoti (ovviamente secondo le proprie affinità ed umane simpatie), essere loro confidenti, rapportarcisi insomma come a degli uomini, per quanto portatori di un dono specialissimo, è un grande e visibile aiuto per loro e, francamente, fonte di un grandissimo arricchimento spirituale per noi.
Certamente poi il problema della formazione (affettiva ma non solo) esiste. Ritengo che un certo ritorno, come sottolineava Muller giorni fa, alla dimensione della trascendente e all’orientamento verso Dio, proprio anche nella formazione, sia essenziale per risolvere la principale radice del problema, ed è tanto più vero quanto più il mondo in cui i nostri sacerdoti vivono è secolarizzato e trascina nella direzione opposta. Ma questo è un discorso che, almeno al mio livello, è più teorico e difficilmente affrontabile da noi laici.
I sacerdoti, i religiosi e le religiose sono PRIMA uomini e donne, poi consacrati! Quando lo comprenderanno? Quando vivranno come tali?
Certamente visti dal di fuori delle chiese o Case Parrocchiali, i religiosi appaiono oggi molto uomini e donne laici, sia nell’abbigliamento che nell’apparire molto di corsa, molto aggiornati , conferenze, incontri, appuntamenti . Credo che stia proprio qui il dilemma, apparire per essere o essere prima preti e suore prima di uomini e donne? Credo che quando un fedele cerca il sacerdote, questa è la figura che deve comparire, sempre la stessa a imitazione del Maestro il quale ha risposto: “mia madre e i miei fratelli sono questi coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” Non si cerca un prete se non per questo in qualsiasi cir costanza o motivo – e per presentarsi tali si suppone che abbiano lo Spirito del ruolo, così come per la madre che educa i figli e deve prima essersi educata. Quando si ascolta il Papa, non si va ad ascoltare il teologo Joseph Ratzinger, ma colui che oggi rappresenta Cristo ed è in questo ruolo che oggi Egli Parla ai fedeli e questi lo ascoltano. , così è per il clero tutto, ma è anche per questo che l’uomo di Dio deve dedicare molto tempo alla preghiera, per essere preparato a comprendere e a dare ciò che uno gli va a chiedere, di questo Egli risponde al Maestro prima ancora che al fedele. E’ un rispettoso parere –
Francesca Vittoria
Cara Francesca Vittoria,
perdonami la franchezza.
I sacerdoti, i religiosi e le religiose, sono ovviamente uomini e donne, ma prima di tutto il resto sono cristiani. Esattamente come noi ( se lo siamo) che prima di essere mariti, mogli, padri, madri, con un qualche ruolo nella famiglia, nel lavoro e nella società, prima ancora di essere laici, siamo cristiani.
Su questo terreno si sprigiona e si vive la ” fraternità”, che è l’elemento piu’ tipico e piu’ bello delle relazioni cristiane. Ora: non è che io frequento mio fratello o mia sorella, quelli di sangue, intendo dire, solo nelle riunioni di famiglia o perché ho bisogno di loro: se così fosse, la mia famiglia avrebbe qualche problemino serio.
Allo stesso modo, come si puo’ dire “non si cerca un prete se non per questo, cercare un sacerdote: in qualsiasi circostanza o motivo”?
Io sono perfettamente d’accordo sulla particolarità, anzi, sulla “eccezionalità” della figura del prete.Nel senso che è l’unico tra noi che puo’ rendere presente Cristo tra di noi, che mi porta ” letteralmente” Cristo.E questa non è una convinzione teorica: se non fosse per un prete che ha avuto voglia di prendersi cura di me “da Gesù”, io sarei morto: non per modo di dire, per davvero!Ma questo non toglie, e anzi rafforza, la mia “voglia” di stare con i preti, i religiosi e le religiose,anche “solo” perché miei fratelli , perché appassionati di quella che è la mia passione, perché accomunati dallo stesso servizio e anche dalla stessa ( perchè è la stessa!) missione.Certo, non frequento solo loro, fortuntamente. Ma perché non potrei essere loro amico, e perché, soprattutto, loro non dovrebbero essere amici miei?!Perché dobbiamo impoveirci e autocastrarci da tutte e due le parti?
