I santi non vanno al bar…

In questo articolo Gilberto Borghi scrive: «Se oggi non si riesce a declinare la santità anche nei gesti più banali e quotidiani della vita, alimentiamo ancora di più la frattura tra umano e spirituale». E tu che ne pensi?

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15 risposte a I santi non vanno al bar…

  1. fab scrive:

    mi piace proprio questa espressione “deficit di incarnazione”. E io aggiungo: “droga del moralismo”.

    Sono il cocktail micidiale che uccide la fede.

  2. fab scrive:

    Purtroppo la frase di Enrico “Dio non mi chiede di essere santo, ma di essere me stesso” porta in se anche una tragica ambiguità: che quell’essere me stesso significhi, alla fine, “rimanere me stesso” e non “diventare me stesso”, come invece fa il Santo.

    La mancanza di ascesi, e la mancanza di consapevolezza di essere sempre sottoposti al potere delle tenebre e del peccato possono dare a quel “essere me stesso” il significato opposto al significato di conversione e di cammino essenziale per “diventare me stesso”, cioè la vera santità.

    Oggi è l’anniversario del mio battesimo e quando penso a quella data vedo e riconosco che io (e tutti noi battezzati) siamo stati santi almeno una volta, anche solo per poco: subito dopo il nostro battesimo,appunto. Nella Chiesa si entra immacolati e santi, per volerci restare con tutte le nostre forze e con l’aiuto di Dio e dei suoi sacramenti: non è questa,forse, una prospettiva bellissima?

    Più che “diventare santi” dobbiamo “tornare” quello che eravamo un minuto dopo il nostro battesimo.

    Invochiamo la Vergina Maria che Enrico, e tutti noi, sappiamo riconoscere questo nostro “tornare” come vera vocazione e autentico cammino di santità.

    Amen.

    • Massimo Menzaghi scrive:

      “Più che “diventare santi” dobbiamo “tornare” quello che eravamo un minuto dopo il nostro battesimo.”

      … ma al secondo minuto cosa ha combinato di così terribile?

      Un paio d’anni fa in occasione della messa di resurrezione il celebrante era tutto euforico perchè in quel momento, grazie alla concomitanza di una indulgenza, eravamo tutti santi! E dopo ci stupiamo di derive che scivolano nella magia…

  3. Ireneo scrive:

    Verissimo il rischio che sottolinea fab, d’altro canto precisare quell’essere nel giusto divenire – attraverso la conformazione a Cristo – è proprio l’arduo compito di Gilberto Borghi e degli educatori!

    Non so se possa ancora funzionare o come la si possa declinare, ma la splendida Legenda Aurea di Jacopo da Varagine è proprio questo: mostrare come i tanti santi, di cui narra le vite, siano stati tali nelle loro enormi differenze l’uno dall’altro, nelle loro singole ed uniche storie, divenendo esattamente sè stessi. Ovviamente, secondo canoni narrativi medievali oggi, credo, incomprensibili ai più.

    Certo spiegare la santità ‘in astratto’ è necessario. Forse però la potenza chiarificatrice della narrazione e dell’esempio non è ancora oggi da sottovalutare: potrebbe essere utile esemplificare la santità con qualche storia opportunamente scelta e commentata, magari ponendo l’accento proprio sul ‘divenire sé stessi’.

  4. Cristina Allodi scrive:

    Molto interessante…ma attenzione l’IDEA DI SANTITA’ CHE HANNO I GIOVANI L’HA INCULCATA LA CHIESA SBAGLIATA, L’HA INCULCATA LA STORIA. COME SI FA A VEDERE CHE UNO E’ STATO FATTO SANTO ED HA AMMAZZATO DELLA GENTE? MANDATO AL ROGO IN NOME DI DIO SOLO COME SCUSA? CHE RUOLO HANNO I CATECHISTI IN TUTTO QUESTO? MEDITATE GENTE MEDITATE…CHI AMA E’ SANTO. PUNTO. CHI NON AMA ED IMPEDISCE DI AMARE CON STUPIDE REGOLE O SECODNO SCHEMI PSICOLOGICI…BEH LASCIO A DIRE A VOI COSA E’…amdg

    • fab scrive:

      Secondo le convenzioni di internet, chi scrive tutto in maiuscolo è come se stesse urlando. In generale, soprattutto nei forum e blog è considerato una pratica scorretta, da evitare dalle così dette “netiquette”; non è un buon modo per entrare in dialogo.

      Ad ogni modo mi pare che l’idea di santità che descrivi sia quantomeno distorta: il santo non è Gesù Cristo. Non esente da peccati, neanche dopo l’avviamento del suo cammino di conversione: è una persona che ha vissuto in modo intenso e straordinario alcune virtù cristiane, che sono tutte una forma di amore.

