In questo racconto Francesca Lozito ritorna sul tema dei single nella Chiesa. Quali i nodi da risolvere per una piena accoglienza di questa categoria nella comunità cristiana?
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Sinceramente non vedo dove possa essere l’immaturità, in una condizione che si è creata per “combinazioni sfortunate” della vita, e non certo per colpa del singolo.
Semmai è vero che molti sposati, a maggior ragione se con figli, si chiudono egoisticamente nelle loro problematiche, trovandosi tra di loro e parlando solo dei figli (o quasi).
Ho sempre apprezzato, fin da adolescente, le coppie che sapevano “uscire” con un single senza farlo sentire di troppo, che sapevano fare un invito a cena che non avesse il sapore dell’opera caritativa, quanto piuttosto di un reale bisogno dell’altro/a e di un reale apprezzamento per quello che ogni persona, sola o in coppia, sa dare agli altri in modo esclusivo.
Guardo con tenerezza alle mie immaturità, le ammetto senza problemi: sono single, anche io.
Sono nella Chiesa, anche io.
Al mio parroco ogni tanto dico per metterlo scherzosamente in guardia (grazie al cielo è un uomo di spirito): “guarda che io non sono di quelle single che stanno in parocchia per fare, fare, fare …”. Sorride e capisce che cosa voglio dire.
Credo che quello delle famiglie che non ti mettono a tuo agio perché sei sola sia in parte qualcosa di vero, in parte un falso mito da smontare. Non è che forse siamo noi a disagio?
Mah, secondo me la maturità non ha a che vedere con l’aver trovato una strada vocazionale o meno.
Comunque il tuo sollevare ripetutamente l’attenzione sul tema dei single-non-per-vocazione è importante e utile a tutti.
Del resto penso che sia anche un problema quasi teologico: qual’è la vocazione, a cosa Dio chiama, coloro che non trovano una strada nel matrimonio, nè sono portati ad una consacrazione o ad una missionarietà speciale?
Ma del resto questo è un problema enorme che si inscrive nel tema più ampio della sofferenza: quale chiamata per i disabili dalla nascita, ad esempio? Non c’è un progetto divino per loro come per gli altri?
Credo che il discorso dovrebbe essere lungo, e complesso, e aperto a moltissime situazioni diverse.
I tuoi articoli sui single potrebbero essere un trampolino di lancio …
analisi amara, ma ahimè realista in molti casi.
il problema è l’assenza di vocazione, e il poco interrogarsi su questo significato cristiano.
D’altra parte un consacrato non è obbligato a vivere in comunità: nell’ordo ad esempio le consacrate vivono la vita apparentemente “da single” , ma con una prospettiva diversa.
A parte le varie forme riconosciute di consacrazione, esistono (e sono pochi i cristiani che lo sanno!) la possibilità di consacrarsi al Signore senza un atto o dei viti pubblici, ma solo privatamente nel proprio cuore.
Il punto è che “il single” è caratterizzato, proprio, dall’assenza di una decisione “definitiva” che annulla quel senso di “eterna attesa” del “che cosa farò da grande”. Invero questa attesa è in un certo senso sempre viva nel cristiano, nel senso del cammino di fede. Tuttavia dal punto di vista della vocazione la nostra vita, deve, necessariamente, a un certo punto prendere una certa strada piuttosto che un’altra.
Ho sentito che in alcuni casi vi sono esperienze di “Pastorale per i single”….
Non so se conoscete mons. Renzo Bonetti, della Parrocchia di Bovolone (VR), il quale è stato anche dal 1995 al 2002 Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della CEI. Dal 2003 al 2009 è stato Consultore del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Sul sito http://www.misterogrande.org ha pubblicato la sua iniziativa (che è partita nel 2007), di iniziare una pastorale per i “single”, assistendoli e provvedendo per loro ad un cammino di formazione per l’inserimento in senso pieno alla vita non solo parrocchiale, ma anche relazionale e personale.
Una persona in gamba!
L’indirizzo specifico per dare un’occhiata a questi corsi che tiene ogni anno, una volta al mese (ma non relegati e limitati solo a quel momento), è questo :
http://www.misterogrande.org/index.php?option=com_sobi2&catid=108&Itemid=55
Grazie per il bell’articolo, comunque!
Non mi piace che l’idea che per i single si debba trovare un modello per forza in cui incasellarli nella Chiesa.
Non mi piace per nulla.
Dobbiamo trovare per forza una gabbia che sappia di definitivo: perché?
Perché non ci sforziamo a pensare che proprio quel limite, la non scelta, il non definitivo,potrebbe essere trasformato da limite a ricchezza?
La mia vocazione? Stare nel mondo. Stare dentro la Chiesa per quello che sono. Sentirmi accolta (e certo che mi sento accolta, eccome!) e riconosciuta dalle persone con cui condivido la vita con gradi di vicinanza e di relazione diversa.
Lo dico con simpatia: guardo con perplessità a quegli amici e amiche che si sentono di dover supplire la non scelta replicando comportamenti che non sono loro “preti mancati” e “suore mancate”, meno liberi di chi la scelta l’ha percorsa, motivata e fatta.