Ritornare all’idea preconciliare del prete ieratico, separato dal mondo, chiuso nelle chiese e nei confessionali, significherebbe sconfessare un Concilio , e soprattutto la realtà magnifica e piena di promesse e di risultati della stragrande maggioranza dei preti di questi anni.Certo, aprirsi al mondo, significa esporsi maggiormente come uomini e donne: d’altra parte loro sono un altro Cristo, e quindi immagine e presenza di Dio sì, ma del DioUomo di Gesù.
Ciascuno( ciascuno, non ” la Chiesa” che poi siamo noi) veda di aiutarli ad aiutarci! Come solo loro possono fare. Ma in certe cose è essenziale che li aiutiamo noi.
Forse non mi sono espressa male, non penso proprio al prete chiuso nella Chiesa o soltanto a confessare e comunicare, anzi è necessaria la comunicazione, la figura di fiducia, che si stima anzi da aiutare e collaborare, da far giungere quel calore che significa comprensione di quanto si spende, apprezzamento per quanto può e riesce a fare, quindi il fargli sentire di appartenere a una famiglia “allargata” che sempre più larga è una conquista. Ma per far fronte a questi suoi impegni verso Cristo e il prossimo, per non cedere a solitudine o resistere al vorticoso andamento che oggi si è instaurato nel vivere le giornate, io credo che debba dialogare molto con il suo Maestro per ricev ere molto dell’aiuto necessario . Gli Apostoli erano in costante dialogo con Lui, altrimenti non avrebbero potuto andare a due a due a evangelizzare le genti: e quando tornavano gli raccontavano i successi o gli insuccessi… e si legge che Lui li prendeva anche da parte per spiegare ulteriori cose e approfondimenti delle Parabole …E’ questa la forza prima che un sacerdote di oggi deve maggiormente armarsi per affrontare le sfide della modernità e della laica libertà
Francesca Vittoria
Concordo sui contenuti e ancor di più sullo spirito del post. Vorrei solo condividere qualche considerazione a margine:
1. L’idoneità dei candidati: in tempi di numeri ridotti, uno cambia seminario, diocesi, ordine, congregazione … e finalmente ce la fa. Ma non si può pensare che, a parte casi clamorosi, sia come quei genitori che, invece di rivedere le proprie aspettative sul figlio, sono convinti che sia l’insegnante di mate ad avercela con lui.
2. In un contesto dove la formazione è fondamentale, decisivo è il ruolo dei rettori dei seminari e del team di persone che lavorano con loro, e che fa la differenza.
3. Fidarsi un po’ di più del “mondo”: esperti in scienze umane, ma anche tutte quelle esperienze che diventano fondamentali per una scelta. La maggior parte dei miei compagni di liceo sezione seminario erano entrati in 5° elementare: non è un caso se era stato aperto anche alle ragazze. Come adesso esistono in giro esperienze in parrocchia, o di riflessione a casa, all’estero per imparare una lingua, in missione … Certo che alcuni – c’è chi dice troppi – lasciano, ma fermiamoci un attimo: non è meglio che avvenga “prima”? Conosco lo strazio di amici “dopo”, perché, forse, a qualcuno è mancato il coraggio, o la sapienza, di farli riflettere prima. Ma, se non è la strada, perché non fermarli in tempo? E perché non essere stati preparati all’umiltà di accettare un cambio di prospettiva, senza necessariamente considerarlo una sconfitta?
4. L’importanza della comunità è fondamentale per condividere quell’esperienza di “popolo di Dio” (dove l’amore-carità sta al centro come spiega già san Giovanni), nonostante tutte le situazioni problematiche, come quella ricordata del rapporto con le donne, e talvolta, del loro rapporto con lui (“di fronte a qualcuna mi rinfranco nel mio celibato” diceva uno sorridendo; “guardarsi le spalle da single, coniugate insoddisfatte e separate”, un altro), senza dimenticare che, vista la popolazione delle nostre parrocchie, spesso è proprio fra loro che è necessaria una missione.
