In questo articolo Diego Andreatta scrive: «”La malattia è aconfessionale”, confida un cappellano ospedaliero. Così in alcuni ospedali si è destinato un locale al raccoglimento per le altre religioni». E tu che ne pensi?
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La malattia è umana, cioè “cattolica”.
Aule del silenzio o del raccoglimento, benissimo.
Senza dimenticare che niente è più angosciante di un silenzio senza una Presenza che accolga e ascolti: è la soglia del nulla.
In linea teorica e generale è una buona proposta, molto caritatevole. Non so quanto sia fattibile, se è sufficente pensare a una “stanza” multiconfessionale o se dovremo aspettarci una serie di richieste per diverse “cappelle” per ogni culto. In particolare ho qualche perplessità sulla concessione di spazi ospedalieri ai musulmani, data la pretesa che ogni loro luogo di preghiera debba essere un loro possesso esclusivo ed eterno.
Per la verità non sempre le cappelle degli ospedali sono un punto di riferimento per i malati cattolici: i cappellani non passano nelle corsie ne’ per i sacramenti, ne’ per il conforto dei degenti, le messe sono celebrate frettolosamente (perchè magari i cappellani hanno altri incarichi) e bisogna “prenotare” per tempo una confessione… Parlo per esperienza diretta e personale. Non ne faccio una colpa ai cappellani, magari anziani, ma credo che prima di pensare alle esigenze delle minoranze, dovrbbero occuparsi di quelle, piuttosto trascurate, della maggioranza.
Se queste ‘aule del silenzio’ prendessero piede ne sarei lieto per coloro che trarranno giovamento dall’utilizzarle.
Ne soffrirei però se, in nome del politically correct, dovessero soppiantare le cappelle cattoliche che si trovano in molti ospedali, perché per me, per un cattolico e anche per un ortodosso, pregare in un’aula vuota è ben diverso che pregare Gesù Cristo che sta di fronte a me nel Santissimo.
La malattia è aconfessionale. Non così, almeno per un cattolico, la preghiera.
Andreatta riporta le parole di un cappellano, ma bisognerebbe sapere cosa ne pensano gli interessati, cioè i ricoverati appartenenti a religioni diverse da quella cattolica.
La proposta è legittima, ma ho l’impressione che rientri nel genere del bene compiuto per gli altri, a dispetto di quello che pensano.
Condivido la riflessione di Ireneo. Preghiera e raccoglimento non sono esclusiva dei cattolici, è giusto pensare alle esigenze spirituali dei non cattolici, ma non perdiamo di vista la differenza tra una “stanza del silenzio” e una cappella con un Tabernacolo dove è presente il Signore.
“la malattia è aconfessionale”.
la salute, invece, è confessionale?
perchè se sono sano vado in Chiesa e seinvece sono malato devo andare in un luogo “aconfessionale”??
Scusate ma tutto ciò non ha alcuna logica.
Mi preme precisare a Giovanni che la proposta non viene dal cappellano ospedaliero; è stata avanzata e condivisa da esponenti di altre fedi dopo aver raccolto le attese dei loro malati.
Grazie per la precisazione.
Nessuno parla di sostituire le cappelle, che sono peraltro previste (correggetemi se sbaglio) per legge concordataria, ma semplicemente di affiancarle.
@Ireneo: naturalmente condivido il ragionamento generale, ma ricordo che gli ortodossi non sono soliti conservare in chiesa, e tantomeno adorare, le specie consacrate.
Verissimo lapsus mio…
Hanno però un tale senso del culto di dulia che li immagino difficilmente a loro agio in una stanza vuota, senza almeno il punto focale di un’icona cui rivolgersi
Sono un medico ospedaliero e il dibattito sulle stanze del silenzio, luoghi di riflessione e preghiera multiconfessionali o a-confessionali, mi ha sempre incuriosito, lasciandomi peraltro alquanto perplesso. L’idea, molto illuminista e tipica dei non credenti, che, in fondo, tutte le fedi siano uguali, e che uno spazio possa essere indifferentemente usato dai credenti delle diverse religioni per pregare e meditare, ciascuno nel proprio modo e secondo la propria sensibilità, è semplicemente assurda. A me è capitato di visitare sinagoghe e moschee, di rimanere ammirato nel contemplarne la bellezza, di percepire il senso di religiosità e di fede che quei luoghi custodiscono e da cui si sono generati, senza però che scaturisse in me il desiderio o l’intenzione di raccogliermi pregandovi da cristiano. Quindi queste stanze del silenzio non funzionano, perché si trasformano rapidamente in non luoghi, anonimi e senz’anima. Mi viene da dire che chi fa queste proposte non sia ben consapevole che l’esperienza della fede religiosa è una cosa seria, e che proprio nei luoghi del dolore dove diventano più forti le domande di senso e di salvezza, bisognerebbe attrezzarsi fornendo luoghi dalla precisa identità religiosa, e non inutilizzabili multisale del sacro.