Come è indice di fragilità come ho scritto nel pezzo il “doppio binario”.
Il single non deve stare solo e non si deve sentire solo: deve “costruire comunità”, nella vita quotidiana come nella comunità cristiana, nelle relazioni al di fuori di questa …
Ribaltando la prospettiva: il non essere definitive non vuol dire che sono impossibili da costruire.
Mi convinco sempre di più che larga parte della nostra pastorale – almeno a Milano – sia afflitta da un difetto di fondo che consiste nel ragionare quasi esclusivamente per categorie. La giusta, sana e sacrosanta preoccupazione di rispondere alle diverse esigenze e alle specifiche problematiche che le varie situazioni di vita comportano, ha portato a una frammentazione esagerata della pastorale e della vita della Comunità. “Ma agli incontri per i genitori del Catechismo posso venire anch’io che sono nonno? In fondo son un credente anch’io e di cosa mai parlerete se non di Vangelo?”, mi dice un nonno della mia Comunità Pastorale comunicandomi la sensazione di una realtà suddivisa in compartimenti stagni tra i quali sembra non dover avvenire alcun travaso.
Iniziazione Cristiana, Preadolescenti, Adolescenti, Diciottenni, Giovanissimi, Giovani Adulti, Adulti Giovani, Fidanzati, Giovani Coppie, Gruppo Famiglie, Terza Età, Disabili, Vedove e vedovi, Separati, Problematici, Single, Preti, Laici, Religiose…
Benissimo, è importante distinguere, per accompagnare adeguatamente e per apprezzare le diversità, per valorizzare i carismi.
E’ l’esasperazione di questo ad essere dannosa.
Il rischio reale è di trasformare la Comunità, anziché in un mosaico con varie tessere, in uno zoo, con varie gabbie per le diverse specie di animali pastorali con le loro caratteristiche, i loro bisogni alimentari, etc…(il paragone è poco nobile ma secondo me rende bene l’idea). Con il pericolo, poi, che ogni gruppo degeneri in una micro-casta con i suoi privilegi, le sue rivendicazioni e le sue battaglie, o peggio ancora in un mini-ghetto con i suoi isolamenti, discriminazioni, etc…
Parlo di situazioni viste, toccate con mano, fortemente presenti proprio dentro la mia Diocesi.
C’è un’unica categoria nella Chiesa ed è il credente. Questa identità profonda che tiene uniti in un legame di fraternità più forte del sangue non di rado passa in secondo piano, superata dai distinguo relativi alla condizione di vita. Cristianesimi sociali esasperati. E la sottolineatura dei distinguo fa sempre sentire un po’ “casi particolari”, insinua la sensazione che “nessuno può davvero capirti o dirti le parole giuste” se non quelli nella tua condizione, che tu “siccome sei diverso da quell’altro” non puoi essergli accanto nel modo giusto, etc… Fino a degenerare nell’idea per cui ogni “categoria” può contribuire, esprimersi, suggerire nella COmunità solo ciò che riguarda il suo specifico. Il che diventa la fine della vera esperienza ecclesiale.
E la questione dei single si colloca proprio qui.
Il modo più efficace ed evangelico per accompagnare loro e ogni altra condizione di vita rimane quello di ricollocarli dentro una dimensione comunitaria reale, concreta, viva, umana, aperta, sciolta, universale, cattolica in senso vero. In cui il vero legame rimane non anzitutto la condivisione della stessa particolare esperienza o condizione, ma la condivisione di una vita – qualunque essa sia e comunque essa sia – impregnata di Vangelo, o almeno orientata ad esso.
Ma l’abitudine a una pastorale di “attività per” ci mantiene lontani da un’esperienza di “sequela con” che metterebbe anche i single nelle condizioni di percepirsi in un “definitivo” che è l’appartenenza a una Comunità e al Vangelo nella persona di Gesù. La percezione e la consapevolezza profonda del camminare insieme, dell’essere con, del vivere in una reciprocità comunionale che attualizza la Carità e ci inserisce in essa: questo deve essere il terreno che nutre ogni credente e che offre i giusti orizzonti della sua particolare vocazione.
A generalizzare si sbaglia sempre. Certo che mi sento di poter dire che la “Comunità media” del contesto che conosco difficilmente garantisce esperienze così.
E questa, soprattutto a Milano, sarebbe una riconversione della Pastorale non da poco.
Credo che a livello culturale il single non faccia problema…oggi in fondo viviamo in un mondo di single…single che convivono, che sono sposati ma di fatto vivono come se fossero da soli “incentrati su sè stessi”.Dal punto di vista particolare posso dire di aver incontrato single con una tale carica di umanità, simpatia e disponibilità da farmi dire “ma quella è davvero una madre!” Il problema non sono i single che abbisognano di una pastorale particolare…ma di chi vive da “single” nel senso di io ipertrofico incapacità di comunicare ecc….Certo poi c’è la situazione particolare che non va elusa ma accolta rispettata e valorizzata perchè effettivamente ricca di possibilità inedite…
Io sottoscrivo in pieno.
Provo a rispondere alle varie sollecitazioni che emergono dai commenti.