  5. alessandro scrive:

    Grazie Gilberto. Premesso che la fede si muove in un Incontro e nella tensione di questa relazione – altrimenti si giunge, a mio avviso, a derive moraliste e intellettuali come è emerso nel dibattito su i Foglianti – condivido le parole di un’omelia che mi aveva molto colpito..
    “spesso siamo proprio noi quelli che non si prendono sul serio. Siamo noi quelli che dicono “io, figurati…”, quelli del “Dio lontanissimo”. Qualcun altro invece dice “no, no, gli altri sono troppo avanti… non ci arriverò mai!”. Questi sono quelli che non iniziano mai. Oppure ci sono quelli che dicono “dovrebbero fare tutti come me… ma cosa fate voi… io si che mi do da fare”. Ecco, questi sono quelli che hanno smesso di cercare. Ci sono poi quelli che dicono sempre “mo te lo spiego io, allora Dio…”. Questi sono gli abitanti dei Musei, in cui la fede non è Vita. Infine ci sono quelli che hanno il coraggio di dire “Gesù, prendimi per come sono”. Questi sono i santi.
    “Che differenza c’è tra un santo e un peccatore? Nessuna. Sono entrambi peccatori. Il santo però sa di esserlo, il peccatore no” (A. De Mello)

    • fab scrive:

      il moralismo, infatti è proprio il grande rischio: in realtà inevitabile quando la fede non è un incontro, non è cammino autentico, non è incarnazione, non è trasformazione.

  6. lycopodium scrive:

    Ho ammirato il prof. Borghi per la nonchalance con cui ha accolto l’intervento di Lucia.
    Passi per l’idea di santità un po’ da rotocalco, ma dare del medievale ai santini sansulpiciani è un insulto alla storia dell’arte.
    Vabbe’, la prima idea sarà colpa pure della Chiesa (che, come sappiamo, è colpevole di tutto, e dunque è irredimibile), ma la seconda è colpa della scuola (qualche rimedio si può ancora apportare, vero?).

  7. Francesca Vittoria scrive:

    Anche io se fossi Lucia risponderei che “preferisco restare normale”, ma anche da quella che sono oggi perché è nella normalità delle cose che si vivono e negli ambienti in cui ci si trova che si costruisce la propria identità cristiana , sbagliando e traendo insegnamento anche dai propri errori ma sostenuti dalla fede, quella fede in uno che ha vissuto ciò che ha insegnato,. Ed evitare il termine di “santo” se questo termine genera distanza, e non è compreso, ma non può essere compreso da chi si chiede quale è l’obiettivo del cristianesimo? Oppure: “ma il cristianesimo dove vuole arrivare?.
    Perché invece non dire la verità su Gesù Cristo. Visto che si parla di cristianesimo, che anche lui mangiava e si intratteneva su tanti argomenti, rispondendo a tante domande , in ogni luogo o ambiente, tanto all’ aria aperta, sul monte o in riva al mare, nelle sinagoge, con i suoi amici, famigliari , estranei, tutti non “santi” e…conduceva una vita normale, era dio nella normalità, senza aureola, mani giunte e testa piegata. E’ quello stesso che ancora, tramite altra persona, insegna e che dovrebbe semplicemente essere da questi ragazzi di oggi conosciuto come lo è stato allora,. Un viaggio in Terrasanta sarebbe una concretezza da far conoscere, così come la storia romana la si legge nelle statue e nelle mura romane,L’’obiettivo a cui tende il suo insegnamento, è di conseguenza più facile ad essere così compreso perché abolisce la distanza , quella distanza che un ragazzo di oggi percepisce guardando certe immagini – Parlare invece di Uno che si è fatto come noi proprio per darci tutto l’aiuto e tutti i mezzi per diventare UOMO come lui ma significa anche godere e trarre “in soldoni” dei vantaggi che migliorano la vita nostra .che ha insegnato e insegna , come trarre quanto abbiamo di bello e di buono dal nostro forziere personale“dentro”, dove il meglio lo troviamo custodito nel cuore, per godere il bello della vita
    Francesca Vittoria

  8. Andreina Mariani scrive:

    pensiamo alla santità di Giovanni Paolo II : è stato prima di tutto un grande uomo, appoggiandosi sempre nell’amore di Dio e fidandosi di Lui. E’ stato un grande esempio per tutti.

    • Ireneo scrive:

      Ecco, più che le parole forse è davvero bene affidarsi all’esempio per spiegare la santità. Meglio se vivente e vicino, ed oggi non saprei indicarne uno migliore del beato (speriamo presto santo) Karol, senz’altro vivissimo nella nostra memoria ed in quella di molti ragazzi.

