Dossetti, Lercaro e il caso Viganò

In questo articolo Aldo Maria Valli scrive: «Sulla povertà nella Chiesa vi sono stati gesti simbolici importanti. Ma, in profondità, è mai diventata davvero, da virtù etica, insopprimibile elemento distintivo della vita evangelica?». E tu che ne pensi?

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33 risposte a Dossetti, Lercaro e il caso Viganò

  1. Elia Orselli scrive:

    Mi permetto di aggiungere un elemento, visto che questo è il tema della tesi di laurea che sto scrivendo: il discorso di Lercaro non fu in Concilio un evento singolo, ma fu parte dell’intensa attività di un folto gruppo di vescovi che si radunava al Collegio Belga, animato dal p. Paul Gauthier e, tra gli altri da Congar. Tra i vescovi più attivi nel gruppo vi furono mons. Camara, mon Mercier e mons Himmer.
    Lercaro fu molto vicino al gruppo, al punto di chiamare a Roma per seguirlo a nome suo, don Dossetti.
    Tante furono le iniziative del gruppo e ottimi gli intenti, tra l’altro particolarmente seguiti da Montini sia nella prima sessione, ancora cardinale, sia da papa.
    Purtroppo però i risultati pratici non furono molti ma, per dirla con le parole di Camara:

    “Così come nell’ora della Provvidenza Dio liberò il Papa dallo Stato Pontificio (ma Pio IX e i cattolici di tutto il mondo in quel momento non lo capirono bene), verrà il giorno in cui il Padre libererà il Vicario di Cristo dal lusso del Vaticano”

  2. Matteo Dellanoce scrive:

    Tre anni fa moriva di fame e di sete Eluana Englaro. Non è Eluana una di quei poveri indifesi cui si parla in questo articolo ( la cui superficialità similgossippara si commenta da sè!)? Non merita un ricordo particolare? oppure siccome offende i dialogatori del “o mio Dio il non possumus” questi poveri vanno ignorati, messi nei cassetti delle scrivanie dei giornalisti “critici”?
    Dossetti e Lercaro! E quando mai la Chiesa in duemila anni non è stata per i poveri? E quando mai la Chiesa non si è donata per i poveri in Spirito?
    Matteo Dellanoce

    • Elia Orselli scrive:

      Troppo spesso la Chiesa in 2000 anni non è stata per i poveri e ancor più spesso non si è donata per i poveri in spirito. È difficile discutere su questo punto!
      Se anche Giovanni Paolo II ha scelto il 12 marzo 2000 di dire

      Quante volte anche i cristiani non ti hanno riconosciuto in chi ha fame, in chi ha sete, in chi è nudo, in chi è perseguitato, in chi è incarcerato, in chi è privo di ogni possibilità di autodifesa,
      soprattutto negli stadi iniziali dell’esistenza.
      Per tutti coloro che hanno commesso ingiustizie confidando nella ricchezza e nel potere, e disprezzando i « piccoli »,
      a te particolarmente cari, noi ti chiediamo perdono

    • Massimo Menzaghi scrive:

      non entro nel merito, ma se mi consente il suo intervento testimonia la pochezza della pastorale che i nostri vescovi (non tutti, se Dio vuole…) ci hanno riservato in questi anni: a furia di infilare ogni 3×2 un riferimento ai valori non negoziabili, a lei scatta in automatico, parlando di povertà della Chiesa, il riferimento alla povera Eluana…
      … alla faccia della semplificazione del messaggio…

  3. Giorgio Bernardelli scrive:

    Proprio ieri Francesca Lozito scriveva su questo blog sulla fatica e la ricchezza di stare accanto ai malati terminali. Ma lei era troppo impegnato a dare lezioni a tutti per accorgersene

  4. donMo scrive:

    @Giorgio Bernardelli, ben detto, grazie (e grazie anche a Valli per le sue parole che fanno riflettere)