Tento di farlo con meno teoria e più umanità possibile: che ho in mente le facce e le storie mie e di tanti amici che parlarno più di centomila trattati e gabbie pastorali.
“Sono un single per scelta” diceva D. ormai vent’anni fa … ed io che allora ero una ragazzina pensavo: “Caro mio, ma a chi vuoi darla a bere?” faceva parte di una nota associazione cattolica, mica una qualunque :0)Non era evidentemente consacrato.
Accomunare la sofferenza dei disabili a quella dei single mi sembra una bestialità. E perdonatemi l’espressione durissima. Lo dico con rispetto per tutti quei dolori dell’anima che spesso, troppo spesso, schiacciano le vite delle persone (e chiediamoci anche qui quanto abbiamo il coraggio di ammetterle. Meglio andar dal prete che dallo psicologo no? Ah i retaggi culturali, le vergogne …)
Carla tira una riga alla sua vita nel mio racconto, ma non avrebbe motivo di farlo. Lei ne è convinta ma c’é anche qualcuno che le mette in testa che è così.
Quante volte sento dire frasi stupide tipo: vai a un concerto rock??? Alla tua età??? (io ho solo 36 anni) come se compiuti gli “enta” la vita fosse arrivata al capolinea. Ma il problema non è il luogo ma come si sta in esso. Si può essere a disagio a un concerto rock, come si può essere a disagio nel fare la “zia”. Io sono figlia unica e vado a sentire il rock (anche questo lo dico col sorriso).
Attenzione a non confondere gli egopatici con chi giustamente sa centrarsi su sé stesso. Detesto la retorica dell’essere tutti per gli altri: no,non è così, una persona equilibrata ha prima di tutto cura di sé e dal bene e la cura che ha nei confronti di sé stessa discende la cura per gli altri, per il mondo.
Il disequilibrio genera legami malati, dipendenze e ricatti di cui forse, dovremmo cominciare a liberarci.
Perché ha ragione don Cristiano quando dice che la vera comunità non è fondata sull’iperattivismo, ma sulla sequela e la sequela è la più alta forma di libertà: scelgo e rinnovo continuamente la mia scelta di “esserci” per quello che sono – fragile, vulnerabile, limitato, peccatore, forte, equilibrato – e ci sono non “da solo”, che sia sposato, single, religioso, consacrato,prete – ma perché sono parte del mondo con il mio essere alla sequela. Sto nel mondo.
Che maledetto “dentro” e “fuori” con cui abbiamo diviso chi è “di Chiesa” e chi non lo è. Maledetto dentro e fuori che troppo spesso ci impedisce di accogliere ed essere accolti.
Chi giustamente sa incentrarsi su se stesso non è evidentemente un “egocentrato, dall’io ipertrofico” cerchiamo di leggere e interpretare attentamente i termini.
Cara Francesca,
se leggerai meglio vedrai che io non ho paragonato i single a dei disabili (e comunque scusa ma dal tuo discorso non si capisce proprio in cosa dovrebbe consistere l’eventuale “bestialità” – termine che io non userei nei confronti di chicchessia -). Paragoni non ne ho fatti proprio, ho solo detto che il tema della chiarezza vocazionale si inscrive in un tema più ampio che comprende, ad esempio – leggi bene stavolta, avevo scritto ad esempio – anche chi non può realizzare alcuna scelta vocazionale in quanto fisicamente impedito. E allora insorge un problema più grande, che è quello dell’esistenza o meno di una vocazione, se davvero si debba parlare di vocazione nelle scelte della vita, perchè in questo caso sembrerebbe – dico sembrerebbe, ti prego non travisare anche ora – che per certe categorie di persone (tra cui i single, tra cui i disabili, ma NON li sto paragonando!) non esista alcun progetto Divino, alcuna chiamata.
Spero con ciò di essere stata più chiara, di non aver detto alcuna chiamiamola bestialità o forse semplicemente alcun concetto da te non ben compreso o da me non sufficientemente spiegato.
Francamente non riesco a comprendere il senso di questo articolo. E’ chiaro che non sia la condizione di single a dare origine al malessere di cui si parla.
L’immaturità può appartenere a tutti. Alle persone sposate, ai preti, al diversamente abile, ai single, agli omosessuali.
Il Vangelo vissuto come frase da bacio perugina o l’incapacità di affrontare la sfida della propria esistenza con quella leggerezza che solo la fiducia in Lui può dare è un dato di fatto. Ma può solo essere alimentata questa immaturità da un atteggiamento quasi razzista per cui se sei nel cammino vocazionale corretto, ti invito ad esporti, altrimenti siccome non so come inquadrarti, ti allontano con un sorriso di cortesia.
Il problema non è del single, ma del cristiano non single, del cristiano non omosessuale, del cristiano non “disabile”. Ossia di chiunque creda di vivere il Vangelo nel modo corretto (che esclude tutti gli altri).
Una Chiesa che con il suo zelo per la Verità-tutta-intera riesce mirabilmente a far sentire le persone sbagliate (leggi: immature) dalla parte giusta solo per aver la fede all’anulare sinistro e altre persone che vorrebbero vivere autenticamente il Vangelo dalla parte sbagliata.