5. Ma la comunità, noi laici, è chiamata a essere una famiglia vera, mentre sono frequenti chiacchiere e delazioni. E’ una situazione non ancora denunciata come si dovrebbe, ma che, di fatto, accresce la fatica e rischia di annientare. Non c’è limite geografico, se in Australia è lo stesso. “I benpensanti della messa delle 11”, firmavano così qualche anno fa una lettera micidiale contro un cappellano. Sono persone delle nostre comunità, devoti fedeli, che annotano frasi, registrano comportamenti per farli arrivare all’interessato, alla sua comunità fino al pastore di turno, o inserirli in rete. L’anonimato, gli pseudonimi (qualcuno, pochi, ci mettono anche la faccia), non bastano, e li trovi a messa, alle conferenze, ai corsi teologici, pronti a colpire (prete o vescovo che sia) secondo loro sopra le righe. Non sembra come si possa arginare una simile diga: il più delle volte tutto finisce nel cestino. Forse dovremmo farlo noi laici … perché la Chiesa non è un tribunale, né i cristiani dei giudici .. e non tiriamo in ballo la correzione fraterna …
6. Da ultimo: problema del celibato obbligatorio a parte, si tratta dell’impostazione di una scelta. Fatta salva la consapevolezza di cosa comporta, non si può parlare solo in termini di “rinuncia” e “meriti”. Certo che è un linguaggio evangelico, ma … Sarebbe come dire per il sacramento del matrimonio: “tu sposi Antonella, ma rinunci a Paola e questo ti dà meriti in più”. Ma lui sposa Antonella perché le vuol bene ed è convinto che “quella” sia la persona che Dio gli ha fatto incontrare e con cui condividere la vita e l’amore supera tutto. Perché dopo Paola, ci sarà Marisa, collega di lavoro, e poi Giulia in spiaggia e … ogni volta la questione non si può mettere in termini di “rinuncia a”, ma di “scelta per”. E questo è estremamente liberante per la persona. Non si vive di negazioni, ma di positività, felicità e amore, innanzitutto. Pensiamo a cosa significa per un religioso o un ordinato …
Riguardo al punto 6, concordo pienamente. E, in effetti, sono convinto che il problema del celibato sia generalmente mal posto: si tratta quindi di riaffermarne il senso profondo, teologico, trascendente e spirituale, anziché parlarne in termini di rinuncia. La quale pure è reale, in termini mondani; e però, attraverso la sua retta interpretazione, può e deve divenire un giogo lieve.
Ringrazio Gilberto per lo spunto di riflessione… molto vero e costruttivamente critico.
Però, fermo restando che condivido la preoccupazione e l’urgenza dell’articolo, questo mio commento si trova molto vicino a quello di Lorenzo: teso a porre l’attenzione anche sul tanto bene che già in molte chiese particolari si sta già facendo.
Mi ritengo fortunato perchè vivo in una realtà ecclesiale molto attenta alla formazione dei presbiteri: il seminario di Reggio Calabria ormai da decenni non è più un luogo di clausura, bensì è il cuore delle iniziative più belle e gioiose della pastorale giovanile e vocazionale della diocesi; di conseguenza, si capisce che i “protagonisti” di queste attività sono proprio i seminaristi, chiamati già nei primi anni di formazione non solo ad essere testimoni ma anche semplicemente compagni di cammino di molti altri cristiani. Allo stesso tempo, ad intra, la formazione che si “propone” (lo virgoletto per sottolinearlo: perchè è una proposta che poi sta al ragazzo/uomo sposare e portare avanti!) mira alla formazione integrale (e non settaria o a compartimenti stagni) e alla stabilità (parola che racchiude sia la fedeltà che la custodia di questa). Proposta che non è insegnata fra i banchi dell’istituto teologico, ma che è affidata nel progetto di vita: ovvero “praticata” quotidianamente dai seminaristi. Ora non voglio dire che nella nostra realtà non ci siano difficoltà o problemi, ma che con un certo tipo di formazione prima e auto-formazione dopo l’ordinazione, si possa guardare a questi con molta più serenità e serietà allo stesso tempo.
