In questo articolo Gilberto Borghi scrive: “Il paradosso del Sinodo: si dichiara il desiderio di cambiare linguaggio e forme di vita per essere più fedeli a Cristo e comprensibili dal mondo, ma si parte con una forma molto distante da questo obiettivo”. E tu che ne pensi?
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Condivido quasi in toto l’analisi (a partire da quanto sia inutilmente estenuante quel testo…).
In particolare l’errore di continuare a considerare le famiglie e le parrocchie come luogo di nascita della fede così come sono e, di conseguenza, puntare sull’approccio ai giovani. Non è sbagliato in sè, ma appunto di omette di considerare quanto la stessa formazione e capacità di testimonianza di famiglie e parrocchie – degli adulti insomma – sia ridotta ai minimi termini. A tal proposito segnalo questo interessante articolo di Pietro de Marco, che sostiene la necessità di ricondurre proprio lui, l’adulto, al centro della preoccupazione educativa cristiana: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350276.
Sono meno d’accordo sul fatto che l’insistenza sul rato razionale della fede sia un errore. Siamo d’accordo che le opere siano una forma di testimonianza capace di ‘parlare’, ma credo che – in vista dell’anno della fede – il documento abbia giustamente voluto raddrizzare una deriva ‘sociale’ e magari anche emozionale della testimonianza, che in fin dei conti, se non opportunamente razionalizzata (se non ne viene adeguatamente resa ragione) rischia di poggiare su piedi di argilla. Proprio nel mondo post-moderno, le opere di fraternità, di vicinanza e di aiuto alle persone in necessità spirituali e materiali non sono più prerogativa del Cristianesimo e, in ogni caso, le opere non sono sufficienti a fare un cristiano.
Non dico che sia sufficiente testimoniare sul solo lato razionale della fede: dico solo che è indispensabile affiancare questo aspetto, ed in maniera decisa, alla testimonianza delle opere. E sono convinto che rendere ragione della propria fede non possa essere una mera risposta ad una domanda che ci viene posta ma, come ogni buon maestro deve fare (e Gilberto lo sa certamente fare!), significhi anche insinuare e sollecitare la domanda stessa, che è la domanda fondamentale.
Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. (Dt 6)
Coraggio Gilberto,
ti ringrazio per la sintesi. La spinta ad uno stile meno prolisso e più diretto si farà strada prima o poi, persone appassionate come te daranno l’impulso necessario.
Ci sono tanti autori che sanno parlare al pubblico in modo nuovo (cito Curtaz che a me piace moltissimo, a costo di sucitare le alzate di ciglia ed i sorrisini di qualche invidioso fratello…)
Circa il dare ragione della propria fede, io lo considero invece un aspetto essenziale. Senza l’insistenza su questo tema di Benedetto XVI, io non sarei tornato.