Da immaturo-a-modo-mio ho concluso polemicamente, ma purtroppo è la mia percezione di cosa sia, troppo spesso – ovviamente non sempre – la comunità delle nostre parrocchie: tanti bravi cristiani che accumulano tesori in cielo mentre guardano indignati ad ignari figli di Dio che da tempo sono stati invitati a girare alla larga..
Nella nostra società la situazione dei single è già difficile, ma nella Chiesa è molto particolare, io fino a poco tempo fa non mi sentivo nè carne nè pesce ed in più i miei amici si sono tutti sposati, una persona si sente emarginata, forse bisognerebbe interrogarsi sulla propria vocazione, ma la Chiesa e le parrocchie devono porsi questo problema e non trattare i single come un genere a parte facendo Pastorali ed altro. Il problema è ampio e spinoso e non bastano un post od un commento…
Hai ragione, e secondo me la Chiesa ha una qualche piccola responsabilità.
Primo perchè in effetti, come dici tu e come dicono altri in questi commenti, i compartimenti stagni della pastorale sono gabbie o peggio creano clan divisi tra loro;
secondo per aver sottolineato (nei secoli scorsi ad uso esclusivo dei religiosi, dopo il Concilio Vaticano II anche dei laici, Deo Gratias) il tema della vocazione come qualcosa di esclusivo e certo per ognuno.
Lui/lei ha la vocazione, Dio lo chiama ad essere sacerdote, o missionario, o suora eccetera, quell’altro ha la vocazione: ha trovato la persona che Dio ha pensato per lui dall’eternità … e via dicendo.
Ma ne siamo proprio sicuri?
E allora Dio ha un errore in agenda e si è scordato di chiamare qualcuno??
Penso che questa idea abbia creato i presupposti per una maggior frustrazione di chi non trova quella che viene metaforicamente chiamata la propria strada.
Questo è uno di quegli argomenti su cui o sto zitto o rischio di scrivere delle paginate. Non tanto perché sono stato single fino a 31 anni, il che mi dà – tutto sommato – una certa competenza, ma soprattutto perché si arriva a toccare nodi molto spinosi. Non tanto quello della pastorale “parcellizzata” (questa è l’iniziativa per i giovani, questa per le famiglie, questa per i malati…), nonostante arrivi talvolta alle vette del tragicomico; ma quello, più serio, degli “stati di vita” e della “vocazione”. E quindi a scalfire presunte certezze su cui ben volentieri noi cristiani (anche “moderati”, “illuminati”, “adulti”, “progressisti” ecc. ecc.) fondiamo molta della nostra autocomprensione e della nostra autogiustificazione. Il problema è che spesso continuiamo a considerare la vocazione come una scelta tra diverse “caselle”, in fin dei conti come una “sistemazione”, come il corrispondere il più possibile a un “modello”: certo, un modello “cristiano”, non “mondano”, magari non “borghese”… ma pur sempre un modello. E un modello presuppone “sicurezza”. E quando il modello cade, che succede? Siamo distinguere ciò che è – anche se naturale, per carità – “umano, troppo umano”, o ce ne lasciamo trascinare a fondo senza riuscire ad attingere a ciò che è Altro? Credo che occorrerebbe maggior consapevolezza che la vocazione è prima di tutto vocazione alla santità: e cioè fare la volontà di Dio nel singolo istante, assumendoci il rischio delle scelte, e degli accidenti, degli errori e delle oscurità delle nostre vite.
Il post mi incute una certa tristezza perché nella lettura scorrono volti precisi e, spesso, tanta sofferenza. Penso soprattutto ad un senso più “largo” di single che oggi è presente – eccome se è presente – anche all’interno delle nostre comunità. Ci sono i single di cui parla il post, quelli che non l’hanno scelto e che in qualche caso stanno ancora pensando che da qualche parte ci sarà la persona che il Padre ha preparato per loro, ma ce me sono tanti altri: sono i single “di ritorno”, quei tanti coniugi separati, più spesso “abbandonati” la cui condizione è ancora più triste, perché loro avevano “scelto altro”; ci sono i vedovi/e, spesso ancora giovani e con figli piccoli, la cui vita sembra spezzata insieme a quella del loro coniuge; ci sono infine i single “solo all’anagrafe”, quelli che sì formalmente lo sono, ma di fatto vivono una relazione senza alcun coinvolgimento: spesso sono persone con un matrimonio alle spalle che fanno ancora più fatica ad impegnarsi di nuovo (“solo sesso e qualche vacanza” mi diceva una di loro, eppure fa parte dei cosiddetti praticanti).
Ma tornando più realisticamente al post mi viene un’altra considerazione che derivo da un incontro di alcuni giorni fa quando ho partecipato ad un dibattito con il vicario generale di una diocesi del nord sul tema dei laici. Ciò che ho sostenuto – e mi sembrava condiviso da preti e laici presenti – è che la fede cristiana è una fede incarnata sì nella storia, ma anche, e forse prima, nelle singole persone, per cui è vero che si parla di credenti, ma poi ciascuno è uomo o donna e ha una precisa condizione di vita. Così il suo rapporto con Dio e la comunità è necessariamente frutto della sua condizione: se mi trovo ad essere donna-moglie-mamma questo significa qualcosa, così come l’essere donna-religiosa altro, ecc.