Un’ultima battuta: se per i presbiteri la preghiera non sono parole ma è veramente l’Amore che principalmente sostiene la vita e nel quale si ha la più grande soddisfazione, lo si trova sempre il tempo per questi spazi d’intimità col Signore. Altrimenti… è logico che si compensa in altri modi lo smisurato bisogno d’amore del cuore umano.
Grazie a tutti!
..Proposta che non è insegnata fra i banchi dell’istituto teologico, ma che è affidata nel progetto di vita: ovvero “praticata” quotidianamente dai seminaristi…
Grazie per questa testimonianza!
Tu sposi Antonella e rinunci a Paola…….ecco un esempio del vivere di oggi e cioè che avere più mogli – sposate , o meno ancora meglio perché non ci sono obblighi da mantenere, non è più da religione diversa ma da nuova laica disinvolta realtà..Poichè la mentalità comune oggi accetta tutto questo potrebbe essere motivo di paragone, contrapposto al celibato che fa apparire enorme la rinuncia e non considera che proprio per tale rinuncia la persona si avvicina a Cristo il quale gli tende la mano, non lo lascia solo in balia del “mondo”. Cosa aggiungere ancora …che la stessa situazione del sacerdote, è la vedova, è la persona che vive separata, della nubile perché non ha trovato il compagno e non si butta nelle esperienze che le si offrono . Sono rinunce il cui peso viene sopportato con assunzione di responsabilità e in piena libertà, ed è proprio questa” libertà” che Cristo sostiene, che fa chiesa, : ogni azione, ogni disagio sopportato secondo la Sua Parola non è senza premio, questo viene elargito in modi diversi da quelli da noi pensati, compreso il “giogo” che Egli rende più leggero
Francesca Vittoria
Identità del prete, identità della Chiesa, sempre da cogliere e vivere nell’attualità di una storia gloriosa e intrisa di peccato. La Chiesa, comunità dei credenti tutti chiamati alla santità in un cammino costante di conversione al servizio, alla condivisione, all’amore che è Dio, il Dio di Gesù. La vocazione alla famiglia, al celibato, alla vita religiosa, tutti ordini santi…tutti ordinati alla vita, all’amore, a Dio. Diventato uno dei 7 sacramenti “l’ordine sacro” si sono spalancate le porte alle diaboliche tentazioni del potere, del prestigio, della carriera, delle tradizioni gloriose…Non si conosce neppure più il significato della parola “accolito”, si ammira il vescovo, non si sente più neppure dire farsi prete o suora. Educatore, professore (teologo, mnoralista, biblista), operatore sociale, esperto e curatore del patrimonio storico-artistico…va tutto bene purchè, prete o laico, si cerchi il regno di Dio e la sua giustizia, il resto verrà.
Tutto il buono che nelle comunità cristiane si sta esprimendo, nella relazione tra preti e laici e nella formazione iniziale e permanente dei sacerdoti, va sostenuto e incoraggiato.
Toccando solo un aspetto del tema, mi permetto comunque di segnalare che ciò non esime dal riproporre senza esitazioni la questione, ormai non rinviabile, del celibato posto come legge obbligatoria e conditio sine qua non del presbiterato. Il Magistero, di là dalle dichiarazioni, ne sta facendo ad oggi un assoluto, ben sapendo che invece la questione è storicissima e sempre rivedibile.
