In questo articolo Roberto Beretta scrive: «Si diceva proprio così, una volta. Com’è allora che, da “santa” che era, oggi l’indignazione è stata degradata a moralismo ipocrita e falso?». E tu che ne pensi?
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Condivido! Indignazione propositiva. Indignazione che nasce dall’amore. E l’amore, di fronte alla tiepidezza, si indigna.
Poi, ovvio, non si vive di sola indignazione. Si deve andare oltre. Ma non crederei ad un amore rivolto a me se non si indignasse mai dei miei momenti di debolezza, di ignavia, di narcisismo… L’amore umano chiede amore. E nella Chiesa si è uomini e ci sprona anche entro i limiti dell’amore umano. Forse solo Lui ama senza chiedere il resto.
“La capacità di indignarsi è l’altra faccia della facoltà di stupirsi: l’una e l’altra originano da un moto del cuore autentico e genuino, sono la scintilla che accende la ragione e la volontà;”
questa me la segno: grazie!
se solo emergesse la capacità di cogliere l’autenticità e la genuinità di certe posizioni… potrebbe scaturirne anche l’impegno ad interrogarsi, a cercare di comprendere, …sarebbe già qualcosa a non liquidare tutto in quattro e quattr’otto!
Posso avere la tessera n.2?
La capacità di indignarsi è l’altra faccia della facoltà di stupirsi: l’una e l’altra originano da un moto del cuore autentico e genuino, sono la scintilla che accende la ragione e la volontà… aggiungerei che è un sentimento che nasce dalla passione, da cuore appassionato che soffre di fronte a tutto ciò che è negativo e lotta (dentro e fuori di sè) per trasformarlo in positivo.
A questo punto mi candido per la tessera n. 3.
Per rientrare tra gli “atteggiamenti cattolici”, l’indignazione deve essere davvero “santa” e avere uno stile diverso da quelle che “molti vescovi” effettivamente contestano.
In uno slogan: santa indignazione sì, indignazione per il gusto di coprire i propri dissensi (e scaricare sulla Chiesa la responsabilità delle proprie debolezza) no.
Personalmente, nel dubbio, preferisco non prendere questa tessera.
sono d’accordissimo. Non una “indignazione e basta”, ma una “indignazione propositiva” o come si direbbe oggi con una parola di moda “indignazione proattiva”.
Purtroppo non mi pare essere questo lo stile di molta indignazione che si vede in giro… soprattutto c’è il rischio di eccessiva semplificazione (come lo stile alla Grillo: posso condividere anche le ragioni sugli inceneritori, ma il mondo è molto più complesso. Non ci sono solo gli inceneritori!).
Quando la complessità viene artificialmente ridotta, ecco che spunta il pericolo ideologia.
Anche la Lega era “indignata” venti anni fa. Abbiamo visto come è andata a finire.
Quindi a me pare che i distinguo su un certo tipo di indignazione, oggi, non siano tanto peregrini.
Ci vuole una indignazione proattiva, globale, che preservi la complessità. Dubito però che farà presa sulle masse…
Mah… io questo invito a non indignarsi da parte dei vescovi non l’ho proprio sentito, sarò forse distratto, ma non credo.
Per il resto sono d’accordo.
Anch’io non prendo questa tessera. Può darsi si parlasse di “santa” indignazione, ci credo senz’altro. Ma, come scrive Chesterton, l’errore è spesso una verità impazzita, cioè tagliata via dalla propria radice.
Io mi accontento di “dolore per il male” (maxime il mio), quello che si riconosce davvero solo guardando a Cristo, dentro la possibilità del perdono.
Oggi, mi pare, l’indignazione è un modo per sentirsi dalla parte delle “anime belle”, per dividere il mondo in bianco e nero, senza guardare all’infinita gamma dei grigi. Per acquietarsi, nella coscienza di far parte di una “differenza” morale, se non antropologica.
Ogni tanto, essendo, per temperamento, assai polemica sono presa dall’ira. Mi guarderei bene dal chiamarla “santa”. Lo fosse dovrebbero accorgersene gli altri.
“Oggi, mi pare, l’indignazione è un modo per sentirsi dalla parte delle “anime belle”, per dividere il mondo in bianco e nero, senza guardare all’infinita gamma dei grigi.”
a me pare, e lo si vede anche qui nel dibattere, che la gamma dei grigi manchi sempre e comunque, anche da parte di chi sottolinea il rischio della semplificazione…
quanto alle “anime belle” e al quietarsi… non so proprio che dire: io ero partito da una considerazione di Beretta che auspicavo potesse rappresentare un punto di partenza condivisibile…, ma se non fa presa nemmeno l’autenticità del cuore, cosa volete che ci raccontiamo…?
comunque meglio una verità impazzita che imprigionata…
Mi pare che una cosa sia indignarsi ed altra sia “fare” l`indignato.
