In questo articolo Francesca Lozito scrive: «Se ci si espone si devono mettere in conto le critiche, ma anche le adulazioni. E il pericolo è trasformarsi in un personaggio da marketing del sacro». E tu che ne pensi?
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Condivido parola per parola… e dopo vent’anni dall’ordinazione non posso che confermare come si tratti di tentazioni molto frequenti.
Grazie a Francesca di questo post…così centrato.
Aggiungerei che c’è anche qualche associazione religiosa che ama le luci della ribalta, legando abilmente luci suoni colori…al vangelo.che creano cosìforte emozione tra gli ascoltatori..mentre i relatori/relatrici sono molto gratificati/e dall’effetto ottenuto…
Qualcuno ha detto”la bellezza salverà il mondo.”
Ma di che bellezza si tratta? Qui secondo me, manca un serio lavoro di discernimento .
Concordo su tutta la linea e nel mio piccolo (per quanto posso, poi si sa che la vanità è sempre dietro l’angolo) cerco di evitare come la peste le eccessive personalizzazioni.
Come contributo alla discussione aggiungo una cosa che quando la lessi mi stupì: in alcune chiese protestanti del Nord Europa (non so se anche negli USA) è d’abitudine esporre in bacheca, oltre agli orari delle celebrazioni, anche chi sarà il predicatore, in modo che ognuno possa scegliere chi gli aggrada di più. Abitudine da non importare, ovviamente.
è un argomento molto ampio e con conclusioni che possono essere anche molto distanti tra loro: voglio dire che, se il criterio guida di discernimento (per riprendere lucia) di questa dinamica restano sempre “i frutti” (veri, incarnati, permanenti e non superficiali), la casistica può essere molto contraddittoria.
Io cmq aggiungo il tema, e tutti i rivoli di riflessione aperti, al mio personalissimo tag/parola chiave “cristiani prestazionali”: una sintesi, un paradigma di lettura che rubo a don Cristiano Mauri.
Superare i personalismi nei social è pressoché impossibile. Tutto può essere recuperato da uno stile che si fa ecclesiale, ma è difficile.
Il mezzo fa anche il messaggio ed influenza comunque l’annuncio. Il tentativo di non annacquare quello che si porta nella rete prendiamolo come onesto.
Io sperimento. Al più sbaglierò provando.
@dontommaso
Ho osservato, letto, ascoltato e pensato questo post. Mi sono anche un po’ confrontata con qualcuno sull’idea che avevo in testa. Ho scelto la forma più personale per evitare fraintendimenti. Ma non nascondo che avevo in mente di fare un ritratto in forma di storia. E allora forse avrei fatto arrabbiare molto di più. Alla prossima
Sono molto stupita dall’aver ricevuto reazioni “liberatorie” , anche in privato, del tipo “finalmente qualcuno che lo dice”.
Perché il problema, allora, è che questi aspetti li vediamo, ma non ce li diciamo abbastanza. Perché?
ci piacciono, non ci piacciono, fanno bene? Parliamone, no?
Attenzione, poi: ci siamo dentro tutti! Anche a me è capitato di “cadere nel tranello” mentre stavo sul crinale dell’adulazione. Credo sia umano.
Poi però capisci che devi ancorarti a qualcosa di solido, appunto, la Parola e che questa passa sì dalla predicazione, ma anche da molte altre cose. E che poi resta nella tua vita, e la tiene salda. Bisogna cominciare dai ragazzi. Non si allontaneranno (dalla Parola non dall’istituzione) se gliela si fa conoscere. Bene.
L’importante è che ci sia, che non sia tenuta nascosta, svenduta, accantonata, troppo mediata.
Molti di coloro che sono lontani dalla Chiesa, spesso anche perché allontanati da atteggiamenti esclusivi, la maneggiano inconsapevolmente meglio di noi la Parola. La cercano. Sanno che è altra cosa rispetto ai tanti canti delle sirene a disposizione oggi. Ne ho avute delle prove bellissime ultimamente.
Perché l’humus in cui siamo cresciuti è per tutti lo stesso.
Simone, credo che i cristiani prestazionali di cui parla don Mauri siano altra cosa e che abbiano a che fare soprattutto con l’iperattivismo proprio, ahimé, di queste lande ambrosiane: fare fare fare per fare. E fare come dicono certi laici che credono di sapere tutto.
Mi ha ferita qualche giorno fa il giudizio impietoso che un ragazzo ha dato di un giovane don che conosco: “lui non li attrae i ragazzi, non è come quel seminarista lì che si mette a ballare e cantare”.
Beh, santa miseria, se abbiamo a che fare con gente che vuole gli animatori da villaggio vacanze in oratorio e non i preti mi chiedo che cosa si stia proponendo.
Grazie a tutti del confronto.
D’accordo solo il parte, forse perchè il discorso viene affrontato in modo troppo generico e non permette di fare i dovuti distinguo.
Senza dubbio la “tentazione” della vanità e del piacere di sentirsi acclamati può essere sempre in agguato per un sacerdote con particolari carismi o capacità comunicative…e sarà sua coscienza tendere a dare gloria a Dio per i doni ricevuti, e non a se stesso.