  9. maurolaspisa scrive:

    A meno che non si prendano ad es.’cristiani’ come Formigoni la santità esige scelta con costo da pagare cioè non attaccamento all’ego e ai beni terreni o almeno il loro ‘uso’ come se non ci fossero. Essere se stessi è ambiguo: lo dicevano sia Socrate sia Nietzsche. La si metta come si vuole la porta è stretta e tutto si lega ad un ‘se vuoi essere perfetto’. Il resto è solo dolcificante.

  10. Mery scrive:

    Io penso che in classe si possa e si debba parlare di tutto con i ragazzi; quindi anche di santità, perchè no, se l’argomento viene fuori.
    Un bravo insegnante sa che non deve mai rispondere a domande che non gli sono state poste e, al contempo, conosce molto bene l’arte di sollecitare qualunque genere di domanda.
    Aggiungo dell’altro: nella cultura occidentale, specialmente in quella italiana, è tutto così intrecciato con il cattolicesimo, che è pressochè impossibile fare letteratura, storia, filosofia, arte e quant’altro senza parlare anche di religione.
    Ricordiamo il “Perchè non possiamo non dirci cristiani” di B. Croce( culturalmente parlando, s’intende).
    E’ possibile spiegare la Divina Commedia ( che, a sua volta, è la filosofia di San Tommaso d’Aquino messa in versi), o I Promessi Sposi, cioè i capolavori universalmente riconosciuti della letteratura italiana, eppure così aborriti dagli studenti di tutte le generazioni, senza parlare anche di teologia?
    Purtoppo c’è chi lo fa e i risultati sono penosi.
    Immaginate, inoltre, cosa succederebbe se si togliesse l’insegnamento della religione dalla scuola.
    Verrebbe meno, come minimo, la chiave di lettura dei contenuti di discipline fondamentali, nonchè di quasi tutto ciò che ci circonda.
    Inoltre, quando ci si addentra in tematiche religiose diventa arduo mantenere una netta linea di demarcazione tra ciò che è culturale e ciò che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare di pertinenza della catechesi.
    Anche perchè, quando si riesce a catturarne l’attenzione e l’interesse, i ragazzi diventano un fiume in piena.
    Anche a me capita di parlare con i ragazzi di santità e la presento sempre, semplicemente, come l’imitazione di Cristo.
    La santità è seguire le sue orme.
    La santità è la versione mia, e perciò assolutamente unica e irripetibile, della Sua vita.
    E’ lungo questa strada che diventiamo noi stessi, che scopriamo chi siamo, sperimentiamo la nostra progressiva realizzazione a tutti i livelli e la pienezza della vita.
    Parafrasando un detto di don Giussani, Gesù ci propone il centuplo quaggiù e l’eternità:
    che non ce ne importi più di tanto dell’eternità può anche essere comprensibile. Ma del centuplo quaggiù che ne facciamo? Gettiamo via pure quello?
    Il centuplo quaggiù significa perseguire e trovare la bellezza, la bontà, la verità, la grandezza in tutto ciò che facciamo.
    Significa la felicità già su questa terra.
    E’ avere il Cielo dentro, qui, ora.
    Non si tratta dunque di essere semplicemente ciò che siamo.
    Questo lo dicono e lo fanno già tutti.
    Qualche maestro di pensiero lo teorizza pure.
    Si tratta invece di dover essere.
    L’essenza di questa sequela?
    L’Amore.
    Gesù ha sintetizzato il cuore della Legge nei due comandamenti dell’amore:
    amare Dio con tutto il cuore, l’anima, la mente, le forze;
    amare gli altri come se stessi.
    Non è l’amore di cui parla il mondo:
    l’amore che ruota attorno al desiderio, alla brama di possesso e di appagamento, all’egoismo.
    Quello di cui Gesù ci rende capaci è l’amore inteso come dono, gratuità, servizio.
    E’ l’amore della “pienezza” che, al limite, trabocca.
    Tutto il contrario dell’amore “che ha bisogno”.
    E questa pienezza non può venirmi dal mondo, dalle creature, limitate e finite come me, bensì da Colui che è l’Amore senza limiti.

  11. Marianna Marchesi scrive:

    Giovanni Paolo II è stato criticato ferocemente perchè presideva instancabilmente alla canonizzazione di nuovi santi. Ogni suo viaggio era occasione per accelerare un processo di beatificazione ed evidenziare come i santi sono tra noi, dovunque sulla terra.
    E’ stata una testimonianza straordinaria che faceva comprendere bene come tutti i battezzati sono chiamati alla santità nella loro vita ordinaria, nel lavoro quotidiano, nelle gioie e nelle difficoltà di tutti i giorni. Un mio prof. di religione aveva dedicato alcune ore a leggere in classe le bografie di alcuni “nuovi” santi e beati, partendo dalle figure di giovani e laici in cui potessimo in qualche misura identificarci: forse non ha raggiunto il suo scopo, ma almeno abbiamo smesso di pensare ai santini dalle pose estatiche e occhi rivolti al cielo.

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