  5. Federico Benedetti scrive:

    Non ho mai creduto nella necessità di una Chiesa “povera”. E’ giusto chiedere una gestione trasparente e pulita delle risorse, magari senza suscitare scandali inutili e dannosi, è giustissimo chiedere “sobrietà” e pochi lussi. Ma le risorse alla Chiesa servono per compiere la propria missione e duemila anni di storia di attività educative, sanitarie, assistenziali e caritatevoli e missionarie dimostrano quanto frutto hanno portato lasciti e donazioni dei fedeli (dal ricco al povero, ricordate l’obolo della vedova). Il patrimonio della Chiesa è frutto della generosità di tanti cattolici che hanno a cuore la missione della Chiesa e sanno che conta più il bene realizzato che gli errori (o i peccati) commessi nella gestione dei fondi.
    Invocare la povertà della Chiesa mi ricorda le eresie medioevali: i Santi vivevano la povertà, magari la predicavano, ma non pretendevano che la Chiesa si spogliasse di tutti i beni.
    Nella visione politica di Dossetti è lo Stato a doversi accollare tutto il sociale: scuole, ospedali, assistenza ai bisognosi…, lasciando il mondo cattolico libero di rinchiudersi nelle chiese e nelle sacrestie. Peccato che nessuno Stato sia in grado di far fronte a tutti i bisogni delle persone, non solo in questi anni di crisi: un’utopia, molto simile a quella comunista, già sconfitta dalla storia. Idee vecchie e superate che forse è meglio lasciare dove sono. Eppure nella politica italiana ci sono epigoni “dossettiani” che vorrebbero limitare la religione a questione intima, di coscienza, non “ingerente” nelle questioni sociali e politiche: pregate, pregate, pensiamo noi a tutto il resto!
    No grazie, i cattolici hanno molto da dire e da fare, anche per compensare alle carenze degli stati nazionali, e le risorse della Chiesa sono necessarie per sostenere le tante opere buone che sono parte significativa della sua missione.

    Ho apprezzato l’articolo sui malati terminali, ma Eluana Englaro non aveva un tumore e non era in stadio terminale. E’ tutta un’altra dolorosissima vicenda. Il fatto di avere confuso i degenti dell’hospice dell’Istituto tumori con Eluana è la dimostrazione che varrebbe la pena ricordare la sua vicenda a tre anni dal suo omicidio in una clinica di Udine.

  6. Giorgio Bernardelli scrive:

    Caro Benedetti, mi sfugge la logica di questa sua ultima obiezione. I malati terminali e gli stati vegetativi sono due cose diverse? Secondo me è proprio far capire la continuità tra queste due condizioni l’unico modo serio per difendere la vita di tutti (stati vegetativi compresi).

    • Federico Benedetti scrive:

      Eluana stava fisicamente bene, aveva solo bisogno di essere alimentata ed accudita per l’igiene personale. Senza quella terribile sentenza di tre anni fa, oggi probabilmente sarebbe viva e accudita dalle suore Misericordine di Lecco.
      Nel suo caso l’eutanasia è stata l’interruzione di una vita dignitosa e PER QUANTO NE SAPPIAMO serena.
      A me sembra che sia molto diverso il percorso di un malato di cancro che arriva in fase “terminale” dopo un periodo più o meno lungo (a volte, purtroppo brevissimo) di terapie e con la lucidità che concede la gravità della situazione.
      Non mi sembra corretto associare le due esperienze perchè temo che si finisca per pensare all’eutanasia come al modo per “accorciare” il periodo delle sofferenze e “accelerare” una morte comunque imminente.
      La mia non è un’obiezione, ma la constatazione di una differenza che, nella logica della difesa della vita di tutti, è comunque significativa e giustifica in qualche modo l’intervento di Matteo Dellanoce.
      Grazie per l’opportunità di spiegarmi meglio.