Ogni parola esprime un concetto, ma lo stesso concetto può avere valenze diverse, o essere recepito con significati diversi a seconda del pensiero di chi legge (le famose pre-comprensioni, da cui occorrerebbe separarsi per giungere alla “cosa stessa”).
Indignazione, moto del cuore che rifiuta ciò che considera “non degno”: mi posso indignare se sento una bestemmia, una plateale volgarità, se vedo una palese ingiustizia, se vedo la verità (intesa come realtà dei fatti) mistificata o manipolata o stravolta, se vedo violenza nelle parole o nei gesti: questa mi sembra “santa indignazione”. Non mi sembra “santo” invece indignarmi se qualcuno esprime pensieri diversi dai miei o se agisce (in buona fede) in un modo diverso da quello che io vorrei: cerco piuttosto di argomentare il pensiero mio, cerco di fargli serenamente capire le ragioni per cui ritengo errato il suo comportamento.
Stupore, stupendo: qualcosa che ti apre il cuore in un “ooohhh!”: l’innocenza dei bambini, i gesti di amore gratuito, e soprattutto l’amore di Cristo che dona la sua vita per noi e che noi dovremmo imitare.
Non vorrei dovermi stupire incontrando finalmente dei segnali di onestà intellettuale e di rispetto “democratico” (parola abusata…) per le idee altrui: questa dovrebbe essere la regola, per i cristiani anche “laici”.
Finchè buona parte della nostra Chiesa – a tutti i livelli, chierici e laici – continuerà a ritenere che la virtù per eccellenza sia sempre e comunque “l’ubbidienza” senza se e senza ma (tutti ricordiamo le “raccomandazioni tipo” che abbiamo ricevuto durante la nostra adolescenza: “perinde ac cadaver”, “quello che io vedo bianco lo credo nero se lo stabilisce la Chiesa”, etc. etc.), l’indignazione tra noi cattolici godrà sempre di scarsa considerazione. L’indignazione comporta, infatti, anche messa in discussione, capacità di analisi, senso critico e perciò, come tale, mal si concilia con un’ubbidienza viscerale; per cui anche nella Chiesa Istituzione – così come in qualsiasi altra istituzione – si preferisce ovviamente l’acquiescenza alla capacità di giudizio. Se gli stili di vita raccomandati ai fedeli raramente sono quelli desumibili dal Discorso della Montagna o dal Giudizio Finale bensì, molto più frequentemente, quelli fondati prevalentemente su di un’acritica ubbidienza (a torto assimilata, più o meno consapevolmente, alla mitezza, che invece è tutt’altra cosa), e quindi “buon” cattolico è ritenuto solo chi ubbidisce senza discutere, continueremo sine die ad essere sospettosi nei confronti dell’ l’indignazione. Chi guarda con simpatia all’ indignazione è un ribelle? O non è probabile che sia, invece, semplicemente uno che quando vede cose che palesemente fanno a pugni con il Vangelo ne soffre, e perciò si indigna? Esempio spicciolo e di poca rilevanza (anche se significativo): sulla base delle conoscenze che si hanno attualmente, non è giusto soffrire, amareggiarsi – e quindi chiedere conto e, magari, indignarsi, se le cose stanno effettivamente come al momento appaiono – per l’affare che vede coinvolto il bandito della Magliana? Quanti errori gravi si sarebbero evitati se, nel corso dei secoli, ci fosse stato qualche “ubbidiente” in meno e qualche “indignato” in più? Cordialmente lucio
l’ubbidienza che tu descrivi non è la virtu cristiana, ma un’altra cosa.
l’ubbidienza, quella vera, è uno sforzo personale nel vedere in ciò che propone colui al quale abbiamo liberamente scelto di obbidire, la volontà di Cristo Gesù. O che comunque, in qualche modo pur misterioso li risiede questa volontà. E’ chiaro che se mi viene chiesto di peccare o di andare contro l’amore non può essere quella la vera volontà di Cristo e quindi vuol dire che è l’altro che sta sbagliando: ubbidienza non vuol dire mancanza di discerimento.
Io ad esempio sono sposato: non ho il vescovo come diretto superiore, ma con il matrimonio mi sono impegnato a una reciproca obbedienza fra i coniugi: sforzarmi di vedere in ciò che mi chiede mia moglie la volontà di Dio, anche quando io non la vedo: chiaro, sempre, che se lei mi chiedesse qualcosa contro la carità non sarebbe “riconoscibile” come tale.