Anch’io sono convinta che sia passato il tempo della pastorale delle “professioni” (maestri, docenti medi, giuristi, medici cattolici …) e che anche la pastorale “a settori”, come ha rilevato qualcuno è tutta da rivedere, ma pensiamo solo alle tante riflessioni in vista del prossimo Incontro di Milano e vediamo quante persone che non hanno famiglia propria si stiano sentendo coinvolte. Certo nella comunità ci sono diversi carismi e sarebbe opportuno il contrario, ma … ciascuno poi finisce per interessarsi al proprio orticello e le relazioni avvengono più sul piano dell’amicizia che altro.
E infine un’altra considerazione, sempre dallo stesso dibattito: un laico è veramente tale non solo quando è catechista o ministro straordinario dell’eucaristia, quando fa qualcosa in parrocchia per intenderci, ma quando vive la propria fede nel quotidiano, all’interno di una famiglia, nei luoghi di lavoro, nella società. L’azione secolare – e l’ho messa in grassetto nella mia slide – ha già in sé una rilevanza ecclesiale. E “azione secolare”, non “braccio secolare”, ma quella è un’altra storia.
Credo comuqnue che sia proprio su questa azione secolare che varrebbe la pena di spendere qualche riflessione sul ritrovarsi anche tra sposati e single.
Grazie a tutti.
Non riesco a rispondere a ognuno, sopratutto a chi ha allargato il discorso.
Ne terrò di certo conto per i prossimi post (è da tempo che rifletto sulle “persone dal cuore ferito” come le chiama il cardinale Tettamanzi).
Fra dice: Sembrerebbe, ti prego non travisare anche ora – che per certe categorie di persone (tra cui i single, tra cui i disabili, ma NON li sto paragonando!) non esista alcun progetto Divino, alcuna chiamata.
ribadisco: la “chiamata” per me è la sequela nel mondo e la sequela è la massima forma di libertà. Sforzarmi di vivere nel Vangelo. Con umanissimi allontanamenti, dubbi e cadute. Con la libertà di ritornare in ogni momento in cui me ne allontano. Di rinnovare la mia scelta. A questo mi sento chiamata ogni giorno. Nella mia vita. La vocazione l’abbiamo ammazzata nel momento in cui l’abbiamo fatta diventare un modello. Si è più legati a Lui più si è liberi di esserlo.
Gabriella perdonami ho usato le tue parole come assist per dire una cosa che mi stava a cuore. Non me ne volere, dai.
Caro mv mi dispiace che non tu non abbia capito. Ma, d’altronde, sei uno in ricerca :0))) O no?
Sì, sì sono “uno in ricerca”, scusa il ritardo, ma non ero più entrato a leggere i commenti. Ed in effetti continuo a non capire, ma devo una precisazione:
mi sono espresso malamente all’inizio del mio commento. Non era un attacco all’articolo (tantomeno a chi l’ha scritto), ma all’idea che un single sia “immaturo” in quanto apparentemente fuori da una vocazione riconosciuta/riconoscibile.
Io che sono “vittima” di chi vuole suddividere in categorie le persone (la Chiesa e molti cristiani, ma anche il mondo laico e spesso gli stessi omosessuali che si “autoghettizzano”) non sopporto il continuo andare alla ricerca di forme particolari di linguaggio, pastorale ecc.
Vorrei che la vocazione fosse una.
Che nessuno si sentisse osservato speciale.
E come non sopporto l’idea di essere pre-interpretato per avere risposte pre-confezionate, mi auguro che la stessa cosa possa accadere ai single.
Ma forse sbaglio o semplicemente non ho colto il senso, appunto, del tuo articolo.
immaturi, egoisti ed egopatici? È così che siamo noi single quarantenni? non mi è piaciuto questo articolo in cui mi sono tuffato per trovarmici. Forse Francesca ha pure ragione. Ma vorrei che si ricordasse che spesso la nostra è una condizione di sofferenza profonda. Poi è vero che dobbiamo fare i conti e riconoscere la nostra immaturità. Comunque anch’io mi sento single e mi sento chiesa.
Infatti, anche secondo me non si pone abbastanza l’accento sul fatto che spesso nel caso del single forzato si tratta di sofferenza profonda, profonda e lacerante.
Credo veramente che nella Chiesa, nelle parrocchie, dovremmo tutti, tutti quanti, sacerdoti, consacrati, single, sposati, cercare di fare famiglia in modo che nessuno – nè il single-non-per-scelta, nè il separato, nè il vedovo, nè il tipo cosiddetto felicemente sposato che magari così felicemente non lo è – ecco proprio nessuno si senta solo.
La solitudine è terribile, e misconosciuta: spero davvero che anche nella Chiesa si ritorni un pochino ai tempi iniziali in cui tutti erano un cuor solo e un’anima sola…
In questo post si descrive uno spaccato della nostra società, diventata molto individualista al di là della religione, i rapporti tra le persone si vivono più con la testa che con il cuore e spesso la testa crea e distrugge, mentre il cuore ama nonostante tutto.
