In questo articolo Giorgio Bernardelli scrive: “Sento tutta la vergogna e l’impotenza di fronte al dramma che stai vivendo. Ma credo che il modo migliore per starti vicino – e difendere i tuoi diritti – sia imparare ad amare con te il tuo Paese”. E tu che ne pensi?
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“Le metto a confronto con le domeniche così tiepide di tanti cristiani italiani come me e mi chiedo se la vera ragione per cui nessuno ce l’ha con noi non stia nel fatto che le abbiamo rese da soli così insignifcanti.”
Pienamente d’accordo. Quanti di noi smetterebbero di andare a messa se rischiassimo la vita?
è davvero una dimensione molto lontana per noi, molto difficile da introiettare…
ma mi permetto una provocazione: io smetterei immediatamente di andare a messa se rischiassi la vita! Non è forse la vita ciò che di più prezioso abbiamo? Forse il “martirio” dei nostri fratelli nigeriani vale più della vita? Sta portando dei frutti? In fondo sotto le persecuzioni anche i cristiani dei primi secoli si nascondevano: dovremmo biasimarli per questo?
Non voglio mettere in discussione il significato del martirio in sé e assecondare il terrore è un’azione che viene biasimata anche in contesto laico, ma qualche domanda mi sorge…
Per una volta siamo (parzialmente) d’accordo: prima di tutto viene la vita (vale anche per i valori non negoziabili, se lo ricordi bene) ma senza dimenticare le parole del Signore: “non di solo pane vive l’uomo” (Lc 4,4). Non se ne dimenticavano i cristiani dei primi secoli, che si nascondevano ma non rinunciavano alla Messa e ai sacramenti, alla preghiera, alla vita spirituale: lo facevano “con prudenza” nelle Catacombe. Il paragone non è comunque calzante, perchè oggi non è lo Stato nigeriano a perseguitare i cristiani, come lo stato romano ai tempi di Nerone ed epigoni, ma è un gruppo di terroristi islamici dai quali lo stato, le forze dell’ordine, eventualmente anche le organizzazioni internazionali, devono difendere i cristiani nigeriani.
Anche io probabilmente temerei di andare in chiesa la Domenica. Ma, voglio sperare, assieme a tanti altri farei di tutto per poter assistere anche in una cantina ad una Messa e, se non fosse possibile, vorrei averlo il coraggio di quei cristiani nigeriani.
Sono invece in totale disaccordo sul resto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà. Certamente il martirio dei nostri fratelli nigeriani vale a loro più della vita, perché vale loro la vita eterna, e non vedo quale frutto più grande potrebbe portare.
E, ricordo, è sempre stato lecito se non cercare il martirio, almeno desiderarlo. Su tutti, sant’Ignazio di Antiochia. Per cui non diamo degli stupidi o dei folli ai fratelli nigeriani che anche questa domenica a Messa ci andranno.
Ma certo che sono dei folli:
avete presente l’elogio della follia di Erasmo? O il folle, ossia il credente, di Kierkegaard?
La fede non è del tutto logica. E’ un tuffo nel mistero che dà senso alla vita, perchè una vita senza senso spesso non ha sapore.
Tutta la mia preghiera per quei fratelli.
“E, ricordo, è sempre stato lecito se non cercare il martirio, almeno desiderarlo.”
Io penso che la cosa più grande che possa fare un cristiano è chiedere che sia fatta la volontà di Dio: tutto il resto posso accettarlo, ma condividerlo mai! Cristo stesso ha chiesto al Padre di allontanare quel calice… e noi vorremmo sostenere la ricerca del martirio come modello? So benissimo che la storia è ricca di esempi in tal senso, ma avrò il diritto di preferirne altri…
Un conto è la testimonianza e i rischi che può comportare, un conto è lo sprezzo per la vita terrena a fronte della vita eterna …: lasciamo decidere a Dio come e quando!