Quando vedo un sacerdote che riempie le chiese o raduna i giovani, sinceramente, io rendo grazie a Dio per questo, perchè ce n’è tanto, tanto bisogno! E’ vero che , in un primo momento magari i giovani si avvicinano alla parrocchia per “quel prete” e non per il messaggio di salvezza che egli comunica…ma spesso è solo un primo passo, una prima fase a cui poi segue l’inizio di un cammino serio che porterà al rapporto profondo con Cristo e con la Parola e avrà sempre meno bisogno dell’intermediazione di un “prete bravo”.
Le tecniche di comunicazione, la psicologia, l’uso dei mezzi televisivi o multimediali, internet…sono solo MEZZI e non sono giusti o sbagliati in loro stessi. Dipende dall’uso che se ne fa e dalla purezza del cuore di chi li utilizza.
Oggi poter andare in televisione, per un sacerdote e dare la propria testimonianza a milioni di persone contemporaneamente è importante, non necessario, ovviamente, ma credo che come Paolo scriveva lettere, oggi un prete possa utilizzare la tv o internet. L’importante è che cambi il mezzo ma non il messaggio, che non si svilisca la Parola per renderla più “appetibile”.
Mi ricordo un episodio di quando ero adolescente, ero in un periodo difficile con me stessa e mi ero allontanata dalla Chiesa. Per 5 anni non misi piede in una Chiesa (nonostante continuassi a credere in DIo) e l’unico mio legame ocn la Parrocchia in cui ero cresciuta rimase un sacerdote da cui andavo a confessarmi due tre volte l’anno.
Per anni egli ha tenuto con me questo esile filo senza forzarmi, fino a che mi ha aiutata a riavvicinarmi. E’ ovvio che all’inizio del mio rietro nella parrocchia il mio legame con la chiesa era “mediato” da lui, che era stato tanto importante (mi confessavo solo con lui, per fare un esempio e sbuffavo se la messa la diceva un altro viceparroco…) però è durato poco, perchè poi il sopravvento l’ha preso la Parola che il sacerdote mi spiegava e il resto l’ha fatto Cristo, piano piano miha fatto comprendere che era il Sacramento quello che mi permetteva di ritrovare la pace interiore e non chi lo somministrava!
Ho conosciuto tanti “venditori di pentole” ve lo assicuro, soprattutto per il lavoro che faccio, sia in campo cattoli che non, e l’unico modo per distinguere se oltre le “belle parole” c’è sostanza sono i frutti che producono loro e i loro figli spirituali.
Solo così possimao distinguergli dai falsi profeti,cui forse si voleva riferire questo articolo
Mi ha fatto pensare quello che scrivi qua: “Quando vedo un sacerdote che riempie le chiese o raduna i giovani, sinceramente, io rendo grazie a Dio per questo, perchè ce n’è tanto, tanto bisogno”.
Non so, non che non sia bello avere le chiese piene, ma mettersi a ragionarte in termini di quantità mi sembra possa portare fuori strada. Immagino che questa non fosse la tua intenzione e ti chiedo scusa in anticipo, ma la cosa mi ha fatto pensare perchè ultimamente mi interrogo molto sul pusillux grex e sulle minoranze creative, ma magari ci sarà modo di discuterne in un’altra occasione.
Non si tratta della quantità fine a se stessa, come una classifica a quale prete raduna più gente…ovviamente no, però, ripeto, anche questo può essere un segno da considerare.
Evito di parlare per teoria ma faccio riferimento solo alle esperienze che ho in qualche modo vissuto nella mia vita: i sacerdoti che ho conosciuto personalmente che hanno, diciamo così, un “gran successo di pubblico” , sono umilissimi, persone che non prendono su di sè nessun merito perchè sanno che il frutto deriva dall’azione dello Spirito Santo e non da loro stessi.
Sacerdoti che riescono ad “attirare” ragazzi non perchè fanno gli animatori ma perchè cercano di incarnare il più possibile l’Amore di Cristo..quel “Amatevi come io vi ho amato” ovvero dando la vita…e questo porta frutti…anche di numeri a volte.
Ripeto che non sto dicendo che quanto scritto dall’autrice non risponda al vero..ma che, almeno secondo me, rischia di creare una generalizzazione indebita quasi a dire che lì dove il prete ha “successo” c’è per forza qualcosa che non va.
Dipende…il discernimento, il tempo e i frutti aiuteranno a vedere di che tipo di albero si tratta. A noi sta solo evitare di giudicare, cosa per niente facile, almeno per me!
Capito il messaggio, e condivisa la prudenza e l’appello al discernimento… sono piuttosto dell’idea che comunque la Chiesa ha tanto bisogno di comunicatori appassionati e competenti. E ce ne sono in giro troppo pochi, purtroppo.