Ribadisco quanto affermato altrove in questo sito: è un errore porre il celibato come condizione obbligatoria del presbiterato, mentre è del tutto appropriato presentarlo come prospettiva possibile. Quanti di noi non conoscono ottimi giovani che hanno lasciato la via verso il sacerdozio poiché hanno riconosciuto con onestà di non poter assumere il celibato? E quanti di noi non conoscono ottimi uomini che un tempo sono stati preti e poi, impossibilitati a rinunciare ad una vita sentimentale senza massacrare la loro umanità (e adagio con i troppo facili appelli a più che dubbie “cristoconformazioni”), hanno con dolore lasciato la via del servizio presbietrale, che invece avrebbero potuto continuare a rendere con indiscussa generosità? Almeno su questo ci sarebbe da imparare qualcosa dagli ortodossi, peraltro usando anche meno ipocrisia verso i preti cattolici di rito orientale, i cosiddetti greco-cattolici, di cui a Roma – ad esempio pensando alla Romania o all’Ucraina – fino alla caduta del Muro ci si vantava perché tenevano viva la fede cattolica, salvo oggi spesso metterli da parte e quasi vergognarsene quando tali preti vengono in Italia, proprio perché sposati.
Per carità, nessuna equazione troppo banale sul tema maturità affettiva e celibato, così come nessuna banalizzazione sui motivi che fino ad oggi hanno indotto una parte del Magistero a ritenere opportuna la legge del celibato. Ma continuare univocamente in questa direzione non porta lontano.
E, a dirla tutta, sarebbe anche ora di finirla con encicliche e discorsi splendidi su sessualità, matrimonio e dintorni se poi proprio l’ambiente ecclesiastico (ma non solo, ahinoi) è il primo, fatte le debite e certo non rare eccezioni, in cui tutto ciò che è legato al sesso vive nell’afflizione di psichismi contratti, angosciati, bisognosi di trasformazione. Madre santa, tanta insistenza sul sesso tipica di chi non ne ha la più pallida esperienza! Un’insistenza esattamente speculare, all’opposto, alla vuotaggine di chi lo nullifica nella banalità! Un po’ di franchezza nella Chiesa, insieme certo a tanto rispetto e pietas, sarebbe ora di iniziare ad averla. La storia travolgerà impietosamente (sta già iniziando) chi farà finta che si può andare avanti come si è fatto finora.
Il Vangelo di Gesù è quel che di più grande e prezioso ci sia stato dato. Noi e il mondo ne abbiamo un bisogno disperato. Condizionarlo – nella forma e servizio del presbiterato – al celibato obbligatorio si trasforma inesorabilmente in miopia. Il tempo lo mostrerà, proprio come è accaduto con tante altre cose nella vita della Chiesa che per un determinato periodo – e spesso del tutto legittimamente – hanno avuto la loro ragione e senso, ma poi sono tramontate. Nostro Signore non ci ha dato la legge del celibato. Perché dovremmo imporla e lasciarcela imporre?
Conoscere se stessi. Imparare come è semplice e difficile amare. Aprire alla strepitosa smisuratezza del Vangelo… Tutto questo sì. Ma con “l’obbligo canonico” del celibato in quanto tale, perdonate, tutto ciò non ha nulla a che fare.
Provo a mettere ordine nel groviglio di pensieri su un argomento così complesso e delicato.
1. Anche se i preti scarseggiano, i criteri di selezione dei candidati al sacerdozio devono essere rigorosi. E’ imprescindibile privilegiare la qualità, anche a discapito dei numeri.
2. Maturità umana: prima di tutto uomini e poi eventualmente anche preti. Non preti a prescindere.
3. La Chiesa richiede due vocazioni in una: quella al sacerdozio e quella al celibato.
Non sono la stessa cosa e non tutti ce l’hanno entrambe.
Il problema è che molti lo scoprono quando è troppo tardi.
4. L’offerta totale di sè, celibato compreso, nella conformazione a Cristo, non può limitarsi al momento dell’ordinazione; si deve rinnovare ogni giorno ma deve essere libera.
Invece i preti che hanno smarrito se stessi e il senso della propria missione, continuano a trascinarsi sotto un peso sempre più insostenibile che rischia di schiacciarli, solo perchè non hanno la forza e il coraggio di voltare pagina e ricominciare da zero( ci sarebbe un’identità in frantumi da ricostruire; il problema di trovare, di questi tempi poi, un lavoro per vivere; quello delle restrizioni, introdotte durante il precedente pontificato, nella concessione della dispensa dal celibato, che porta molti a rinunciarvi).