      • Simone Sereni scrive:

        cioè, aspetti Benedetti… mi faccia capire bene…vuol intendere che – mutatis mutandis – devo dire a mia madre (ancora non terminale) che “sta fisicamente bene” perché in fondo, a parte le metastasi alle ossa, un corpo mutilato e riempito di radiazioni, continui esami clinici etc etc, ha solo bisogno che qualcuno la aiuti a camminare, a medicarle le piaghe e a farle la spesa?

        Detto questo, in questo momento mia madre è a Lourdes, e nessuno sta pensando all’eutanasia…

        Sa, il suo commento mi ha ricordato una cosa che una volta disse mia nonna (devota cattolica) a mio nonno (socialista anarchico) che rientrava a casa spaventato, dolorante (e preoccupato di perdere il lavoro) con due falangi della mano amputate da una sega circolare… Beh, la prima cosa che gli disse fu: “Oh, meno male, poteva andare peggio”. Mio nonno – poveraccio – cacciò un bestemmione!

        Io penso che prima dei principi e delle evocazioni spritualeggianti sarà meglio per tutti noi tornare presto a preoccuparci dei cuori e dei corpi. Perché questo interessa tantissimo al Dio di Gesù Cristo.

        ———————

        Oggi trovo on line (da iltesoro.org) questo spunto:

        “Gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua” (Mc 7,31-37)

        Benedette le lacrime e il tuo sangue, benedetto l’alito e il tuo sudore, benedetta quella saliva. Cristo, mi salvi senza pudore.

        • Federico Benedetti scrive:

          Caro Sereni, io sostengo proprio il contrario: non si può paragonare un’esperienza dolorosa come quella di sua madre e di tanti altri malati (terminali o no) a quella di Eluana Englaro che non aveva ne’ metastasi, ne’ mutilazioni. E’ l’intervento di Giorgio Bernardelli che unisce malati terminali e stato vegetativo. Il mio intervento si dissocia e sostiene il contrario. Non voglio ripetermi e la prego di rileggere i miei interventi in questa pagina, specie l’ultimo.
          Ha ragione a sostenere che occorre più delicatezza e tatto nell’affrontare questi temi. Mi spiace aver offeso la sua sensibilità o quella di qualche malato. A volte però bisogna essere diretti nell’affermare certi principi, come quel medico non compassionevole che però non lascia infettare la piaga. Anche sua nonna del resto aveva ragione. Domani accompagnerò i miei genitori alla funzione per gli ammalati: le assicuro una preghiera particolare per la sua famiglia.

  7. lycopodium scrive:

    Io non penso che l’articolo sia superficiale o gossiparo, anzi è abbastanza raffinato, nell’abile uso di parole pass-partout, (quale “povertà” e “liberazione” sono) e nell’implicito accomunare monsignori attaccati alla cartamoneta e prefetti che si sono spesi nella meritoria opera “ad tuendam fidei”.
    Beninteso, anch’io vorrei una Chiesa più povera, ma non certo una Chiesa impoverita o pauperista (perfettamente raffigurata nelle chiese-hangar, che tanto piacquero nell’Emilia postconciliare).
    Non mi scandalizza affatto una teologia della liberazione (visto che Lui è il Liberatore), mi scandalizza di più un certo teologo della liberazione, che pontifica da appartamenti di lusso (che, in proporzione, costa più che il lussuoso Vaticano).