E’ vero, però, che l’ubbidienza soprattutto clericale troppo spesso viene forzata a essere una ubbidienza più militaresca che cristiana… e questo è il vero problema.
Grazie Fab, ha espresso pienamente il mio pensiero.
“Finchè buona parte della nostra Chiesa – a tutti i livelli, chierici e laici – continuerà a ritenere che la virtù per eccellenza sia sempre e comunque “l’ubbidienza” senza se e senza ma”
Lucio, ma dove la vede quesa richiesta di obbedienza cieca da parte della gerarchia? Io mi ritengo abbastanza dentro la Chiesa, leggo abbastanza e di tutto (stampa cattolica e non), e tutto mi sento tranne che forzato ad agire in maniera diversa dal Vangelo.
Poi se vogliamo affermare che la Chiesa fa errorei, e capirai, bella scoperta…. e allora? Buttiamo tutto? In nome di che cosa e per affidarci a che cosa?
E’ vero: da nessuna parte viene chiesto questo tipo di ubbidienza.
ci siamo dimenticati di San Paolo, il quale la frequentava molto, vedi la lettera ai Galati, se non ricordo male, e anche gli Atti.
Ma non sarà un pericoloso cripto-ptotestantesimo?
Non prendo tessere, ma certo che continuo ad indignarmi:e anche ad ubbidire, l’una cosa non impedisce l’altra. Certo, non si scambi l’ubbidienza con il 1984 di Orwell: due più due faranno sempre quattro, e Dio non ci ha dato l’intelligenza perchè la potessimo rinnegare.La fede domanda l’intelletto,sempre se non ricordo male.
“la santa indignazione” è l’indignazione che prova un santo.
Invece l’indignazione che proviamo noi, che santi non siamo, santa non è. Può essere giusta e umana, può essere condivisibile, certo non sempre è ipocrita, non sempre è moralistica, ma qualche volta lo è.Soprattutto lo è quando il sedicente “santo indignato” si indigna solo per certe cose e non per altre. per quello che fanno , guardacaso , le persone che non la pensano come lui. Il “santo” indignato di Beretta
non è certo come il santo bevitore di Rothiana memoria, che si considerava l’”ultimo” degli uomini.
Caro Fabio , io credo di voler bene alla Chiesa e, quindi, mi auguro che i fatti diano ragione a Lei. Cordialmente lucio
Condivido pienamentissmamente!!!
grazie per l’articolo.
Caro fab, condivido in pieno il contenuto del tuo post. La questione è proprio quella che tu esponi con chiarezza: “”E’ vero, però, che l’ubbidienza soprattutto clericale troppo spesso viene forzata a essere una ubbidienza più militaresca che cristiana… e questo è il vero problema.”" ; e le conseguenze di tale problema credo siano sotto gli occhi di tutti. Se, in questi anni passati, ci fosse stata un po’ di indignazione in più (ma non si può essere indignati, ovviamente, se si è ubbidienti in senso militaresco), ci troveremmo, ora, in questa situazione? Qualche scivolone non saremmo riusciti ad evitarlo? Saluti lucio
mettendo insieme gli interventi di lucio e fab si arriva al nocciolo della questione: da un lato spero sia evidente per tutti che c’è in una parte rilevante del popolo di Dio una percezione dell’ubbidienza in senso militaresco (ricordo, comunque, che pur avendo fatto il servizio civile, anche in ambito militare è ammessa in situazioni limite la disobbedienza, tra l’altro anche qui con criteri che mettono al primo posto non chi impartisce l’ordine (sbagliato) ma i principi a cui gli ordini dovrebbero attenersi) e quindi penso che qualcuno li abbia portati a farsi questa convinzione: forse i nostri pastori potrebbero fare un bel gesto precisando la questione…, ma forse gli va bene così…; dall’altro sostenere che “ubbidienza non vuol dire mancanza di discernimento” (e naturalmente sono più che d’accordo) implica come scritto di mettere sopra tutto la volontà di Dio, ma qui rischiamo il circolo vizioso: quanta fatica fa la Chiesa a fidrsi delle coscienze dei suoi fedeli? Discernimento significa affidarsi alla propria coscienza, ma la Chiesa precisa che questa coscienza debba essere adeguatamente formata…, ma chi può esserne giudice? Io non mi azzardo ad impelagarmi in cavilli che non conosco e che non mi appassionano, certo se prendiamo proprio alla lettera ci si sente un po’ presi in giro, perchè i nostri pastori vorrebbero arrivare alla conclusione che una coscienza rettamente formata dovrebbe arrivare alle loro stesse coclusioni… o sbaglio?