PS anche ammettendo che il passo citato possa essere tirato fino alle sue conclusioni, certamente in prima istanza vuole dirci altro…
PPS l’ipotesi cantina era anche mia (ho citato non a caso le catacombe), ma anche lì non andrei oltre (dove due o tre sono riuniti nel mio nome…)…
Caro Massimo, capisco che l’ernstfall, il caso serio come direbbe von Balthasar, sia poco politically correct, faccia paura e sia considerato sciocco dalla nostra fede secolarizzata che vede nella vita terrena il bene supremo da tutelare.
Tuttavia Gesù Cristo è lì sulla Croce a ricordarci cosa significa. E, se il suo Sacrificio è certamente incruento ogniqualvolta si rinnova sull’Altare ad ogni Messa, la sua morte di Croce è invece stata quantomai cruenta, e ci ricorda cosa significhi in ultima analisi essere cristiani fino alle estreme conseguenze.
Dicevo precisamente che non è lecito cercare il martirio, ma desiderarlo, che è poi desiderare la volontà di Dio (… ma sia fatta la tua volontà, non la mia, per completare la tua citazione), e desiderare ne più ne meno che la testimonianza. Ite missa est significa esattamente questo, e non altro, fino al caso serio.
Lasciamo decidere a Dio come e quando, certamente. Tuttavia è pienamente comprensibile che per salvare la propria vita, rinunciare a quella anticipazione della Vita Vera che è il sacramento della Messa – sacramento, il mistero nel quale Cristo si fa presente e agisce nella storia degli uomini – non sia precisamente la volontà di Dio, almeno non per come ce l’hanno insegnata schiere di martiri (testimoni) dal primo secolo ai giorni nostri.
Quei nigeriani che vanno a Messa ogni Domenica non cercano il martirio ma sono disposti a subirlo: preghiamo per loro e lasciamo convertire le nostre fedi tiepide dalla loro silenziosa testimonianza.
grazie dell’integrazione: nella prima versione mi sembrava che il cercare il martirio venisse dato quasi per buono…
io non ho difficoltà, purtroppo, ad ammettere la tiepidità della mia fede, però la questione della volontà di Dio per me è centrale e non sono disposto a barattarla, anche con le migliori intenzioni. Mi spiego: si parla tanto di relativismo e soggettivismo, ma non si colgono mai quando si va in una certa direzione; che senso ha aspirare al martirio? Cosa ne sappiamo del progetto di Dio su di noi? Mi suona un po’ come il cercare un posto di prestigio e mi infastidisce come quando (una volta, non penso più, ormai…) le pie madri pregavano perchè i figli prendessero i voti: ricordiamoci che le strade della santità sono molte e non le scegliamo certo noi, nemmeno facendo un passo avanti!
Quanto all’eucaristia, pensiamo a quante comunità nel mondo vi devono rinunciare per mancanza di sacerdoti (e forse prima o poi toccherà anche a noi)… non me la sento proprio di metterla sullo stesso piano del valore della vita umana (inteso in senso alternativo) (sbaglierò, ma oggi, qui ed ora, la penso così)…
Il riconoscimente della condizione di martirio dei cristiani nigeriani in Nigeria è di livello diverso dal riconoscimento dello stato di minorità o di sfruttamento dei (cristiani) nigeriani in Italia.
Allargare il campo di osservazione può essere certo utile, ma certe volte può risultare non pertinente.
Io ritengo che sia comunque un bene riconoscere che questi martiri sono “dei nostri”.
Come ritengo anche – e la discussione qui sopra un po’ lo dimostra – che non sappiamo pensare “ai” martiri perchè non sappiamo pensare “i” martiri.
Spesso mi soprendo a pensare che un autentico pensiero “del” martirio, per quanto empiamente rovesciato, oggi lo abbiano solo i martirizzatori…
A mio modesto parere, il martirio non e’ auspicabile, ma purtroppo puo’ capitare.Confermo che questi martiri sono “dei nostri” fratelli e sorelle ” maggiori ” ( un livello piu’ alto) da portare nel cuore durante le nostre S.Messe tiepide e distratte.Per queste persone, nelle loro celebrazioni clandestine o meno, la sola recita del ” rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”sia “umanamente” straziante e dolorosa perche’ non e’ cosi’ semplice ed automatico perdonare. Il solo pensiero mi fa’ passare tiepidezza e distrazione.