  8. Maria Teresa Pontara Pederiva scrive:

    “Il coraggio della Chiesa nei confronti del futuro non poggia sulla forza dei battaglioni, sul potere finanziario e sull’influsso politico” lo scrive il card. Walter Kasper nel suo ultimo libro, praticamente un trattato sulla Chiesa (di cui vinonuovo ha presentato uno stralcio in un post dello scorso 28 gennaio).
    “Tutto ciò appartiene ai tempi passati, che sotto questo aspetto non dobbiamo certo rimpiangere. Al contrario, la perdita di potere esteriore, che si accompagna alla fine dell’era constantiniana, è una liberazione da qualche zavorra” (adesso capisco perché il mio post “L’insonnia di Costantino” è stato così apprezzato dentro la ditta).
    “In futuro – continua Kasper – dovremo dire addio ad alcune abitudini familiari e care. La Chiesa del futuro sarà esternamente più povera. Sarà, come all’inizio, Chiesa della diaspora e diventerà in Europa, per quanto è dato vedere, numericamente più piccola in un mondo pluralistico. Tutto depone nel senso che essa diventerà – si spera – una minoranza qualitativa e creativa … Ogni congedo è difficile. Esso è però senza speranza solo se non è seguito da una nuova partenza … Il Concilio ha preso coscienza della fine dell’era costantiniana, ha rinunciato a privilegi mondani e ha proposto – in un passo purtroppo troppo poco preso in considerazione e sorprendentemente poco citato della costituzione sulla Chiesa – il modello di una Chiesa povera per i poveri (LG 8,3)”.
    Con l’augurio che il Congresso teologico in Brasile sia un’opportuna occasione di confronto, grazie Aldo per la tua riflessione.

    • lycopodium scrive:

      All’epoca costantiniana è seguita, per la Chiesa, l’epoca dei default programmati. Con i tecnici (in arte, teologi) che fanno esperimenti recessivi sulle spalle dei fedeli.

      • Maria Teresa Pontara Pederiva scrive:

        Solo qualche dato, fra gli innumerevoli incarichi ricoperti, ricavabile dal sito della Sala Stampa vaticana riguardo al card. Kasper: dottore in teologia dogmatica a Tübingen, docente a Münster e Tübingen, decano e presidente dei teologi tedeschi, segretario speciale della II assemblea straordinaria del sinodo dei vescovi nel 1985, vescovo di Rottenburg-Stuttgart dal 1989 al 1999, co-presidente della Commissione internazionale di dialogo luterano-cattolico, presidente del Pontifico Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani fino al 2010.
        Non mi sembra francamente che la sua definizione sia proprio azzeccata. Il fatto è che, peraltro solo in alcuni commenti, si parla tanto di obbedienza ed ossequio ai pastori, ma per qualcuno solo quando corrisponde alle proprie opinioni. E Kasper – teologo di fama, arcivescovo e cardinale – è proprio un pastore, come si dice Doc, e … parla di povertà della Chiesa!

  9. Francesca Lozito scrive:

    Certo che a tre anni dalla morte di Eluana Englaro (io continuo a chiamarla con nome e cognome) sentir dire che stava fisicamente bene mi fa interrogare su che tipo di informazione facemmo allora.
    Sì perché io in quella vicenda ci sono entrata dentro facendo “nient’altro che il mio mestiere”.
    E l’ho raccontato anche su vinonuovo che le persone in stato vegetativo – che sì certo sono andata a vedere con i miei occhi sennò di che cosa scrivo? – non possono essere definite. Sono mistero.
    Sono fragili, gravi disabili, proprio oggi è stata presentata una bellissima ricerca in merito al ministero della salute dall’equipe del Besta diretta da un’appassionata e testarda ricercatrice che si chiama Matilde Leonardi.
    Ma se esiste un giornalismo “di parte” nei confronti di chi vive sulla propria pelle e sulla pelle dei suoi cari il mistero della sofferenza, beh io sto dalla parte di chi il dolore non lo sbatte in faccia – da una parte e dall’altra, da una parte e dall’altra – ma sto dalla parte di chi il dolore, immenso lo trasforma in vita.
    Sto con Fulvio (De Nigris) padre di Luca che non ho mai conosciuto di persona. Ma che ho sentito fortissimo accanto a me la prima volta in cui sono entrata alla casa dei Risvegli. Sto con Gloria, madre di Simone, che è morto da poco e la cui fine mi ha fatto pensare al senso di questo mestiere. Quando l’ho saputo non ho potuto fare altro che chiamare un collega che scrive anche lui per questo blog e che mi ha detto “mandale il tuo pezzo, le farà bene”. Io che non faccio battaglie, ma “nient’altro che il mio mestiere” non ne ero così convinta.
    I cristiani, lo dico sottovoce, ma con la forza sufficiente per affondare mani e piedi nella Parola, rifiutano il dolore (mio Dio, mio Dio perchè mi hai abbandonato …) ma poi sanno che ci sarà la Resurrezione.
    Dunque sono tranquilla perchè so che Eluana, come Luca e come Simone, sono nell’abbraccio del Padre. In un luogo sicuro dove non possono sentire i frastuoni del nostro gracchiare da poveri umani.
    E scusate se sono stata prolissa.