La capacità di aprirsi agli altri non può essere insegnata con il vangelo o altro è una percezione che si acquisisce amando prima se stessi e poi aprendosi agli altri.Amare se stessi non vuol dire curare il proprio orticello e privilegiare la propria persona, ma scoprire che vivere una vita piena, ricercarsi attraverso gli altri ,donarsi sentirsi amati non avere paura non compiangersi di non essere capace o di non meritare.
Spesso mi accorgo che intorno a queste persone c’è il pregiudizio e la compassione, soprattutto da parte delle persone che sono più vicine, questo condizione diventa un grosso scoglio da superare,così accettano la condizione di vivere in una silenziosa sofferenza. Credo che questa poesia di Madre Teresa riassuma quello che dovremo imparare anche senza diventare Santi.
L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico
NON IMPORTA, AMALO
Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici
NON IMPORTA, FA’ IL BENE
Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici
NON IMPORTA, REALIZZALI
Il bene che fai verrà domani dimenticato
NON IMPORTA, FA’ IL BENE
L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile
NON IMPORTA, SII FRANCO E ONESTO
Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo
NON IMPORTA, COSTRUISCI
Se aiuti la gente, se ne risentirà
NON IMPORTA, AIUTALA
Da’ al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci
NON IMPORTA, DA’ IL MEGLIO DI TE
Cara Adriana, poesia bellissima. L’ho già inoltrata a un sacco di gente.
Caro Fabio è vero è una poesia bellissima che molti dovrebbero portare sempre con se per leggerla quando sono in difficoltà,io l’ho stampata e ce l’ho attaccata sulla bacheca della cucina un caro saluto.
Sono cinquantenne, single per tanti motivi (principalmente una depressione durata molti anni): quello che penso è che non voglio vivere la mia vita come un’attesa (o, oramai, un rimpianto)di qualcosa che non è stato e non sarà, e che non voglio misurarmi su “normalità” che la mia vita non ha conosciuto: perderei sempre. Penso che la vocazione, l’unica per tutti, sia la vocazione alla santità, cioè alla realizzazione vera di sè stessi, e che questa vocazione ognuno è chiamato a viverla in condizioni diverse, più lineari (matrimonio, vocazione religiosa) o meno lineari, come la mia, ma anche come quella di tante persone che per tanti diversissimi, e più o meno gravi motivi, (di handicap fisico, psicologici, psichiatrici, di condizioni di vita particolari, di omosessualità, di fallimento matrimoniale) si ritrovano a non condividere la vita con un partner. Vorrei ricordare un concetto che ho sentito una volta da Giovanni Paolo II: nessuno stato, nessuna condizione è ostacolo alla santità, perchè Dio chiede solo ciò che possiamo dare. E su questo possiamo stare tranquilli, sia che riusciamo finalmente a superare le difficoltà che a volte ci impediscono una vita affettiva, sia che invece non ci riusciamo mai in tutta la vita. Il dolore, certo, c’è, ma quello prima o poi interessa anche le vite “regolari”, semplicemente fa parte della nostra condizione umana.
Io direi che l’equazione “single = immaturi” proprio non funziona! Conosco molti immaturi tra i sacerdoti, le suore ed i religiosi in generale, così come ne conosco tra coniugi. L’immaturità è trasversale e ne è colpito anche chi ha fatto scelte definitive importanti, pur essendo malato della sindrome di Peter Pan!
Io ho passato i 50, sono single per scelta, ho iniziato la mia crescita spirituale negli anni del card. Martini e continuo ad impegnarmi a crescere, porto avanti la mia vita, il mio lavoro retribuito, il mio volontariato, i miei affetti, tutto un felice mondo sempre in continua evoluzione e movimento. Frequento i concerti di Claudio Baglioni e, all’occorrenza, gioco a basket con i giovani. Pensate che a Qualcuno lassù non piaccio perchè sono una “mina vagante”? Io dico che là sono molto creativi (per scelta) e non amano le categorie: amano gli uomini!
P.S. – Sto dalla parte di don Cristiano che stigmatizza i comportamenti “settoriali” di una certa pastorale. Sa solo il Signore quanto ci vorrebbe una mezza “caduta da cavallo” per la pastorale milanese (e non solo…)!
Cara Voce 18
chi ha fatto l’equazione? Anna e Pietro rilevano prima di tutto in sé stessi e poi in tanti loro amici la costante. Una costante non è un eguaglianza assoluta che esclude dall’accostare lo stesso aggettivo ad altre persone. Ma io non parlo degli altri in questo post, parlo dei single.
Una costante che si declina nei 35-45 enni che non hanno avuto motivi seri e fondati per non accettare di vivere la sequela nel mondo(nei commenti si è parlato di tutto, dai fallimenti alla depressione ma neanche Carla è depressa, ha solo tirato la riga di bilancio). Con tutto quello che comporta mischiarsi, lasciarsi toccare, vivere …
Come chiamiamo un 35 enne che non ha il coraggio di andare a vivere da solo, pur non avendo problemi economici, e sta ancora con mamma e papà? E lo sa che molti nodi irrisolti della sua vita discendono da quello.
