In questo articolo Diego Andreatta scrive: «San Valentino ai tempi delle convivenze diffuse: confrontiamoci sui ritardi e sulle novità dell’attenzione pastorale ai fidanzati». E tu che ne pensi?
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Concordo sulla necessità di “esserci” come Chiesa. Ma alla denuncia dei ritardi preferisco parafrasare, come tanti, quella frase del presidente Kennedy: “Non chiederti cosa può fare l’America per te, ma cosa puoi fare tu per l’America”.
E sinceramente mi sembra che siano tante le coppie o i genitori che in questi anni si sono rimboccati le maniche in questo campo. Una preghiera dei fedeli, se non c’è, si propone e i nostri parroci sono ben felici di “allargare” il raggio d’azione. Esistono catechiste che sono passate volentieri dalla preparazione dei bambini ai ragazzi del dopo-cresima o alla promozione di gruppi giovani. Non sono poche le professioniste, psicologhe, pedagoghe, sessuologhe, che mettono gratuitamente a disposizione le loro competenze per collaborare con i Centri Famiglia delle nostre diocesi. La Pastorale Giovanile fa il resto allargando da anni l’orizzonte verso un’educazione all’affettività, perché non è mai troppo presto per i ragazzi di oggi, se è vero che i medici di base ormai “spostano” l’età dei primi rapporti sessuali a 15 anni.
Ma la vera questione, secondo me, è sempre quella dell’educazione che parte in primo luogo da una famiglia che “crede” e “ci crede”, pur consapevole di essere solo “uno” dei luoghi dove i nostri figli vivono e si relazionano (di qui l’importanza fin da piccoli di “aiuti” giusti, vuoi gruppi parrocchiali, ecclesiali, movimenti …).
Riguardo poi al termine “fidanzati”, beh non si usa più, è vero: né i ragazzi/giovani alle prime relazioni, e tanto meno quanti sono alle soglie del matrimonio. Così il Corso cui stiamo lavorando – hanno scelto loro di incontrarsi anche stasera, festa di san Valentino – si chiama soltanto “corso in preparazione al matrimonio”, vuoi per l’età (che in qualche caso sfiora i 40 anni), vuoi per la prassi delle convivenze (attorno al 95%). Ma quello che la Chiesa chiama “il lieto annuncio di Dio sull’amore umano”, quell’annuncio con cui inizia e si chiude la Scrittura, quello dovremmo farlo risuonare soprattutto noi sposi, quanti hanno scelto di sposarsi “in 5″, come dice il don che ci aiuta: i 2 + le 3 persone della Trinità, per “attraversare i giorni della vita a due – come scriveva il card. Martini – con la certezza della presenza, visibile, di Dio”.
che dire! Ottime considerazioni, davvero.