4. Formazione: cultura teologica, ma anche e soprattutto spiritualità. Per chi si prepara a vivere da prete, Dio non può essere soltanto “l’Essere perfettissimo, Creatore del cielo e della terra”.
Deve essere prima di tutto un’esperienza vitale e vivificante d’amore.
Il traguardo della vita spirituale deve essere il rapporto mistico.
Per Carlo Carretto, che parlava di “celibato verginale mistico” come di una esperienza che solo una minoranza di sacerdoti riescono a vivere, Dio era il “cuscino” al quale si addormentava abbracciato la sera.
5. Condizioni di vita: in genere i preti vivono soli o con la famiglia d’origine, finchè c’è. Li aiuterebbe convivere con dei fratelli sacerdoti? Io penso di sì.
A proposito, finchè si rimane a casa con mamma e papà l’adolescenza si prolunga a tempo indeterminato. Per i preti è forse diverso?
6. Sovraccarico di impegni: pochi preti, troppe parrocchie e tutto ancora centralizzato sulla figura del sacerdote, quando molto potrebbe essere delegato ai laici.
Troppi impegni = poco tempo o nulla per le relazioni umane con i fedeli, mentre il messaggio cristiano passa anche, o forse principalmente, attraverso la relazione.
Troppi impegni = poco spazio per la preghiera, il rapporto personale con Dio, la ricerca del silenzio e del deserto, dove Dio parla al cuore e si rivela.
Troppi impegni = esaurimento psico-fisico.
Su queste premesse si insinua spesso la crisi, esistenziale o vocazionale.
7. Solitudine: difficile per un prete sperimentare rapporti di vera e profonda amicizia con i confratelli e spesso anche relazioni umane autentiche e arricchenti nella propria comunità parrocchiale, perfino nella cerchia più ristretta dei collaboratori laici.
8. Quando un prete sta male, c’è qualcuno che se ne accorge e che fa qualcosa per aiutarlo? Io conosco un parroco che ha problemi di alcolismo e so che alzava troppo il gomito già ai tempi del seminario.
9. Perchè, e questo vale per tutti, per qualunque problema di salute si va dal medico e se invece il problema è psicologico o ancora peggio di carattere psichiatrico si fa finta di nulla?
10. Vogliamo, attraverso il prezioso apporto delle scienze umane, fornire ai seminaristi gli strumenti e le chiavi di lettura per capire meglio se stessi e chi sta loro vicino?
11. Molti preti non pregano più. Ci ricordiamo di farlo noi per loro?
Ti ringrazio Mery, per il tuo contributo sempre attento, mai banale ed equilibrato, Cristiano soprattutto.
Mi ritengo fortunata perché ho splendide amicizie con sacerdoti che tengono fedeli agli impegni assunti al momento dell’ordinazione. Personalmente penso che il celibato sia un valore aggiunto, ma non indispensabile, e che è possibile che nel tempo ci si renda conto di aver preso una decisione più difficile di quanto consentito dalle proprie forze. Quello che spero è che non vengano ammesse in seminario se non persone che abbiano già completato il ciclo di studi, che abbiano passato del tempo “nel mondo”, magari in quelo del lavoro, e che nei vari seminari sia obbligatoria la presenza di docenti donna. Non è un problema di quote rosa, ma la necessità di sentirsi dire cose anche con la sensibilità femminile. Cito un esempio: ho sentito omelie splendide sul racconto evangelico della Samaritana. Poi ho sentito due donne, una cattolica, l’altra valdese, che hanno commentato lo stesso brano: non so dirvi quante sfumature intelligenti, profonde, straordinarie sono state presentate da due donne che hanno “dialogato” con una donna del Vangelo. In una famiglia non c’è solo la figura paterna, c’è anche quella materna: entrambe importanti, assolutamente complementari.