Il rischio della personalizzazione? C’è sicuramente. Ma vorrei suggerire una provocazione: Gesù chiamò i suoi discepoli (poi Apostoli) per nome. E quando leggiamo il vangelo, nella liturgia, annunciamo che stiamo leggendo dal vangelo secondo Luca, Marco ecc. E le Lettere apostoliche sono di Paolo, Giovanni, Giacomo…
Anche i Padri della Chiesa, spesso grandi predicatori, si sono fatti giustamente un nome: PERCHÈ IL LORO INSEGNAMENTO MERITA GIUSTAMENTE (e seriamente) DI ESSERE RICORDATO E DISCUSSO.
Quindi io propongo: prudenza. Poi, però, leviamo le voci che hanno il coraggio (ci vuole anche quello) e la serietà di farsi sentire per il bene di tutti.
Poi discuteremo, limeremo, porremmo distinguo, limiti e cercheremo sempre la Parola. Ma vengano voci autorevoli, serie e convincenti!
Leggo sempre i vostri articoli sempre molto interessanti che sucitano in me sempre delle riflessioni che spesso condivido con i miei compagni di strada della Fraternità OFS. Sopratutto questo articolo scritto, come sempre, con incisività da Francesca, ha suscitato delle belle discussioni. Il punto che è emerso dalla riflessione è quello che spesso in Chiesa o al Convento, si va più per il sacerdote o frate, più che per Gesù. I religiosi e sacerdoti, sono sicuramente strumenti nelle mani del Signore che ci aiutano a percorrere la strada giusta; ma non sono la strada. L’altra considerazione è andata su quanti sacerdoti e religiosi, ed è umano, eccedono nel protagonismo pensando più a far proseliti più per se che per Gesù e noi laici, purtroppo, non siamo da meno. Scusate la franchezza. Un caro saluto a tutti.
Condivido lo spirito dell’articolo di Francesca, ed anche la sua precisazione successiva (se abbiamo a che fare con gente che vuole gli animatori da villaggio vacanze in oratorio e non i preti mi chiedo che cosa si stia proponendo…)
Credo però che non si debba cadere nella tentazione opposta, di cercare cioè una sorta di ‘omologazione’, rigettando la fecondità di quel giardino di carismi diversi e complementari che è la Chiesa.
donMo scrive di quell’abitudine protestante di indicare per le celebrazioni anche il predicatore. Beh, non è necessariamente un male: anche io quando vado a Messa prediligo alcuni sacerdoti rispetto ad altri: per il modo in cui celebrano, per il diverso equilibrio che danno ai momenti dell’Eucarestia e della Parola, ed anche per il modo di predicare.
Ma non perché alcuni ‘attraggano’ più di altri, o appaghino maggiormente i miei desideri. Semplicemente perché, parlando di Dio e celebrando il Suo sacrificio, esercitano carismi differenti, come siamo differenti noi uomini. In fin dei conti perché riescono più o meno bene a suscitare o conciliare la preghiera.
Mi si passi l’iperbole, ma chi si è lasciato convertire da San Filippo Neri, forse, sarebbe fuggito di fronte a San Gerolamo, e viceversa!
Concordo: non dimentichiamo – anche se condivido nel complesso lo spirito del post – che c’erano le folle che andavano ad ascoltare Qualcuno che duemila anni fa predicava sulle strade della Galilea e un po’ di carisma l’avrà avuto anche lui per attrarre a sé …
Non possiamo evitare che oggi messaggio e mezzo spesso si contendano il primato. Forse perché COME annunciamo il Vangelo è già VANGELO. Infatti da 2000 anni il Vangelo è passato da persona a persona, anzi da comunità a comunità, e non da libro a libro. In una parola: la corrispondenza tra messaggio e mezzo ci richiama ad una grande necessità: la coerenza di vita.
Sulle emozioni e sulle simpatie. Credo non si possano “sterilizzare” le relazioni e le pulsioni. Anzi, il contrario. Grande responsabilità di chi si espone pubblicamente saper condurre le persone verso Gesù e la Chiesa, anziché verso se stesso. Accogliere le emozioni e le pulsioni dell’altro e condurle a mature consapevolezze di sé. Sì, grande responsabilità.
Una cosa sono quelli che scambiano l’omelia per una prestazione da villaggio vacanze, una cosa sono quei preti dalle cui parole davvero traspare Cristo: questi io vado a cercarli. Non è adulazione, è che alla mia vita servono testimonianze vive, compagnie che mi aiutino e mi sostengano nella sequela a Cristo nella Chiesa. Il criterio finale è sempre se sono aiuto alla crescita di un rapporto personale con Dio. Uno di questi preti per me è il papa Benedetto: tutte le volte che parla dice cose che mi riguardano personalmente e profondamente. Le sue parole io le cerco. “Cercate ogni giorno il volto dei Santi per trovare riposo nei loro discorsi”.
Francesca, uno diventa personaggio da marketing del sacro se lo vuole, e così’ noi che li ascoltiamo li facciamo diventare se vogliamo. Hai dimenticato che abbiamo tutti delle teste?
Quanta paura c’è nella chiesa del diverso? Ciao. Un caro saluto.
Non capisco il senso di questo commento.
Diverso?