“rinunciare a quella anticipazione della Vita Vera che è il sacramento della Messa – sacramento, il mistero nel quale Cristo si fa presente e agisce nella storia degli uomini – non sia precisamente la volontà di Dio”
Se all’occhio e alla razionalità del non credente rinunciare alla messa domenicale possa sembrare ben poca cosa di fronte ad un pericolo mortale, o addirittura l’unico atto sensato, per chi ha posto la propria vita in Cristo vuol dire rinunciare a quel processo di rigenerazione della fede che proprio la liturgia del settimo giorno riesce a donare.
Grazie ad essa si trae la forza per opporsi al disorientamento e alle continue pressioni di questo mondo, che se assecondate avrebbero un effetto nefasto sulla Vita, quella che ci è stata promessa essere eterna.
Io che per anni ho fatto fatica ad intendere il significato e lo scopo ultimo dell’Eucaristia, ora la intendo così, e senza di essa non potrei più vivere.
Sotto questa luce credo che Ireneo intendesse il martirio, che non va certo ricercato per accappararsi un posto in prima fila, ma non può essere eluso se questo vuol dire rinunciare all’eucarestia. Io ne sarei capace? Spero di saper accettare il coraggio che Dio mi non mancherebbe di infondermi in caso di bisogno.
Quanto alla nostra fede tiepida o assente: è vero che questa viene da Dio, che però bussa a tutti, più di una volta, anche se spesso in maniera discreta.
Sta a noi aprire la porta e fidarci di lui, saremo però sempre liberi di chiudere il nostro cuore a doppia mandata decidendo che l’unica entità degna della nostra fiducia sia il nostro cervello.
In questo caso dovremo però rassegnarci a vivere nella paura, perchè da soli gli eventi ci sovrasteranno.
Fabio, Fabio… vedi che sei manicheo? passi da un tentativo di ragionamento sul senso e sul valore della vita terrena, dove nessuno ha mai voluto mettere in discussione il valore dell’eucarestia… al “rassegnarci a vivere nella paura, perchè da soli gli eventi ci sovrasteranno”…
Bisogna mettere in conto anche umanità, sensibilità e modi di pensare diversi e multiformi, c’è spazio per tutti: non trasformare l’innamoramento e la luna di miele del tuo ritorno alla fede in un’esperienza che chiude anzichè aprire (scusami se mi permetto, ma da fuori mi fai un po’ questo effetto…)
Che il martirio “non può essere eluso se questo vuol dire rinunciare all’eucarestia” mi sembra francamente tirata per i capelli: non stiamo mica parlando di abiura, ma di sana prudenza!
Ti racconto un episodio: molti anni fa, ai tempi dell’università, quando ho vissuto un esperienza molto intensa anche sul piano della fede, una sera tornavo in macchina insieme ad amici ed eravamo in ritardo per la messa; al vedermi fremere per questo motivo, il ragazzo che guidava (che tra l’altro stava vivendo anch’egli un cammino di fede ancora più intenso del mio) mi ha detto più o meno: “non vorrai mica che per arrivare in orario a messa rischiamo la vita nostra e degli altri!?”
Ecco, il tono dei miei interventi era su questo piano…
Comunque, tornando al martirio, non è la morte che mi fa paura: dare la vita per gli altri (penso alle madri che non si curano per preservare il frutto del loro grembo, penso al coraggio di mettere a repentaglio la propria incolumità per salvare qualcuno…) rientra serenamente nel mio modo di ragionare, così come può rientrarvi il martirio inteso appunto come evento che purtroppo può capitare (citando Antonella) ma non auspicabile in sè; con questo non voglio mancare di rispetto ai martiri, ci mancherebbe, solo non riesco a calare sulla mia esistenza il loro modello: che sia fatta la volontà di Dio è la preghiera più bella e difficile, il resto è nei suoi disegni…
Caro Massimo, c’è una bella differenza tra il perdere una Messa perché si è in ritardo (se anche è di precetto noi siamo cattolici, abbiamo la confessione
), e l’essere costretti a rinunciarvi perché qualcuno te lo impone con la forza, pretendendo che tu rinunci alla tua fede che tu abbandoni la tua terra e che questa venga scristianizzata. Nel primo caso è ovviamente stupido rischiare la vita; nel secondo caso, lasciamolo almeno alla coscienza dei singoli. Mi limito a sottolineare che i martiri non sono solo quelli che vengono uccisi ‘per caso’ per via della fede, ma sono soprattutto quelli che vanno incontro alla morte per via della fede, pur potendola evitare con l’abiura (o l’emigrazione, o la rinuncia all’eucarestia o alla fede).