Come lo chiamiamo un quarantenne con la “veste bianca” perché lui non ha mai sbagliato, ma toh, vedi un po’, magari ha paura di sbagliare?
Vuole che vada avanti? Ne ho un campionario.
ripeto, ci sono anche io dentro. Single immatura, fragile, lo sono anche io. Non ho paura a dirlo.
Io ho solo pensato di scrivere la “mia” esperienza di single (come peraltro altri hanno scritto la loro), scostandomi un attimo dall’immaturità che, personalmente, non ho mai avvertito. Mi scuso se sono andata fuori tema.
Un mio amico, sacerdote e fine teologo, afferma che “la semplificazione” è diabolica. E lo ha scritto in vari saggi che forse anche alcuni lettori del blog hanno apprezzato.
E, a mio avviso, schematizzare troppo la situazione dei single, magari esprimendo gratuitamente giudizi negativi su chi vive questa condizione, è perlomeno imprudente.
E’ molto facile per tutti riconoscere che una persona “per vocazione” può consacrare la propria vita a servire Dio come sacerdote, oppure come monaco/monaca, oppure (conquista degli ultimi decenni!) come marito/moglie e (a Dio piacendo) come padre/madre.
Chissà perché, la maggior parte di noi nega invece ai singles la dignità di essere stati “chiamati” a vivere come tali; tutt’al più, con una certa degnazione e con una certa ironia, riteniamo che i singles siano coloro che avrebbero desiderato un altro stato di vita, ma … non sono riusciti a realizzarlo!
Un commento che ho letto qui sopra, ipotizza, tra il serio e il faceto, che se una persona è single, è perché il Signore ha dimenticato di chiamarla. Io sono del parere che Dio, nella sua grandissima fantasia, è capace di chiamare in tanti modi diversi, a volte anche con il silenzio.
Gli amici del blog, e in particolare l’articolista Francesca Lozito, mi permettano di riportare qui un aneddoto riguardante un amico, padre missionario, ormai scomparso da alcuni decenni.
Costui, ormai a poca distanza di tempo dall’ordinazione sacerdotale, si era convinto che il sacerdozio non facesse per lui, ed era scappato dal seminario per tornare a casa. Ma giunto alla stazione ferroviaria si era accorto che non aveva abbastanza denaro per il biglietto. Ed era tornato in seminario.
Padre A.B., tanti anni più tardi, raccontava agli amici che Dio gli aveva fatto conoscere la sua volontà in questo modo.
Sono decisamente d’accordo con coloro che rifiutano l’idea di inventare una “pastorale dei singles”.
Anzi, io sarei molto più radicale: cancellerei il concetto di “pastorale” per categorie di persone (per età, professioni ecc.) perché reo di costruire steccati divisori all’interno delle Comunità.
L’obiezione che ogni categoria richiede i suoi linguaggi mi sembra banale. Gesù Cristo quando parlava alla gente annunciando il Regno di Dio, non faceva queste distinzioni, ma parlava (e parla tuttora) semplicemente all’ “uomo” di ogni tempo senza età e senza distinzioni di professione.
Perché non imitarlo, almeno una volta tanto?
Cara Francesca autrice di questo articolo, in quanto single te lo posso dire io quello che penso (dato che a noi single non l’ha mai chiesto nessuno).
Il desiderio di essere in coppia è innato e ci è stato dato apposta per cercare l’altro in modo che, formandosi le coppie, si procrei e il mondo vada avanti. Siamo stati creati per sentire la solitudine e cercare l’altro, anche quando il fine non è la procreazione. Mi viene in mente una persona vedova, anche di una certa età, che trova un nuovo compagno/a.
Siamo stati creati per non essere autosufficienti in tutto (vedi i problemi degli anziani che vivono da soli) e si cerca l’altro anche per questo.
Dato che siamo stati creati apposta per farci una famiglia e per cercare l’altro/gli altri(ma ce lo immaginiamo un mondo in cui non ci sono né famiglie, né rapporti familiari o amichevoli? Un mondo retto sulla solitudine e sull’isolamento? Impossibile. E di conseguenza siamo stati fatti per cercare un compagno) questo compagno ci viene dato dalla vita. E’ una cosa scontata, innata, fa parte del destino dell’uomo. Che sia abbia o meno la vocazione al matrimonio (non è poi sempre bianco o nero aver la vocazione al matrimonio, non averla, avere la vocazione sacerdotale perché c’è stato chi le ha avute entrame e così via).
Addirittura sono sposate persone che hanno commesso crimini, o si risposano dopo averli commessi, sono sposate anche madri che hanno ucciso figli e ne hanno ancora dopo averli uccisi (vedi anche casi di cronaca).
E’ la fortuna a fare la grande differenza, ma la fortuna non è un merito.
Se avessi avuto fortuna, quando è arrivato il mio momento in passato avrei vissuto anch’io la mia storia e magari mi sarei sposata. Ma ho avuto circostanze sfortunate.
Non avendo avuto fortuna, avrei dovuto avere il carattere di molti che stanno in coppia e si sposano senza che ci sia del sentimento.
Ma, pur essendo single, sono abbastanza matura da non farlo. A differenza di “accoppiati” presunti maturi che stanno in coppia per, diciamo, interesse? Opportunismo?