Io comunque so che alla fine dei giorni dovrò rispondere della mia coscienza e di null’altro, e quando sento l’indignazione partire da un moto autentico del mio cuore io la seguo con grande serenità (molto spesso con dolore, perchè vedere la Chiesa a cui mi onoro di appartenere compiere certe scelte non fa certo piacere, ma ribadisco con serenità!)
So che non ci salverà nè un papa nè i vescovi tutti insieme ma la grazia di Dio, per cui non vivo di tormenti vedendo ogni giorno cosa non ne combinano i più alti vertici, certo lo scenario che offriamo al mondo (che non vede la Grazia ma vede tutte le nostre fragilità) è a dir poco desolante; quello che non capisco è perchè sia così difficile, almeno una volta ogni tanto, fare un po’ di pulizia, anche senza clamori: se ci vantiamo di non essere una società privata e di essere qui per servire, non dovrebbe essere un dramma invitare qualche alta carica a dedicarsi più utilmente ad altro invece di appesantire col proprio fardello di errori un ruolo e una funzione così delicati…
Certo che se dopo che il papa ha denunciato il carrierismo e i mali connessi dentro le gerarchie e poi non cambia nulla e ognuno resta al proprio posto… io qualche domanda me la faccio, purtroppo…
“se prendiamo proprio alla lettera ci si sente un po’ presi in giro, perchè i nostri pastori vorrebbero arrivare alla conclusione che una coscienza rettamente formata dovrebbe arrivare alle loro stesse coclusioni… o sbaglio?”
Per me sbagli. Sai già che non condivido le commistioni di qualche Cardinale con la politica. Ho già spiegato che se un pastore cercasse di spingermi ad attuare contro il Vangelo non lo seguirei, ma i documenti ufficiali li trovo molto ponderati e raramente non mi trovo d’accordo, mentre tu con il post precedente li metti palesemente in discussione.
Con le cronache di questi giorni e facile muovere critiche contro la gerarchia, mi piacerebbe però non strumentalizzare la faccenda.
Massimo, dato che ciò che ti interessa è il merito delle questioni perchè non estrapoli ciò che non condividi, ad esempio dal Catechismo dell’Azione Cattolica e poi ne parliamo? Altrimenti la tua la vedo una denuncia sterile e troppo polemica, anche se leggittima. Sarò ben lieto di aprire gli occhi su aspetti che, per mia ingenuità o mancanza di attenzione, ho sottovalutato.
Con questo non voglio certo dire che ciò che sta venendo a galla in Vaticano mi lasci indifferente. Forse è la volta buona che si arriva a fare una buona pulizia.
Grazie Fabio con la costanza con cui mi segui e mi stimoli ad approfondire; ammetto che ci sarebbero tanti spunti, che magari rimandiamo a quando si presenteranno caso per caso: mi vengono in mente per l’appunto le differenze tra il percepito e l’ufficialità dei documenti (per l’obbedienza, ma anche per altro), con un margine di indeterminazione che lascia aperti molti spazi grigi…, e sicuramente mi aiuterebbe ragionare di più sulla dottrina sociale, per capire se le relazioni con la politica possono trovare indicazioni più lineari e serene, con molti meno assolutismi e più senso della polis…, o se addirittura si potrebbe proprio lasciar perdere, che sarebbe molto meglio per me…
), semmai vale per me… e mi piacerebbe essere confortato da qualche documento…
Certamente non ti voglio minimamente accusare di ingenuità o ignoranza (nel senso letterale…
Grazie a te e a Federico per tenere il dibattito sempre vivace, senza diversità non c’è crescita.
Circa i legami con la politica io non ho dubbi, andrebbero esclusi. IL che non vuol dire non interagire con essa, quello che deve guidare la Chiesa è sempre il vangelo, non accordi magari sottobanco.
Non credo sia possibile eliminare completamente gli spazi grigi, in quel caso si che diventeremmo delle marionette. Le linee guida dei nostri pastori sono di ausilio a non deviare dalla strada maestra, e Dio sa quanto è facile deragliare in questo nostro mondo.
Il problema della coscienza è che spesso noi ragioniamo secondo le logiche del mondo, che non sono quelle di Dio.
Ricordiamoci la preghiera di Gesù al Padre in Gv 17,14-17:
«Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità».
Tenere in conto solo la nostra coscienza, sapendo bene quanto è facile “addomesticarla” secondo gusti e convenienze, mi sembra un modo piuttosto rischioso di affrontare la questione del discernimento. Il discernimento non è facile, richiede tempo, preghiera e una previa “purificazione”: la coscienza “spontanea” da sola non basta.