in fondo era il senso della mia provocazione iniziale, però messa così la questione mi sembra un po’ banalizzata; tuttavia, se possiamo confessarci per aver perso una messa “senza motivo”, concluderei che c’è ampio spazio e dignità per tutto quello che si colloca da qui al martirio, senza scomodare certi proclami ultimativi che ho letto qua e là…
Eh Massimo…. se mi conoscessi cambieresti presto idea, forse un giorno questo succederà.
Mi scuso per averti dato questa impressione di chiusura con i miei post, evidentemente devo ponderare meglio quello che scrivo.
Parlo di Dio solo con chi ha voglia di ascoltare, non faccio proseliti e non mi sogno di imporre nulla a nessuno. Certo, se sento qualcuno sparlare di cose che non sa non mi faccio problemi ad intervenire, ma con i dovuti modi.
La mia però non è una luna di miele, vivo il mio nuovo incontro con Dio da più di 15 anni, con le mie crisi e con la ricerca ed un confronto continui, consapevole che non si è mai definitivamente credenti.
Non ti mettere perciò nella posizione di quello che sa cosa provo ma che è andato oltre e che considera la mia condizione temporanea e perfino un po’ ingenua. Sbaglieresti.
Evidentemente mi sono espresso male: non giudico auspicabile il martirio, tantomeno considerò eroico cercarlo. Se ci fosse un problema di terrorismo religioso in Italia, farei senz’altro uso della prudenza per amore dei miei figli di mia moglie e della mia stessa vita.
Volevo però porre l’accento sul fatto che pensare di vivere la dimensione religiosa cristiana solo nel proprio intimo, rinunciando alla funzione celebrativa e alla comunità, vuol dire non aver capito granché del messaggio di Cristo.
Sottolineo questo aspetto perché è così invece che una gran parte del moderno pensiero intellettuale vorrebbe che si riducesse il rapporto dell’uomo con il trascendente. Malgrado le differenze di vedute credo che su questo tu convenga con me.
Ti rassicuro sul fatto che il mio fervore religioso mi possa portare ad avere un atteggiamento intransigente o addirittura imprudente. La gran parte dei nostri amici sono agnostici (qualcuno però lo è sempre meno), a volte capita di passare dei fine settimana senza messa, io e mia moglie cerchiamo di compensare con le letture del giorno, convinti che le relazioni sociali con le persone che amiamo non possono essere disattese e che Gesù per questo ci capisce.
Non si è manichei semplicemente perché si ha il coraggio di prendere una posizione. Se ti aiuta nelle tue riflessioni classificare la gente in questo modo fa pure, tieni però presente che non guardo chi non la pensa allo stesso modo come il male da abbattere. Da cristiano li considero fratelli con cui cercare di dialogare, non sempre dal loro trovo però la stessa disposizione d’animo.
Infine, mi scuso per la lunghezza del posto forse un pò OT, la mia considerazione sul fidarsi di Dio e non solo del nostro cervello deriva da esperienza personale e dalla constatazione dei comportamenti delle persone che mi vivono intorno.
Da buon ingegnere e amante della scienza, mi ero convinto che la conoscenza mi avrebbe salvato, che prima o poi tutto mi avrebbe svelato. Pretendevo quindi di avere il controllo della mia vita e questo mi metteva una pressione enorme. Scoprire di non averlo questo controllo mi procurava un senso angoscia.
E’ la stessa paura che vedo negli occhi di tanta gente, soprattutto di questi tempi in cui sentono sgretolarsi le certezze su cui avevano fondato il senso della loro vita.