Certe volte i single stanno in casa la sera da soli perché non hanno voluto intromettersi in un rapporto di coppia già esistente, per non rubare il fidanzato/a a un altro/a. Sì, proprio quelli che all’apparenza sono in coppia e fanno bella figura, ma se la gente andasse oltre l’apparenza…
In sostanza: essere in coppia e sposarsi è scontato nella vita di un esere umano per i motivi che ho spiegato sopra. Che si sia belli, brutti, simpatici, antipatici, intelligenti o meno ecc…
E’ automatico che la vita ti dia un partner e non è vero che ciò sia negato ai disabili, perché molti sono sposati.
Solo che non per tutti c’è un destino semplice nel quale la vita di coppia è prevista automaticamente. Ma non certo per immaturità.
Consiglio di leggere magari qualche sito di richieste di preghiere per rendersi conto di quanto amore e maturità c’è in persone che non attendono altro di amare, costruirsi una famiglia, che soffrono per non poterlo fare. E non sono certo frenate dal farlo dalla loro presunta immaturità, ma dal quel pizzico di fortuna in più che nella vita fa la differenza.
Attenzione, il celibato dei laici (anche senza consacrazione religiosa o simile) è sempre esistito nella Chiesa, non può essere considerato una forma di singolaggio egoista o semplicemente una forma di vita dovuta al caso e alle circostanze. Se uno da ragazzo si innamora di Cristo al punto tale da ritenere sufficiente per sè l’amore di Cristo che gli viene trasmesso soprattutto nei sacramenti e nella preghiera e non sente o non è idoneo alla consacrazione religiosa o al sacerdozio, che problema c’è? La Chiesa è famiglia nel senso pieno del termine, non ci sono surrogazioni di sorta.
Poi ci sono i casi specifici: conosco una persona che era aggregato dell’Opus Dei, quindi viveva il celibato apostolico, a un certo momento, di punto in bianco, l’Opus Dei gli ha detto che non poteva più essere dell’Opus Dei e la storia è finita. Però la chiamata ad amare Gesù con cuore indiviso e in comunione d’amore con la Chiesa è rimasta, che male c’è? E quindi questa persona non si è sposata (pur avendo avuto opportunità per farlo) e prosegue nel suo cammino solitario, ma comunitario, con gioie indicibili e sofferenze peculiari.
Amiamo Cristo e la Chiesa, nessuno rimarrà a tasche vuote.
Arturo
Sai cosa traspare dal tuo “articolo”‘ (e perdonami ma chiamare così quel tuo “scritto” è una parola forte…). Traspare quella mentalità deprecabile, ed antievangelica, che fa dire alle persone, quelle sì veramente immature, quando guardano a realtà al di fuori del loro mondo parrocchiale e perbene, piccolo piccolo: “E’ single? E’ diverso? E’ malato? E’ omosessuale? E’ …disoccupato? Allora C’E’ QUALCOSA SOTTO. HA QUALCHE RESPONSABILITA’. SE L’E’ VOLUTO.
E’ single quindi immaturo, malato e quindi ha vissuto pericolosamente, drogato/omosessuale …mamma mia che schifo!, disoccupato…non ha voglia di fare niente. Ma questo per te é cristianesimo? ragionare in termini di giudizi e PRE-GIUDIZI?
Per un lato però hai ragione. E’ vero, hai ragione. SEI IMMATURA. ma questo perchè la tua esperienza di vita è chiaramente LIMITATISSIMA, é chiaro. Ma quante sono, al giorno d’oggi, le persone che in parrocchia “fanno, fanno”…? Ma dove vivi? Dove lo trovi il tempo,di fare-fare, e senza scopo,? Anche se single non lavori? non frequenti i colleghi, non hai genitori anziani, fratelli e nipoti, un movimento cui aderire? E pensi veramente che il fatto di seguire il Signore (io ce l’ho la prassi della messa quotidiana) ti impedisca o svilisca il fatto di vedere qualche museo o mostra, fare delle gite in montagna… queste sarebbero attività non buone, tipiche da da persone “in ricerca” o immature? E’ vivere solo in parrochia che é da immaturi!! se fai così chi mai potrai evangelizzare? Chiaro che in questo non avrai un ruolo nella Chiesa (in questa nostra “comoda” chiesa che aspetta che sia il lontano ad avvicinarsi…purtroppo)
Se vuoi attribuire la tua “singletudine” ad immaturità, allora fa’ pure, ma per favore, non generalizzare. I motivi per cui una persona si trova ad un certo punto da sola sono i più svariati, e come molti ti hanno ribadito (fra cui mv che sarà anche in ricerca, ma é più maturo di molti che qui scrivono).
La maturità o meno di una persona non dipende dalle sue condizioni di vita, per le quali, soprattutto al giorno d’oggi, interagiscono una quantità di fattori.
E, per favore, leggiamo il Vangelo: “Signore é malato, chi ha peccato, lui o i genitori? Non ha peccato nè lui nè i genitori, é cos’ perchè si possano manifestare le opere di Dio.
Vedi che Gesù non generalizza nè parla a vanvera, come facciamo noi.