    • lycopodium scrive:

      Molto giusta questa riflessione. Tre anni fa ci fu troppa informazione gridata: dire che queste persone “stanno bene” è impreciso e semplicistico, dire che assisterli è “accanimento nichilista” è alquanto abominevole.
      Molto meglio i testimoni, che sanno vedere “ben oltre” tutto il dolore e tutto l’orrore che c’è e che si vede.

    • Federico Benedetti scrive:

      Eluana Englaro non era malata e non era ad uno stadio terminale. Aveva solo bisogno di essere idratata e alimentata, aveva bisogno di cure per l’igiene personale. Non dipendeva da farmaci o macchinari, non c’era accanimento terapeutico, solo l’assistenza che richiede una persona nelle sue condizioni: disabili, invalidi civili, anziani paralitici. E i neonati sani? anche loro necessitano di queste cure e solitamente le trovano nelle attenzioni di un genitore che li ama: senza alimentazione e idratazione muoiono.
      Mi sono sbilanciato a scrivere che “Eluana stava fisicamente bene” per sottolineare che non era ammalata e non è assimilabile ai malati terminali. Forse per parenti e amici le situazioni possono sembrare simili: non c’è speranza nella guarigione, c’è il peso di un’assistenza continua, c’è il dolore. Ma come facciamo a capire cosa volesse Eluana?
      Nel dubbio, ripenso all’attaccamento alla vita che hanno i disabili, gli anziani infermi (ricordo l’”ostinazione” dei miei nonni, tutti molto gravi, dati per moribondi prima del tempo), i bambini nati prematuri… e sono convinto che anche il c.d. “stato vegetativo” sia fortissimamente attaccato alla vita.

  10. lucio croce scrive:

    Caro dr. Valli, grazie per questo Suo bell’articolo che invita a riflettere. Secondo il Concilio, la povertà non dovrebbe essere intesa come una semplice virtù personale che contraddistingue qualche cristiano particolarmente zelante; essa dovrebbe essere intesa come caratteristica riguardante la Chiesa tutta nel Suo rapporto con il mondo. Come Cristo ha predicato la buona novella ai poveri con uno stile di vita povero – senza sfarzo, senza potere e senza ricercare alleanze col potere, neanche quando sarebbe risultato molto utile farlo – così dovrebbe comportarsi anche la Chiesa. Non è sufficiente che la Chiesa sia dalla parte degli ultimi – cosa che, tra l’altro, non sempre si è verificato e si verifica – ma occorre anche che essa sia povera sull’esempio di Gesù. Ciò impone un Suo profondo cambiamento nel rapporto coi poteri di questo mondo e con i beni materiali, di cui pur necessita senz’altro la Sua missione evangelizzatrice; l’evangelizzazione ha bisogno anche di risorse economiche. Questo l’insegnamento del Concilio. Ora, facendo una riflessione a distanza di mezzo secolo da quel grande evento, possiamo dire che la Chiesa abbia mosso passi concreti in questa direzione? Temo di no (questo è, probabilmente, un’altro degli “effetti collaterali” causato dal ricercato “annacquamento” dei contenuti del Concilio). Tralasciamo i casi, diffusissimi, di sacerdoti, suore e frati che fanno fatica a tirare avanti; nessuno disconosce queste apprezzabilissime testimonianze, che fortunatamente ci sono e fanno dimenticare quasi del tutto tante controtestimonianze che fanno a pugni con lo spirito del Vangelo. Ma, a parte questi mirabili esempi, l’Istituzione ha avviato una seria riflessione su questa problematica cruciale? E’ possibile che, dopo duemila anni, ancora non è chiaro che niente ha nuociuto tanto alla diffusione della Parola del Signore – nè l’ateismo, nè il laicismo, nè lo scientismo nè tutti i vari “ismi” del secolo scorso – quanto non prendere le giuste distanze dalla ricchezza e dal potere? Questo è un argomento sul quale, per carità di patria, noi credenti – io per primo – glissiamo quasi sempre, un po’ perchè ci sentiamo in difficoltà a difendere posizioni non facilmente difendibili, molto perchè l’affetto che nutriamo per la Chiesa ci impedisce di girare il dito nella piaga (d’altronde, è un po’ quello che accade nelle famiglie nei confronti di una persona cara…); però è un discorso che, a mio avviso, andrebbe affrontato, proprio per rendere credibile la predicazione del Vangelo. Il mio vecchio parroco, qualche settimana fa, concludendo la sua settimanale riflessione rivolta a noi laici, osservava che l’insegnamento di Gesù su Mammona è chiaro e semplice: “E’ più facile che un cammello……”; noi, suoi presunti discepoli – anche noi laici, ovviamente – in duemila anni per la cruna dell’ago abbiamo fatto e facciamo passare non un solo cammello ma innumerevoli branchi di cammelli. Grazie per tutto quello che fa per il Vangelo e un cordiale saluto.

  11. Francesca Lozito scrive:

    Benedetti, per favore, lasci perdere le sottigliezze ideologiche e le parti: dire che Eluana Englaro non era malata e che non sono malati i 3500 pazienti in stato vegetativo è una scorrettezza. E io l’ho corretta.
    Avere delle lesioni irreversibili al cervello tali che ti fanno essere una persona non in grado di comunicare con il mondo, avere bisogno di cura e di assistenza vuol dire essere sani?
    E allora perché le associazioni di familiari e malati dovrebbero perdere così tempo per fare delle battaglie per riconoscerne i diritti fondamentali? Sto parlando di gente pro life eh?
    Andiamo insieme al don Orione a Bergamo dal mio amico Titta Guizzetti che è il primario del reparto di stati vegetativi. Venga a vederli con me. Vedrà la vita e il mistero come l’ho vista io. Ma vedrà una fragilità estrema. Non una solida floridità.
    E visto che spesso ha accusato anche me di fare lezioni, ora per favore non la faccia a me.
    Anche su cosa voglia dire essere terminali ( o meglio in fase terminale) avrei qualche cosa da spiegarle. Siamo tutti terminali.
    Ed è un equivoco grosso come una casa considerare la terminalità solo negli ultimi 15 giorni di vita. Anche qui cortesemente eviti di farmi lezioni e vada a leggersi il mio curriculum. E magari qualcosa di Cicely Saunders.
    Mi scuso ancora per l’incursione, mi scuso soprattutto con Aldo Maria che evidentemente voleva farci parlare l’altro.

    • Federico Benedetti scrive:

      Anch’io ho conosciuto e conosco da vicino persone che vivono in stati vegetative e malati terminali. Non creda che certe espressioni derivino da superficialità o indifferenza. Evidentemente non mi sono fatto capire. Non insisto oltre, dati i molti richiami a rimanere al tema dell’articolo.