L’incontro con Gesù mi ha liberato da questo fardello insopportabile, altri troveranno refrigerio in qualcos’altro. Attenzione però, la tendenza a costruire sulla sabbia è facilitata da un atteggiamento diffuso che rifiuta di fare i conti con le questioni esistenziali a cui l’uomo primo o poi è chiamato a dare una risposta.
Grazie Fabio! Quando dico che la razionalità della fede, che pure resta e deve restare, oggi non è il punto centrale di chi crede, dico esattamente quello che tu racconti: accettare di non avere il controllo sulla propria vita e riconoscerlo a Dio…
Grazie anche da parte mia; ti dico solo che c’era sincerità nelle mie parole così come ne percepisco tanta nelle tue! A volte questi strumenti di confronto lasciano molto margine a fraintendimenti: felice che ci sia anche il modo di chiarirsi…
“Sine Dominico non possumus.” (dagli Atti dei martiri di Abitene). E’ tutto qui.
Il martirio “usque ad effusionem sanguinis” non va cercato e neppure, credo, desiderato (oggi non è questo, certo, il rischio che corriamo, noi tiepidi cristiani d’ Occidente) ma riconosciuto e stimato sì. I martiri giudicano e feriscono innanzitutto me, la tiepidezza della mia testimonianza (martyrion) quotidiana. Io non so davvero cosa farei al posto dei fratelli nigeriani; so però che solo l’offerta della vita a Cristo, istante per istante, può educarmi a stare di fronte a quella possibilità estrema ma realissima, già oggi, per tanti cristiani.
“… solo l’offerta della vita a Cristo, istante per istante…”
concordo su tutto
Scrivevi più su: … ampio spazio e dignità per tutto quello che si colloca da qui al martirio …
Perfettamente d’accordo, e credo che in questi post si siano utilmente dipinte molte sfumature di questo ampio spazio, oltreché gli estremi.
Sia per “caso ” o “andando incontro alla morte” lacentralita’della volonta’di Dio come dice Massimo anche per me e’ fondamentale!Non auspicare il martirio significa essere consapevole della mia debolezza per non fare un atto di presunzione di fronte a Dio e continuare ad avere un atteggiamento umile proprio perche’ lo considero una delle piu’ “alte testimonianze” .Ma non la sola!!Nei Vostri interessanti post parlate giustamente della liberta’, della vita e della centralita’ dell’Eucaristia.Ma accostarsi all’ Eucaristia significa anche perdonare il terrorista islamico che mi ha fatto saltare con una bomba un familiare!!Anche questo e’ martirio!!Perdonare una delle cose piu’difficili che ci chiede il Cristianesimo.Mi sembra che Voi al di la’ della questione liberta’ Vi avvicinereste all’Eucarestia senza problemi????Beati Voi, io sono rimasta indietro!!Perdona Ireneo le mie sfumature ed estremi!! non avercene!grazie.
Cara Antonella, dici cose giustissime. Tutto ciò che scrivevo (scrivevamo) non voleva sembrare presuntuoso, erano sottolineature di verità che – credo tutti noi – faremmo fatica a vivere sulla nostra pelle in concreto (all’Eucarestia personalmente mi accosto molto più di rado di quanto vorrei…).
A riprova poi di ciò che dici sulle diverse modalità di martirio, citavo prima sant’Ignazio di Antiochia, che nel I secolo scriveva Lasciate che io sia preso dalle belve, per mezzo delle quali mi è dato di raggiungere Dio… Carezzate piuttosto le fiere perchè diventino mio sepolcro…, espressioni ben dure!
Ma un secondo grande Ignazio, sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, assume proprio il nome del primo sant’Ignazio, che desidera imitare, intendendo il martirio non nel senso letterale della morte fisica, ma piuttosto come esigenza di fare dono quotidiano della propria vita per il Signore ed i fratelli, scomparendo alla vita ordinaria.
Grazie Ireneo delle tue consolanti parole e per aver condiviso la bellissima frase di S.Ignazio di Antiochia “carezzate piuttosto le fiere perche’ diventino mio sepolcro”.Il discorso mi e’ piu’ chiaro e il dibattito con Voi mi arricchisce sempre.