  12. Gennaro scrive:

    E’ tutto inutile, è come un dialogo tra sordi.
    Un copione paradossale che va in replica giorno dopo giorno.
    Molti commenti dei lettori sono ostinatamente di così netto dissenso, come se un lettore del Manifesto comprasse ogni giorno il Giornale per poterlo solo criticare. Oppure, se vogliamo alleggerire i toni, è come se il presidente dei vegetariani volesse intervenire nel blog degli “amici della brace”. Era solo una battuta ;) senza voler offedere patiti della bistecca e/o maniaci della mozzarella con insalata.
    Inoltre mi sembra che ogni tema venga preso a pretesto per partire con un piccolo sermone su ciò che ci sta più a cuore.

    Posso provare a fare, con molto affetto, una proposta per la prossima quaresima???
    Diamo un taglio alla bulimia da commenti con battibecco annesso (anche io ci sono caduto poco tempo fa).
    Questa la mia proposta: ogni giorno il blog pubblica al più uno o due articoli della redazione, al più una o due lettere di commento dei lettori.
    Aggiungiamo la clausola che un autore/lettore possa intervenire una sola volta alla settimana.
    Il pluralismo e il dialogo con i lettori sono salvi, ma ci concediamo adeguati tempi di riflessione (e di ascolto reciproco).

    • Massimo Menzaghi scrive:

      la proposta è certamente raccoglibile: io stesso sono stato redarguito solo ieri per un “battibecco” e me ne scuso pubblicamente…
      il problema (che certo non scopro io e anzi mi pare di capire che questo forum voglia proporsi come strumento per tentare di imboccare una strada nuova) è però che il dialogo tra sordi e le barricate non sono su un forum, ma nella Chiesa! Io personalmente vivo con disagio il sentirmi ai margini di una Chiesa che ho sempre vissuto come casa mia “solo” perché non trovo più sintonia con alcune posizioni assunte dalla gerarchia (uso questo termine solo per sottolineare che il Popolo Santo di Dio è qualcosa di un po’ più vasto…). Dato che non stiamo parlando della squadra del cuore ma di questioni che toccano le persone nel profondo, non faccio fatica ad ammettere che provo anche del rancore verso chi secondo me ha delle responsabilità per averci portato al punto in cui siamo (ne parlo qualche post più sopra…) e questo non aiuta la mia serenità in generale e ancor più in caso di dibattiti in tema…
      Anche la questione sollevata da Aldo Maria Valli (e non è la prima volta) a me ad esempio crea molto disagio e non riesco a passarci sopra per “amor di patria”: spero sia evidente che amo la Chiesa anch’io e non mi aiuta sentirmi bacchettare da chi ha deciso che la soluzione è l’ossequio della gerarchia…
      Spero che i nostri pastori si rendano conto che il bene della Chiesa è “persino” più importante del loro ruolo e lo Spirito susciti visioni profetiche in grado di portarci fuori da questo pantano…

    • lucio croce scrive:

      Caro Sig. Gennaro, Lei ha ragione:logica vorrebbe che, se stravedo per la linea politica del Manifesto, non dovrei correre ogni giorno in edicola e comprare, invece, il Giornale per poi precipitarmi a scrivere al suo direttore e contestare – giorno per giorno, punto per punto e con un accanimento degno di miglior causa – il contenuto degli articoli pubblicati

  13. Giorgio Bernardelli scrive:

    Non sono d’accordo sul discorso riguardo alla linea. A parte che su Vino Nuovo chi scrive lo fa senza consultarsi con gli altri – per cui non è affatto detto che tra noi siamo sempre d’accordo – io sono comunque convinto che avere gente che la pensa in maniera diversa tra chi commenta sia uno dei valori aggiunti di questo sito. Non mi piacciono le ridotte in cui ci si ripete a vicenda quanto si ha ragione.
    Sono d’accordo invece sull’idea di un po’ più di parsimonia nei commenti sullo stesso post. Io dico che quando si è già intervenuti per due volte il concetto ormai è chiaro. La terza viene dal Maligno…

  14. Guido Mocellin scrive:

    Anch’io sono convinto del valore che rappresenta per tutti noi (quando scriviamo e quando commentiamo) leggere un “diverso pensiero”. Credo che sia il bello e direi il buono di questo “medium”, rispetto a quelli tradizionali (ad esempio, appunto, i giornali).

  15. La mia esperienza sul web mi fa dire che questi scambi di opinioni sono solo apparentemente inutili. Agiscono nei tempi lunghi e non in superficie. E poi il dialogo si crea solo tra chi ha idee diverse, altrimenti è inutile.
    Ho apprezzato nel profondo l’articolo di Valli e lo condivido. Vorrei solo che chi parla di lusso in Vaticano non pensasse ancora alla leggenda della scarpe di Prada del Pontefice, ma guardasse piuttosto a certe degenerazioni affaristiche che contaminano da tempo, ahimé, anche i sacri palazzi. Poi è ovvio che una Chiesa nullatenente non potrebbe svolgere la sua missione. Ma qui si parlava d’altro.
    Trovo infine indicativo che qualcuno abbia scantonato dal tema del post per andare a parlare di Eluana. Quasi che l’appello alla povertà evengelica abbia risvegliato uno pseudo cattolicesimo ideologico ancora costruito sull’opposizione destra-sinistra, valori non negoziabili-giustizia sociale. Forse quando si uscirà da questo equivoco sterile noi cattolici cominceremo un reale cammino di rinnovamento.
    Grazie a Francesca per aver condiviso la sua esperienza accanto a chi soffre. Sentir spacciare per rigore morale e fedeltà ai principi evangelici la mancanza di misericordia verso la sofferenza altrui e la banalizzazione ideologica del dolore è francamente,a dir poco, irritante.

    • Massimo Menzaghi scrive:

      “Forse quando si uscirà da questo equivoco sterile noi cattolici cominceremo un reale cammino di rinnovamento.”

      non posso che convenire visto che avevo espresso lo stesso pensiero e vivendo la situazione come profondo disagio interiore ho anche gli stessi auspici: forse è però arrivato il momento di tirar fuori il “foglio del come”…
      io sono pronto a prendere appunti, seriamente!

    • Federico Benedetti scrive:

      Al di là dell’opportunità del riferimento ad Eluana Englaro, bisognerebbe anche cominciare a chiedersi come mai i cattolici si dividono ideologicamente persino su questioni come la dignità della vita degli ammalati e quei valori che dovrebbero essere pacificamente riconosciuti da tutti come non negoziabili. Il rinnovamento auspicato parte dalla verità, quella Verità che è Cristo, e che non si può adattare alle proprie preferenze politiche.
      Anch’io trovo irritante la mancanza di misericordia verso la sofferenza altrui e trovo francamente ingiusto continuare a considerare Eluana Englaro (e tutti coloro che vivono le sue difficoltà) come una malata grave terminale. Mi stupisce e mi addolora cogliere divisioni anche su una vicenda sulla quale la Chiesa italiana si è espressa molto chiaramente.

  16. Laura Badaracchi scrive:

    Grazie, Aldo, per il tuo articolo. Leggendolo, ho pensato a san Francesco, che appellava la povertà come “Madonna”: una definizione che fa riflettere

  17. Lasciamo stare Eluana, che col tema proposto da Valli non c’entra nulla. Stiamo sull’oggetto “la povertà della-nella Chiesa). Io voglio fare i complimenti ad Aldo Maria Valli per averci fatto riflettere su questo. Mi associo a Laura: ho l’impressione che un bagno di “francescanesimo” farebbe un gran bene alla Chiesa, dal primo all’ultimo fedele, di ogni condizione e ruolo.

  18. Aldo scrive:

    Possibile che qualcuno si stupisca ancora che i cattolici pensino con la propria testa e non si adeguino supinamente a ciò che dicono le gerarchie? A me stupirebbe il contrario. Aldo

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